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Il Vescovo agli amministratori: "La città sia autentica comunità"
Di fronte a una “società che alimenta individualismi e separatezze”, “ci è chiesto di adoperarci per imparare a ricostruire comunità”. Per mons. Gardin, che ha invitato a non alimentare chiusure ed egoismi, i “collanti più efficaci” sono i “beni relazionali. Dedicato ampio spazio anche al tema del lavoro.
“E’ chiesto - anche a Voi politici e amministratori pubblici - di privilegiare atteggiamenti mentali e scelte operative che si caratterizzino fortemente per un investimento di capacità umane e relazionali, che rendono possibile l’ascoltare l’altro, entrare con lui in empatia, chiunque esso sia, dal condominio al paese alla città, ricostruendo quel capitale-fiducia fortemente eroso e la cui mancanza è alla base delle paure del presente”. Lo ha detto oggi, 18 dicembre, il vescovo di Treviso, mons. Gianfranco Agostino Gardin, nel tradizionale incontro con amministratori e parlamentari della Diocesi
“Voi siete chiamati, in forza del vostro compito, a costruire e a far funzionare la polis, la città. Ma perché la città sia convivenza proficua per tutti e luogo in cui è riconosciuta la dignità di ciascuno, deve essere autentica comunità, cioè insieme di relazioni armoniose, positive, solidali”, ha detto il Vescovo, che ha voluto parlare agli amministratori di due bisogni: il “vivere relazionale” e il “poter lavorare”.
Di fronte a una “società che alimenta individualismi e separatezze”, “ci è chiesto di adoperarci per imparare a ricostruire comunità”. Per il vescovo, i “collanti più efficaci” sono i “beni relazionali: offerti da atteggiamenti, tempi, gesti, azioni di persone disponibili, da parrocchie, associazioni, comitati, volontariato sociale, sportivo, formativo, dalle scuole. Si tratta di un tessuto sociale ricchissimo e pervasivo nei nostri paesi. Questi beni permettono di aumentare non solo il reddito, il che è certo già interessante, ma soprattutto il senso del vivere, l’apprendere e il sapere, il comunicare, il desiderio di conoscersi, di fidarsi e di stare bene insieme, di divenire solidali. Perché la vita non funziona, se siamo soli. Quando restiamo soli, siamo fragili e facilmente vulnerabili”.
Non sono mancati riferimenti all’attuale contesto culturale e sociale: “Mi pare che se guardiamo le nostre città, registriamo che pesa spesso su chi vi abita un senso di precarietà diffusa, alimentata oggi da nuove paure urbane (alcune di esse, forse, un po’ volutamente enfatizzate da alcuni) e di nuove minacce: pensiamo all’inquinamento crescente, all’alimentazione insicura, al cambiamento climatico, al traffico insopportabile, alla malavita diffusa, alla disoccupazione estesa, ai risparmi a rischio… Questo induce a vivere blindati: impianti di allarme sofisticati, vigilantes a pattugliare le strade (vigili e polizia non rassicurano abbastanza), telecamere che sorvegliano ogni luogo, ecc. Crescono le paure e le ansie, tra cui il timore di perdere il benessere faticosamente costruito (gli anziani) o quello ricevuto gratuitamente (i giovani). E il futuro è visto con sfiducia”.
Ma poi, ha proseguito mons. Gardin, si erigono anche protezioni o steccati mentali, accentuando convinzioni quali “prima i veneti”, “prima i trevigiani”…; che poi diventano “prima quelli del mio comune, del mio quartiere, del mio condominio”… “fino a chiuderci, per così dire, nella propria stanza e difenderla. E qui diveniamo isole, perché comunichiamo con l’esterno mediante i social media e internet. Ma neppure qui abbiamo trovato la sicurezza, perché insidiati da hacker, virus e cyber-terrorismo. Perfino l’uso della parola si riduce e perde la sua valenza di relazione spontanea, vera, gratificante”. E, ancora, “al posto della piazza, antico polo di riconoscimento della comunità, subentrano quelli che Marc Augé definisce i ‘non luoghi’: per esempio i centri commerciali, privi di identità, di memoria, di relazioni, che finiscono per divenire una somma di solitudini, dove andiamo ad officiare i riti della religione dei consumi, in particolare nelle festività religiose. Ho parlato della città; ma neppure i nostri paesi, seppure in dimensioni minori, sembrano sfuggire alle tendenze cui ho accennato”.
Il Vescovo ha parlato anche dell’emergenza lavoro: “Se guardiamo alla nostra realtà provinciale e diocesana, incontriamo troppo spesso fenomeni quali: lavoratori esclusi a 10-15 anni dall’età del pensionamento che non sanno dove trovare nuovo lavoro; giovani che non lo trovano e vanno all’estero, dopo che la famiglia, le istituzioni, lo Stato hanno investito rilevanti risorse umane e finanziarie per formare ciascuno di essi, con la conseguenza di impoverire la società futura del nostro paese sul piano delle qualità e capacità umane e professionali, oltre che su quello economico e previdenziale; giovani costretti ad adattarsi a svolgere mansioni che troppe volte si rivelano temporanee, sottopagate, frustranti; giovani non formati ad esercitare lavori e mansioni anche manuali e materiali, specie nella manifattura e nei servizi, di cui c’è richiesta da parte di industriali del territorio e che a questo punto divengono lavori appannaggio obbligato degli immigrati; e giovani immigrati che trascorrono le giornate nel vuoto di piazze della città e dei paesi, in attesa di riconoscimento, formazione, lavoro”. Di qui l’invito a “investire nella formazione giovanile e nell’istruzione”.



