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Il nuovo libro di Paolo Malaguti riaccende i riflettori sui partigiani

Cos’è il 25 aprile del 2026? Che cosa può rappresentare per i giovani di oggi?

Lo abbiamo chiesto a Paolo Malaguti, insegnante e scrittore di Bassano del Grappa, che da poco più di un mese è in libreria con “Sentieri partigiani”.

“Non può ridursi a una celebrazione, ma deve essere qualcosa di vivo e provocatorio. I monumenti della Resistenza, dal Partigiano di Cima Grappa alle lapidi dei carabinieri e degli ufficiali dell’esercito uccisi durante i rastrellamenti del settembre 1944, devono rappresentare delle «pietre d’inciampo». Dobbiamo riflettere su quanto è successo, sulle contraddizioni di una Resistenza che è stata guerra civile in Italia. Una Resistenza da cui però è nata la Repubblica. Ci siamo concentrati sui caduti, sui morti, martiri di quella Resistenza, e non sui vivi, su quello che hanno fatto per ricostruire l’Italia”.

Il suo libro è un viaggio che comincia dal monumento al partigiano sul Monte Grappa, continua nel Viale dei Martiri a Bassano, presso la lapide di Masaccio a Loria, ritorna sul Grappa con la lapide del carabiniere Ermenegildo Metti e poi finisce a piazzale Loreto, dove, sepolto da un McDonald’s, c’è il luogo dell’esposizione del corpo di Mussolini e di Claretta Petacci.

Tante domande e tanti dubbi a ogni tappa.

Non dobbiamo cedere alla tentazione di conoscere uno spazio, un territorio, solo per il fatto che ci viviamo da sempre; non diamo per scontato ciò che vediamo da sempre. Così nascono le domande sulla morte del comandante partigiano Masaccio, su quei diciassettenni che strinsero i cavi del telefono attorno al collo degli impiccati di Bassano, su quel monumento al Partigiano così defilato, di cui pochi si accorgono, sovrastato com’è dal sacrario del Monte Grappa. Per finire con quel corpo del Duce, prima violato in tutti i modi, poi scomparso e, infine, recuperato ed esposto in una specie di sacrario a Predappio.

Riparlare di Resistenza oggi è, sicuramente, andare controcorrente. Perché ha ritenuto opportuno farlo?

Non credo che lo scrittore debba sempre blandire o seguire i lettori. L’ho fatto anche con il saggio sulla superstrada Pedemontana Veneta che ho scritto nel 2018. Lo scrittore deve anche accendere i riflettori, non dare per scontato, alimentare il confronto e la democrazia. Rischiamo di marmorizzare la memoria, di parlare solo di martiri e di rendere quel fatto irrilevante. Capita così che non ci facciamo più domande. Celebriamo ogni anno, ripetiamo i racconti ma non analizziamo tante pagine che sono rimaste aperte. Pagine importanti perché hanno determinato e condizionato la nascita della Repubblica. Hanno condizionato la vita sociale dei luoghi in cui gli eventi si sono svolti. Perché ci sono voluti trent’anni per realizzare un monumento sulla Resistenza sul Grappa? Perché la morte di Masaccio non è ancora chiara? Chi erano gli impiccati di Bassano? Perché si consegnarono ai nazifascisti?

Che dire ai giovani?

Più che dire, dobbiamo realizzare dei laboratori sulla Resistenza. Da insegnante mi piace offrire agli studenti occasioni di discussione, di confronto. Momenti in cui non è necessario arrivare a una verità. Ognuno difende la sua rispettando quella degli altri. Siamo una società in cui sono sempre meno presenti il dibattito, la dialettica, preferiamo i predicatori e divulgatori social della verità preconfezionata. Riflettendo sulla Resistenza a scuola possiamo promuovere la competenza di resistere, disubbidire, obiettare se i valori in cui crediamo vengono messi in pericolo. La democrazia (e purtroppo quanto sta accadendo in diverse parti del mondo ce lo dimostra fin troppo bene) non è una conquista definitiva: è un valore che va costantemente difeso e negoziato, anche (e forse soprattutto) attraverso la critica al potere.

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