martedì, 20 ottobre 2026
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Banche venete, il salvataggio non è scontato

Doccia fredda negli ultimi giorni: l’Europa esige un intervento privato per circa un miliardo di euro, per dare poi il via libera alla ricapitalizzazione da 6,4 miliardi da parte dello Stato italiano. Ma chi può essere questo privato?

Nebbia in Val Padana. Il meteo della crisi delle banche venete è lontano da vedere la primavera e l’estate. Il 19 maggio l’Antitrust europeo ha chiesto un miliardo in più di quanto preventivato dagli azionisti privati. Dal Fondo Atlante nessun nuovo intervento e il presidente di Fondazione Cariplo e delle Fondazioni associate in Acri, Giuseppe Guzzetti, afferma che nessun euro in più verrà messo per le banche venete. Anche durante il G7, Pier Carlo Padoan e i suoi funzionari non hanno smesso di mediare per trovare un socio privato e per abbassare le richieste dell’Unione europea ad almeno 800 mila euro.
Senza contare che pure la partita, anche se in una situazione nettamente migliore, di Monte dei Paschi di Siena è ancora aperta. Guardando dal punto di vista dei grandi investitori l’Italia non è più appetibile. Il primo segnale è arrivato con la crisi di Alitalia dove le intenzioni manifestate da fondi internazionali si sono subito ritratte dopo l’esito del referendum del 4 dicembre. Le uniche banche in sofferenza restano quelle italiane e dopo che i venti di elezioni anticipate a settembre hanno cominciato a spirare forte, con una prospettiva poi di lunghe trattative per formare il nuovo governo, l’incertezza per gli investitori è assoluta.
In mezzo, stritolato da questi eventi, il Veneto, dove bisogna anche far decollare un prestito internazionale per completare la Superstrada pedemontana veneta. Per Veneto Banca e Popolare di Vicenza si prospettano solo lacrime e sangue sia sul fronte degli investimenti e del recupero del valore delle azioni, ma anche in quello dell’occupazione: si parla di 2mila esuberi. Veneto non è più bello. Lontani gli anni in cui imprenditori trevigiani benedetti da Veneto Banca salivano in areo e si recavano nelle capitali dell’est per delocalizzare. Subito dietro arrivava Veneto Banca con le sue filiali. Il pil veneto, che ancora oggi supera di gran lunga il pil dell’intera Grecia nonostante la crisi, era garanzia sufficiente per questa cavalcata in solitaria dell’economia veneta. Dietro, un castello di carta fatto di azioni che non erano quotate in borsa e che quando il Governo italiano, costretto dall’Unione europea, ha dovuto allineare la Popolari alle altre banche, è crollato miseramente, trascinando migliaia di onesti risparmiatori a cui erano state vendute quelle azioni a valori stellari e senza mercato.  “Sono venuti la domenica mattina - è una delle tante storie di dolore e di inganno che abbiamo raccolto in questi anni - a chiedermi di firmare un mutuo con Veneto Banca, dando in garanzia proprio le loro azioni. Ora le azioni sono carta straccia e io devo pagare di tasca mia il mutuo”.
Se non si trova il miliardo richiesto da Bruxelles potrebbe scattare il “bail in”, che significa che se la banca non risponde con il suo capitale, se non basta il sacrificio già fatto dagli azionisti, potrebbero rispondere sui debiti della banca i correntisti sopra i 100 mila euro. Significherebbe che il Veneto, dopo i 5 miliardi bruciati in azioni di Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, perderebbe anche molti risparmi di cittadini che non avevano fatto nessun investimento a rischio, ma solo aperto un conto corrente e superato i 100mila euro di deposito. Stiamo parlando di una delle aree più industrializzate d’Europa, un “crac” in questa regione non potrebbe non avere conseguenze sul territorio europeo. Il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan e la commissaria Ue alla concorrenza Margrethe Vestager stanno lavorando  a stretto contatto, il punto chiave è considerare le due banche come “sistemiche” e quindi farle rientrare in pieno fra le ipotesi di sostegno pubblico previste dalla Brrd (Bank recovery and resolution directive) e non farle diventare le cavie del nuovo “bail in”.
L’idea su cui si lavora è cercare di ridurre la cifra di 1,25 miliardi per la “ricapitalizzazione precauzionale” con cui le due banche dovranno tornare sul mercato. Per i problemi di liquidità è arrivata la nuova garanzia statale per emissioni fino a 2,2 miliardi per Vicenza e fino a 1,4 miliardi per Montebelluna, una misura ponte per arginare l’emorragia di correntisti dalle due banche. Obiettivo è tenerle in piedi fino all’arrivo dei soldi dello Stato.  Alla fine è chiaro che il salvataggio arriverà da Roma e dai soldi di tutti gli italiani, il problema è che si può sparare un solo colpo, se si fallisce sarà un’altra mazzata sull’economia veneta che inizia ora a riprendersi.

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