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Il dilemma del Pd
Ora il Pd è chiamato a una scelta lacerante, che pure certifica la sua “indispensabilità” (la fortuna che non ebbero Segni e Martinazzoli nel 1994). Andare a occupare poltrone di Governo dopo che gli italiani hanno mandato un messaggio opposto non sembra una grande idea. Tuttavia, neppure chi all’oratorio decide di andarsene arrabbiato e non giocare più, portandosi anche via il pallone, non ha mai riscosso molte simpatie.
Non sappiamo se, come molti pensano, il Pd sia un partito “in agonia”, sia che scelga di governare che di stare all’opposizione. Di certo è un partito gravemente ammalato (come parzialmente attestato dalle elezioni in Molise di domenica scorsa), che arriva a scegliere il suo futuro prossimo nelle peggiori condizioni: una forza politica fragile, divisa, senza una leadership forte.
Difficile, a ben guardare, definire “in agonia” un partito mai definitivamente nato (nella sua sintesi tra culture politiche, così come speravano lo storico ispiratore, Romano Prodi, e il fondatore, Walter Veltroni). Capace di “uccidere politicamente”, nelle votazioni per il Quirinale, il “padre” Romano Prodi; infine per certi aspetti “snaturato” dal rottamatore Matteo Renzi, oggi ancora padrone del partito nonostante le dimissioni post elettorali.
Eppure questa forza politica ha comunque rappresentato nell’ultimo decennio il baricentro della politica italiana, non solo a livello nazionale ma anche locale (si pensi solo al fatto che nonostante tutto, al momento attuale il Pd è al potere in 14 Regioni su 20). Ed è senza dubbio il partito dotato di una classe dirigente più diffusa sul territorio. Oltre agli oggettivi equilibri parlamentari, è anche questo - si sussurra a Roma - uno dei motivi per cui il Pd continua a essere corteggiato per la formazione del Governo. A fare gola non è tanto il Pd, ma la sua classe dirigente. Un po’ come accadde a metà anni Novanta per molti dirigenti democristiani, ancora oggi vivi e vegeti all’interno di quasi tutti i partiti.
Ora il Pd è chiamato a una scelta lacerante, che pure certifica la sua “indispensabilità” (la fortuna che non ebbero Segni e Martinazzoli nel 1994). Andare a occupare poltrone di Governo dopo che gli italiani hanno mandato un messaggio opposto non sembra una grande idea. Tuttavia, neppure chi all’oratorio decide di andarsene arrabbiato e non giocare più, portandosi anche via il pallone, non ha mai riscosso molte simpatie. E non si vede perché dovrebbe guadagnare voti una forza politica che sale sull’Aventino, che decide di non investire il suo capitale di consensi. Oltre a tutto un isolamento condannerebbe il Pd a subire sconfitte a ripetizione nei voti regionali e amministrativi, dove tradizionalmente è andato meglio che a livello nazionale. Un partito nato per essere “di governo” può anche stare all’opposizione per un periodo, ma difficilmente può liberarsi del suo “marchio di fabbrica”: l’unico, forse, che gli è rimasto.



