martedì, 06 ottobre 2026
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Da “matti” a cittadini"

Compie 40 anni la legge Basaglia, che chiuse i manicomi restituendo ai “matti” il loro diritto di essere cittadini: “Un modello, quello italiano, considerato di valore”. Facciamo il punto della situazione sul territorio trevigiano con il dott. Gerardo Favaretto.

Compie 40 anni la legge Basaglia, che chiuse i manicomi restituendo ai “matti” il loro diritto di essere cittadini. Lo psichiatra triestino colpito dalla mostruosità di quell’istituzione - i cancelli, le chiavi, i letti di contenzione ma soprattutto l’annullamento della persona resa invisibile dietro le mura degli ospedali psichiatrici - ha lavorato tenacemente per promuovere un nuovo modo di curare e ascoltare: il malato e non la malattia, le storie di ciascuno e non la diagnosi, la possibilità di vivere e abitare la città. “Un modello, quello italiano, che si è andato costruendo in questi anni, considerato di valore per la sua capillare rete di strutture psichiatriche sul territorio”, ha recentemente sottolineato in una nota la Società italiana di psichiatria, rispondendo alle polemiche sollevate da alcune affermazioni del ministro dell’Interno Matteo Salvini sulla presunta “esplosione di aggressioni da parte di persone affette da disturbi mentali”, oltre che il sostanziale “abbandono del tema della psichiatria lasciato sulle spalle delle famiglie” e la “chiusura di tutte le strutture di cura che c’erano per i malati psichiatrici”. “Il nostro sistema garantisce ogni anno assistenza a oltre 800 mila persone grazie a circa 30 mila operatori - prosegue la nota -. L’unico abbandono da riconoscere è quello dello Stato che spende un misero 3,5% del budget della sanità per la salute mentale, a fronte di medie del 10-15% di altri grandi Paesi europei come Francia, Germania e Spagna”. Non più ghetti. Un sistema di cui andar fieri. Un modello da seguire dunque, quello italiano, composto di 163 Dipartimenti di salute mentale, 1.460 strutture territoriali, 2284 strutture residenziali che ospitano oltre 30 mila persone, 899 strutture semiresidenziali, 285 servizi psichiatrici di diagnosi e cura ospedalieri. “Oggi siamo l’unico Paese al mondo senza manicomi - spiega il dott. Gerardo Favaretto, direttore del Dipartimento di salute mentale dell’Ulss 2 - avendo come paradigma il modello di servizi di comunità, prossimali ai cittadini, coordinati all’interno del sistema socio sanitario regionale, orientati a risposte individualizzate per ogni persona, capace di promuovere in loro consapevolezza di sé e controllo sulle proprie scelte”. Nella riorganizzata azienda trevigiana si contano un dipartimento, 8 centri di salute mentale, 5 reparti ospedalieri con 65 posti letto attivi, strutture di residenzialità e semiresidenzialità, servizi di supporto all’inserimento socio lavorativo, percorsi sui disturbi mentali “comuni”. Sono 14 mila le persone seguite. “Evidentemente il tema delle risorse non è secondario, data la complessità del servizio offerto, non solo economiche ma anche strutturali e di personale - prosegue Favaretto -; la questione della mancanza di psichiatri, dovuta al pensionamento di diversi medici, affatica il sistema e il reclutamento è tutt’altro che semplice, sia per meccanismi interni, sia perché scarseggiano i professionisti in uscita dall’università”. Senza contare che, poi, il lavoro si sviluppa in équipe multidisciplinari, sulle quali serve investimento formativo e di risorse. E’ utopia superare gli stereotipi? Certo, se anche il modello - pur con le sue fatiche - è indiscutibilmente positivo, a 40 anni dalla chiusura dei manicomi resta pesante il tema del pregiudizio, che si declina a partire dalle parole usate comunemente e incide sulla percezione profonda e sulle opinioni rispetto a tante questioni collegate alla salute mentale. Alcuni esempi. La malattia mentale non è curabile, è sempre uguale e le cure sono tutte inutili: falso. Esiste solo una malattia mentale, la schizofrenia: falso, il 40% delle persone seguite ha disturbi mentali “comuni” come la depressione. Chi soffre di malattie mentali è pericoloso: falso, la stessa Società italiana di psichiatria nella nota ha specificato che “non risulta alcun incremento dei reati contro la persona da parte di chi è affetto da disturbi mentali e non più del 5% dei reati gravi è attribuibile a loro”. “Credo che la prima azione da compiere per arginare il pregiudizio sia rendere conto alla comunità di ciò che si fa - ribadisce Favaretto - e restituire il diritto di sapere a cosa si ha diritto, manifestando con evidenza che la cura pensata per ciascuna persona è il meglio tra ciò che si può fare”.  Del resto, anche la salute mentale evolve con il tempo: il mondo virtuale, per esempio, sta modificando il modo di essere delle persone, non solo dal punto di vista personale, sociologico, relazionale, ma anche neurobiologico. “Maggiori fattori di rischio, come l’uso di sostanze o l’esposizione alle «nuove tecnologie», e minori fattori protettivi, come la crisi della famiglia e del ruolo genitoriale oltre che la fluidità sociale, incidono inevitabilmente sui cambiamenti in questo ambito. E i nostri servizi non devono farsi trovare impreparati”.

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