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Campagna elettorale: chi la spara più grossa?

Il cammino verso il voto del 4 marzo è iniziato, purtroppo, all’insegna delle promesse irrealizzabili. Tutti lo sanno, politici ed elettori. Eppure il gioco continua. Ne abbiamo parlato con l’analista politico Paolo Pasi, dell’istituto Quaeris.

18/01/2018

Lo sanno tutti. Eppure il gioco continua, anzi è appena cominciato. La campagna elettorale è partita all’insegna di chi la spara più grossa, delle promesse palesemente irrealizzabili. Un gioco “immorale”, lo definisce la Chiesa italiana (vedi box a fianco). Il problema è che questo gioco lo fanno tutti, anche se a parole ogni leader si tira fuori ed accusa gli altri. Così, ecco Silvio Berlusconi promettere l’innalzamento fino a 1.000 euro delle pensioni minime, Matteo Salvini impegnarsi per l’abolizione della riforma Fornero delle pensioni (sarebbe come sputare la medicina cattiva appena tragugiata, nella certezza che poi bisognerà prenderne subito un’altra...) e Giorgia Meloni garantire l’asilo gratis a tutte le famiglie e un Piano di rilancio per il Sud (nuova, questa!). Luigi Di Maio, leader dei 5 Stelle, punta invece sull’abolizione delle leggi inutili e  sull’innalzamento della spesa pubblica, mentre dal Pd Matteo Renzi promette l’abolizione del canone Rai. Non è immune neppure il compassato Pietro Grasso, che con Liberi e uguali propone l’abolizione delle tasse universitarie. Al momento va contro corrente Emma Bonino (più Europa), che propone invece di abolire i 270 miliardi che costerebbero tutte queste proposte ritenute irrealizzabili.
Si nasconde un vuoto di idee
Non si capisce bene se il gioco valga la candela, dato che gli italiani sembrano abbastanza smaliziati per capire che le promesse sono in gran parte parole al vento. Secondo un sondaggio realizzato da Index Research per il programma Piazza Pulita, il 78% degli Italiani afferma di non sentirsi convinto dalle promesse dei partiti e di non sentirle realizzabili. E allora perché si continua? Lo abbiamo chiesto a Paolo Pasi, sociologo ed analista politico dell’istituto Quaeris.
“La prima domanda da porsi - ci dice - è questa: sono solo queste le idee dei partiti per il futuro del paese, o ne hanno anche altre di più serie? Temo che possa essere vera la seconda ipotesi. Non credo sia impossibile trovare degli slogan efficaci per promesse realizzabili. Però ci vuole molta analisi, capacità di riflessione... Forse i partiti pensano che non valga la pena di investire in proposte serie, nutrendo sfiducia nelle effettive capacità dell’elettorato di distinguere. Andando avanti di questo passo, però, si rischia un astensionismo a rovescio. Per inseguire i «lontani» dalla politica, coloro che di solito non votano, potrebbero essere spinti verso l’astensionismo quelli che credono che la politica sia qualcosa di serio”.
Inquietante “tritacarne”
Secondo Pasi l’attuale tendenza, già presente da tempo, si è rafforzata a causa della nuova legge elettorale: “Tutti si presentano con il candidato premier, come avessimo ancora una legge maggioritaria, ed al tempo stesso si è quasi sicuri che per fare un governo serviranno accordi di coalizione. Si può dire quello che si vuole, tanto si sa che non si sarà chiamati a mantenere le promesse. Se anche vincesse il centrodestra, non c’è al suo interno un programma condiviso”. Altro fattore è la crescita dell’effetto dei social network sulla campagna elettorale: “Ma i social creano distorsione e sovrastima, il mondo non è tutto là dentro, ci sono ancora tanti elettori che si documentano e si formano le proprie idee altrove”.
L’analista politico intravvede, poi, un’altra tendenza: “Si tende a parlare a fette di elettori, ad alcuni gruppi e minoranze. L’esempio eclatante è quello dei vaccini, si cerca di conquistare la fetta di popolazione no vax, che però resta una grossa minoranza. Mi pare una strategia che non tiene conto della complessità, che vive alla giornata”.
Del resto, inondati come siamo di informazioni, viene a mancare completamente una trama articolata, si perde subito la memoria di quello che si è detto e fatto: “In tal modo c’è assuefazione rispetto ad ogni esagerazione verbale, pensiamo alla frase del candidato per la presidenza della Regione Lombardia, Attilio Fontana, sulla difesa della razza bianca. Si entra in un tritacarne dove chiunque può dire qualsiasi cosa, con la certezza che non sarà chiamato a risponderne. Si tratta a mio avviso di una cosa inquietante”.
Nei collegi cambierà qualcosa?
Pasi non entra nella dinamica delle varie proposte politiche, ma non manca di esprimere il suo parere sulla campagna che sta conducendo il Partito democratico, attuale maggiore forza di Governo, indietro nei sondaggi: “Non mi pare che sia una buona strategia quella di inseguire il centrodestra sul terreno delle sparate e delle promesse. Scopiazzare gli altri non è mai una buona strategia. Il Pd sembra oggi pagare più degli altri partiti, non sempre per colpe sue. Su Renzi si è scaricato un coagulo di negatività, anche per la supponenza mostrata quando era al Governo. Ma mi chiedo se non ci possa essere una strada diversa, dato che gli italiani, in realtà, non sembrano apprezzare questa corsa alla promessa. Inoltre, non capisco perché il Pd continui ad attaccare solo i 5 Stelle, mi pare una tattica suicida, che spiana la strada alla destra. Se mi metto nei panni di un elettore neutrale, questi attacchi di destra e Pd ai 5 Stelle mi suonerebbero sospetti, me li farebbero diventare simpatici”.
Resta un auspicio, anche se tenue: “Speriamo che quando la battaglia di sposterà sui collegi, tra i candidati, si recuperi un po’ il senso del dibattito e della proposta politica. Bisogna dire, però, che questa legge non è il Mattarellum, è uno strano mix. E comunque oggi la politica fatta sul territorio è più debole rispetto a quella combattuta a livello nazionale sui media e sui social”.

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