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Anziano? Non è mica un'offesa...
La nostra società è incapace di accettare la morte, ma anche la vecchiaia. Condizione sempre più presente, dato che si vive più a lungo. Ne parliamo con il primario di geriatria del Ca’ Foncello, Massimo Calabrò.
La nostra società non accetta la morte. Questo lo si sa. Ma nemmeno la vecchiaia. E non ha la percezione che nella vecchiaia l’individuo è, naturalmente, più esposto alla malattia. E allora è facile sentire nei dialoghi tra le persone riferirsi a persone decedute “giovani, avevano solo 80 o 85 anni...”, “L’ho visto la settimana scorsa, stava bene”. Morto improvvisamente... Rifiuto, angoscia, paura? Che cos’è che ci allontana dall’accettare la stessa parola “vecchiaia”, o anche le più edulcorate “anzianità” e “terza età”? E comprendere che anzianità e malattia non sono termini sinomimi anche se spesso sono condizioni contemporanee nella persona? “Sta cambiando veramente tutto nella percezione della vita di una persona - ci conferma il primario di geriatria del Ca’ Foncello di Treviso, il dottor Massimo Calabrò -; in reparto ci troviamo pazienti di oltre cento anni e dobbiamo parlare della loro situazione ai figli che ne hanno 80. Oggi non c’è più l’accettazione della morte, se non per malasanità o a causa del fato cinico e baro”. Difficile accettare che biologicamente la vecchiaia e la morte facciano parte della vita fin dalla nostra nascita, se “hai a che fare con un 98enne splendido che abbiamo dimesso la scorsa settimana, tornato a casa guidando la macchina”.
E’ un argomento caldissimo da affrontare, il professor Calabrò ce lo conferma, “soprattutto quando ci si riferisce all’appropriatezza delle cure e ai percorsi di diagnostica” in persone anziane che magari hanno una serie di patologie, nessuna delle quali gravissime, ma che insieme concorrono a un quadro clinico “di fragilità”. E a questo punto è difficile parlare ai famigliari che pretendono “che si faccciano fare al congiunto miriadi di esami inutili e spesso invasivi oppure che si dichiarano già contro l’accanimento terapeutico, anche se la malattia di cui soffre il parente lo porterà a morte nel corso di alcuni anni”.
Fidarsi e affidarsi. Al medico di famiglia, certo. E allo specialista, che per gli anziani si chiama geriatra. “Anche se geriatrico per alcuni suona come una drammatica offesa, ma non è così”. Quand’è, allora, che una persona si può definire “anziana”, senza paura di offendere la sua sensibilità? “Sopra i 75 anni per noi è un paziente geriatrico. All’interno di questa fascia di popolazione, c’è chi è robusto e chi è fragilissimo. Questo è un semplice «cut off» (limite fissato) dato dall’età anagrafica, poi sono fondamentali altre valutazione su malattie che la persona ha o ha avuto”, spiega il dottor Calabrò. Sapere se l’anziano cammina da solo, prende le medicine da solo, e si alimenta autonomamente fa dire che è “sostanzialmente in buone condizioni”.
Ci sono, poi, situazioni avverse al benessere dell’anziano, “se vive da solo, se si trova in una condizione di isolamento sociale, il numero dei farmaci che assume... ci chiariscono la gravità della sua situazione clinica”. E, quindi, spesso la morte non arriva così improvvisa, ma è l’evoluzione di una o più malattie di base. “E’ vero, a volte si legge negli articoli «morto improvvisamente» per persone che conoscevi e ti trovi a pensare che, invece, era semplicemente la fine di un percorso atteso, l’evento terminale”.
In questa settimana si è celebrata la giornata contro l’alzheimer, una delle malattie legate all’anzianità e con un numero crescente di malati. Socializzazione, attività fisica e mantenimento di interessi sono tre ingredienti per “mantenersi giovani”. E per allontanare quei sintomi che all’inizio non sai comprendere se sono dovuti a una prima fase dell’alzheimer o a un invecchiamento normale e fisiologico delle capacità cognitive. Per l’attività fisica molto si fa anche nel nostro territorio a livello di sanità pubblica, mentre per la socializzazione intervengono gruppi più o meno spontanei. “Abbiamo visto che solo con queste accortezze si registra un minor livello di peggioramento cognitivo e un minor uso di farmaci, ad esempio per dormire”, conferma il Primario di geriatria del Ca’ Foncello.
Come i bambini vanno dal pediatria, gli anziani dovrebbero andare dal geriatra. Possibile? “Eccessivo e non accettabile - precisa il dottor Calabrò -. Più corretto dire che il geriatra deve sempre più lavorare insieme agli altri esperti in modo che il paziente non sia «parcellizzato» in tanti organi, ma ci sia una visione d’insieme del paziente geriatrico che può fare la differenza ed evitare cure costose, non tanto dal punto di vista economico, quanto nella qualità della vita. Le faccio un esempio: se i valori della pressione corretti da un punto di vista cardiologico sono 110-70, non lo sono per un anziano che rischia episodi sincopali, rischia di cadere e farsi male, fino a non guarire. La geriatria porta avanti «la medicina sartoriale», che ti porta a star bene nella tua condizione di anziano”.



