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Chernobyl: quarant’anni fa una nube attraversò i cieli

A quarant’anni dall’esplosione nella centrale nucleare di Chernobyl, avvenuta il 26 aprile 1986, il disastro continua a proiettare la sua ombra sul presente. Ma c’è anche chi invoca un ritorno al nucleare

Sono passati quarant’anni dalla più grande catastrofe nucleare della storia: l’esplosione di un reattore nella centrale di Chernobyl avvenuta il 26 aprile 1986. I venti spinsero la nube radioattiva rapidamente in Europa e in Italia, causando panico tra la popolazione. Quell’evento e le sue tragiche conseguenze sono ritornate alla mente quando, a inizio marzo 2022, nel corso dell’invasione russa in Ucraina, è stata bombardata la centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, con un rischio di esplosione che porterebbe danni molto superiori a quelli avvenuti a Chernobyl. Ma anche quest’ultima centrale non è solo un ricordo lontano: è ritornata a far paura, nonostante la zona rimanga in gran parte disabitata e sottoposta a rigidi controlli. Permane ancora, infatti, il rischio collasso e fuga di radiazioni, nonostante, negli anni successivi al disastro, le autorità abbiano costruito strutture di contenimento per isolare il reattore distrutto. Il più recente sarcofago, completato nel 2016, è progettato per confinare le radiazioni e permettere lo smantellamento progressivo delle strutture più pericolose. L’allarme, però, è stato lanciato recentemente da Greenpeace: esiste il rischio concreto di un rilascio di radioattività nell’ambiente, in caso di collasso della struttura interna che protegge il reattore.

Le preoccupazioni attuali derivano anche dal prolungarsi del conflitto in Ucraina, in cui anche le centrali nucleari diventano obiettivi. Le autorità di Kiev, infatti, hanno accusato la Russia di aver preso di mira l’area del sito più volte, in particolare, sostenendo che nel febbraio 2025, un drone abbia colpito la struttura esterna. La conferma è arrivata, successivamente, dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica che ha rilevato un deterioramento della struttura metallica. Il direttore generale, Rafael Grossi, ha spiegato che il sistema ha perso alcune delle sue funzioni principali, tra cui la capacità di confinamento, pur mantenendo intatti gli elementi portanti. Se dovesse collassare il sarcofago interno, che contiene ancora materiali altamente radioattivi, le conseguenze sarebbero irreparabili, con la dispersione di particelle radioattive, che, come si sa, non conoscono confini.

Nonostante questi scenari, lo sviluppo dell’energia nucleare in Italia continua a far discutere, fin da quell’8-9 novembre 1987, quando in Italia si tennero cinque referendum abrogativi, tre dei quali riguardanti temi nucleari. La vittoria dei “sì” portò, nei fatti, all’abbandono del programma nucleare italiano: le centrali esistenti vennero progressivamente chiuse e i progetti futuri cancellati.

Nel 2011, avvenne un nuovo evento internazionale: l’incidente alla centrale giapponese di Fukushima Daiichi. Così, gli italiani, chiamati a esprimersi in un secondo referendum sul nucleare, ribadirono la loro contrarietà al ritorno all’energia nucleare. Oggi l’Italia non produce energia nucleare sul proprio territorio, ma il dibattito resta aperto. Ed è lo stesso ministro all’Ambiente e alla sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ad alimentarlo: “L’Italia - ha spiegato il Ministro italiano in un vertice a Parigi, nel mese scorso - sta costruendo una strategia nucleare responsabile, moderna e trasparente”, affrontando “con realismo e responsabilità la possibilità di reintrodurre la produzione di energia nucleare nel proprio mix energetico”. A ottobre scorso, ha ricordato Pichetto, “abbiamo presentato al Parlamento una proposta di legge delega sull’energia nucleare sostenibile, oggi in discussione, che definirà quadro di programmazione nazionale, governance, rafforzamento dell’autorità di sicurezza e disciplina dell’intero ciclo di vita, inclusa la gestione dei rifiuti”.

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