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Il lungo inverno della sinistra

La Lega di Salvini prende il volo e il Partito democratico, quello che fino a qualche mese fa era il primo partito italiano, ora è il grande sconfitto e in profonda crisi. Sull’attuale situazione abbiamo sentito il parere del filosofo di sinistra Umberto Curi, docente dell’Università di Padova.

12/07/2018

Mentre la Lega di Salvini va con il vento in poppa, il grande sconfitto e malato dell’attuale sistema politico italiano, il Partito democratico, sembra ancora un pugile suonato. Quello che fino a qualche mese fa era il primo partito italiano, per la verità, qualche segnale ha cercato di darlo e lo scorso fine settimana ha deciso, se non altro, un percorso per darsi una guida. L’assemblea nazionale ha eletto come segretario “a tempo” Maurizio Martina, decidendo che le primarie per scegliere poi il nuovo segretario si terranno prima delle Europee. Una transizione “ordinata”, che rischia, però, di avere tempi lunghi rispetto alla situazione in cui versa il partito. Che nel frattempo resta una polveriera sul punto di esplodere, visto il putiferio nato dal discorso di Matteo Renzi nell’assemblea della scorsa settimana. Un intervento che ha avuto passaggi critici verso l’ex premier Gentiloni ed è stato criticato da quasi tutti i leader storici del partito. Sull’attuale situazione abbiamo voluto sentire il parere di un intellettuale di sinistra, considerato uno “spirito libero”: il filosofo Umberto Curi, docente emerito di Storia della Filosofia all’Università di Padova, per lunghi anni presidente dell’Istituto Gramsci del Veneto.
Fuori dai denti, il Pd si può salvare? E a quali condizioni?
E’ difficile fare previsioni. Ma per dirla con la massima schiettezza, se si deve giudicare dal comportamento che il gruppo dirigente del Partito ha tenuto dopo il voto del 4 marzo, c’è poco da stare allegri. Può sembrare perfino incredibile che, di fronte al crollo di consenso elettorale, e più ancora in presenza di un così radicale e pervasivo cambiamento dello scenario politico nazionale, non si sia proceduto ad analizzare e discutere le cause della sconfitta, e a cercare di “leggere” la nuova fase del sistema politico italiano. E’ vero che l’immagine è ormai abusata. Ma davvero il Pd sembra un pugile che ha ricevuto un colpo durissimo e che barcolla, incapace di rimettersi in assetto di combattimento. La riunione dell’assemblea nazionale con la quale è stato confermato Martina quale reggente della segreteria è stata davvero il punto più basso nella decennale storia del Pd. Ma vorrei anche aggiungere che l’eventuale “salvezza” del Partito non è, di per sé una cosa davvero così importante. I partiti politici sono degli strumenti finalizzati a raggiungere determinati obiettivi. In quanto tali, vanno valorizzati e protetti se assolvono alla loro funzione, altrimenti non deve addolorare più di tanto il fatto che possano scomparire. E dunque aggiungo che se il Pd dovesse essere e restare quello di queste ultime settimane, non sarebbe poi una disgrazia se dovesse collassare. Peggio di così, è difficile immaginare.
Quali i principali errori commessi?
L’elenco degli errori sarebbe lunghissimo. Ma vorrei evitare di suggerire l’impressione del maestrino con la matita rossa e blu. Ciò che è risultato dirompente, è stato il convergere del periodo più infelice di attività del partito con la fase più acuta della crisi economica. I dem non hanno letteralmente capito la radicalità dei processi di trasformazione, indotti dal connubio fra globalizzazione e crisi finanziaria internazionale, e sono rimasti drammaticamente tagliati fuori, dal punto di vista culturale e analitico, prima ancora che sotto il profilo strettamente politico. E’ strano che abitualmente si trascuri questo aspetto, ma è perfino incredibile che un partito con le ambizioni del Pd possa essere arrivato alla scadenza di un referendum su materie cruciali, come la riforma delle istituzioni, spaccato quasi a metà. Il giorno dopo il 4 dicembre, anziché mettere in scena il balletto delle dimissioni, Renzi avrebbe dovuto prendere atto che il Pd non c’era più, e trarne le debite conseguenze, prima che l’iniziativa della scissione fosse presa, qualche mese dopo, da D’Alema e Bersani.
Perché a suo avviso il tradizionale elettorato di sinistra è affascinato da proposte così lontane rispetto alla sua tradizione?
Perché in campo, a disputarsi il consenso, sono una proposta politicamente definita, chiara e coerente (anche se non condivisibile), quella della nuova destra guidata da Salvini, e dall’altra parte un caos indistinto, un accavallarsi di chiacchiere inconcludenti, incapaci di tradursi in politica. Caso emblematico quello relativo ai problemi dell’immigrazione. Mentre si capisce perfettamente quale sia la proposta della Lega, fatta propria anche dal Movimento Cinque Stelle, non si capisce quale sia la posizione del Pd, al di là di un generico appello alla solidarietà e all’accoglienza. Come le settimane seguenti al voto del 4 marzo hanno dimostrato, in un quadro come questo è perfino miracoloso che il Pd sia arrivato al 19%, percentuale che è esposta a ulteriori prossime erosioni, già emerse col turno delle elezioni amministrative.
Vede all’orizzonte qualcosa di nuovo? A chi e a cosa deve guardare la sinistra? C’è qualche modello cui ispirarsi?
L’orizzonte che mi pare di intravedere è tutt’altro che rassicurante. Anche per l’insipienza e l’autolesionismo della sinistra, si sta saldando su base europea un arco ampio di forze di ispirazione nazionalista, con chiara identità xenofoba e razzista, che sta prendendo piede molto largamente. Mentre non pare spuntare da nessuna parte una qualche alternativa, che sia almeno capace di contendere il campo all’offensiva della nuova destra sovranista. Ciò che mi allarma di più – e non per deformazione professionale – è la miseria culturale delle forze che dovrebbero opporsi all’ondata razzista. Sono anzi convinto che la sinistra ha perso la sua battaglia in Europa prima sul piano culturale, del senso comune, dell’opinione diffusa, e successivamente, e di conseguenza, sul piano propriamente politico. Sarebbe necessaria una forte iniziativa sul piano dei valori, delle idee, dei programmi, dell’elaborazione teorica, per arginare anzitutto, e poi tentare di sconfiggere la marea montante della destra. Ma non se ne vedono le premesse né i presupposti. Siamo probabilmente di fronte a un ciclo politico di lunga durata e di ampia estensione. E temo che dobbiamo attenderci una lunga fase di subalternità dei valori che avrebbero dovuto essere a fondamento di un’Europa non inchiodata al ruolo di semplice giustapposizione di Stati e di interessi nazionali. L’auspicio è che i giovani che non si riconoscono nel modello di società chiusa, egoistica, intollerante, razzista, propugnato da Salvini e dai suoi amici trovino le risorse per interrompere e sovvertire una narrazione che altrimenti rischia di restare dominante per decenni.

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