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Il Papa ha denunciato quel delirio di onnipotenza...
Per capire davvero la portata della vicenda che sta coinvolgendo la Marca trevigiana, in queste settimane, bisogna partire da due soggetti che, per molti cittadini, restano ancora poco conosciuti nei dettagli ma che muovono numeri e decisioni di grande peso: Asco Holding e Ascopiave. Due realtà distinte, ma legate da un filo diretto: la prima è la “casa dei Comuni”, la seconda è una grande azienda energetica quotata in Borsa.
Asco Holding è una società partecipata da 77 Comuni del territorio trevigiano e veneto. In pratica, rappresenta la proprietà pubblica della rete industriale nata, nel tempo, attorno ai servizi energetici. Ascopiave, invece, è la società operativa che gestisce concretamente la distribuzione del gas e le infrastrutture, ed è oggi uno dei principali operatori italiani del settore.
Nel corso degli anni Ascopiave è cresciuta, fino a diventare una vera utility nazionale. Serve circa 1,5 milioni di utenti, gestisce una rete che supera i 21 mila chilometri di condotte e ha consolidato la propria presenza in più regioni del Nord Italia, attraverso acquisizioni e sviluppo industriale. I numeri economici danno la misura della sua dimensione: i ricavi si attestano stabilmente nell’ordine di circa 240–250 milioni di euro l’anno, mentre l’utile netto ha raggiunto livelli significativi, con valori che negli ultimi esercizi si sono aggirati intorno a diverse decine di milioni di euro. Questo ha permesso alla società di mantenere una politica di dividendi stabile e rilevante per i soci, soprattutto per i Comuni.
Proprio i dividendi rappresentano uno degli elementi più importanti di tutta la struttura. Attraverso Asco Holding, i 77 Comuni soci ricevono, ogni anno, una quota consistente degli utili della società. Nell’ultimo esercizio, la distribuzione complessiva ai soci si è collocata nell’ordine di alcune decine di milioni di euro, con una quota significativa - circa la metà dei dividendi complessivi deliberati - destinata proprio ai Comuni. Per molti Enti locali, soprattutto medio-piccoli, queste risorse rappresentano una voce importante per il bilancio corrente e per gli investimenti sul territorio.
Questa solidità economica è uno dei motivi per cui ogni scelta di governance all’interno del sistema Asco ha un impatto che va ben oltre la dimensione aziendale. Non si tratta solo di una società energetica, ma di un’infrastruttura finanziaria indirettamente collegata ai bilanci pubblici di decine di amministrazioni.
Negli ultimi anni, la guida operativa di Ascopiave è stata fortemente accentrata nella figura del manager Nicola Cecconato, che ha ricoperto, contemporaneamente, più ruoli di vertice: presidente, amministratore delegato e direttore generale. Una struttura gestionale che ha accompagnato una fase di crescita e consolidamento industriale, ma che oggi è diventata oggetto di discussione.
Il punto centrale della controversia non riguarda i risultati economici, quanto il modello di governance. Il consiglio di amministrazione di Asco Holding, infatti, ha avviato un percorso di revisione dello statuto della controllata, con l’obiettivo di separare le funzioni apicali e ridurre la concentrazione delle deleghe. In concreto, l’orientamento è quello di mantenere il manager come direttore generale, ma non più come figura unica al vertice con tutti i poteri concentrati.
Parallelamente, si è aperta anche una fase politica interna ai Comuni soci. Alcune Amministrazioni hanno chiesto un confronto più ampio sulle scelte in corso, segnalando la necessità di riportare le decisioni su un piano collegiale e condiviso. Altre, invece, sostengono la linea della continuità gestionale. Questa divisione ha reso evidente che il sistema Asco non è più un blocco compatto, come in passato, ma un equilibrio più articolato tra territori, sensibilità politiche e visioni amministrative diverse.
Nel frattempo, è arrivato anche un passaggio formale importante sul piano societario. Ascopiave ha infatti comunicato la revoca dell’assemblea ordinaria degli azionisti prevista inizialmente per il 22 e 23 aprile 2026, con la decisione di riconvocarla entro 180 giorni dalla chiusura dell’esercizio. La motivazione ufficiale riguarda l’esigenza di garantire maggiore certezza alla procedura di nomina dell’organo di controllo, e di assicurare un percorso più ordinato per le decisioni assembleari.
L’assemblea, quando verrà riconvocata, sarà comunque chiamata a decidere su punti fondamentali: approvazione del bilancio 2025, destinazione degli utili e dividendi, politica delle remunerazioni, rinnovo del consiglio di amministrazione e nomina del collegio sindacale. Si tratta, quindi, di un appuntamento che non è stato cancellato, ma solo spostato, e che resta centrale per il futuro della società.
Questo rinvio, pur tecnico nella forma, ha un effetto concreto: allunga i tempi di una fase già delicata e lascia aperti tutti i nodi sulla governance e sui futuri equilibri tra i soci pubblici e il management.
Oggi il sistema Asco si trova in una fase di transizione. Da una parte c’è una struttura industriale solida, con numeri importanti e una capacità di generare valore stabile per i territori. Dall’altra, c’è una discussione sempre più evidente su come questo sistema debba essere governato nei prossimi anni, tra esigenze di controllo pubblico, logiche di mercato, assetti manageriali e forse di spartizione politica.
Nei prossimi mesi sarà proprio questa la partita decisiva: non solo chi guiderà Ascopiave, ma quale modello di gestione dovrà avere uno dei principali patrimoni industriali pubblici del Nord Italia.