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Settimana sociale: da Adamo a Marx i tentativi di eliminare la "fatica" del lavoro

Nella terza serata Umberto Curi ha proposto di andare alla radice della parola “lavoro”, proponendo poi una lettura storica.

04/10/2017

E’toccato al filosofo prof. Umberto Curi, già docente di Storia della filosofia all’università di Padova, a quella Vita-Salute San Raffaele di Milano, visiting professor presso le Università della California (Los Angeles) e di Boston, animare la terza serata della 31ª Settimana sociale, che nel contempo è stata l’occasione del primo incontro della scuola sociopolitica dell’associazione “Partecipare il presente”. E’ stato, quindi il presidente dell’associazione, Luca Bertuola, ad aprire i lavori della serata per anticipare le prossime manifestazioni previste. Quindi, preceduto dalla segretaria provinciale Cisl di Belluno-Treviso, Cinzia Bonan, ha preso avvio l’atteso intervento del prof. Curi, che non ha tradito le grandi aspettative del folto pubblico presente che ha particolarmente apprezzato il taglio storico-filosofico e antropologico scelto.
Partendo dal presupposto che ricercare il senso del lavoro nell’attuale contesto socioeconomico è di fondamentale importanza, Curi ha costruito la sua relazione citando anzitutto una riflessione del saggista argentino Jorge Francisco Borges che ammonisce all’uso corretto delle parole: esse hanno un’anima e vanno rispettate, pena il suo rivolgersi contro. Era la premessa, quella di Curi, per addentrarsi poi in un’analisi filologica del concetto del lavoro muovendo dal termine greco - “ponos” - che si presta ad una doppia interpretazione: “ponos” è tanto sinonimo del nostro concetto “lavoro”, quanto di “fatica”, “sofferenza” e pena.
L’ambivalenza di “ponos” - lavoro e sofferenza - è rintracciabile anche nel latino “labor” e per conseguenza nelle lingue neolatine, nella stessa Bibbia, quando leggiamo che, dopo il peccato originale, Dio impone il peso del “ponos” ad Adamo per procurarsi il cibo e ad Eva per partorire nel dolore. L’aspetto sorprendente del termine e la sua ambivalenza sta per Curi anche nel fatto che, se da un lato il lavoro è sofferenza, è anche premessa di qualcosa di nuovo che si fa luce, non a caso il “travaglio”, la sofferenza di una partoriente sono l’inizio di una nuova vita. Curi ha poi illustrato il concetto di lavoro nell’accezione di “progetto” rintracciabile anche in Marx, come si ha modo di leggere nel primo libro del famoso “Capitale”. Il lavoro, è progetto, espressione, percorso razionale e perciò consapevole e voluto, a differenza, di quanto avviene, ad esempio, nel mondo delle api, abili architetti sì, ma guidati soltanto dall’istinto.
Curi ha poi illustrato il percorso storico che il concetto di lavoro ha subito nella storia, a partire dall’avvento della Rivoluzione industriale e la conseguente nascita dell’economia politica la quale, assai rapidamente, si è affrancata dalla filosofia e dalla teologia. Con l’economia politica viene subito così scoperto, il merito è di Adam Smith, che il valore della merce dipende dal tempo necessario a produrla; Smith distingue tra lavoro “produttivo”, quello legato all’agricoltura e alla trasformazione, e quello “improduttivo”, legato ai servizi, oggi si direbbe il mondo del “terziario”. Concetti fondamentali nella lettura dello stesso Marx il cui studio oggi andrebbe emendato dalle errate interpretazioni spesso stantie e dettate da molti pregiudizi.
Marx ha certamente fatto della critica all’economia politica classica il tema dominante della sua ricerca, ma ha riconosciuto anche i molti meriti del capitalismo nella produzione di una qualità di vita certamente migliore rispetto al passato. E sono ancora meriti di Marx non solo la scoperta del doppio valore della merce - di uso e di scambio – ma anche quella del lavoro alienante, che è tale quando chi produce è privato dal frutto del suo valore, per cui il paradosso è che il lavoratore - diremmo il proletario - più lavora, più si impoverisce perché inevitabilmente diventa vittima dell’alienazione. Merito fondamentale dell’autore del “Capitale” resta quello di aver fortemente sottolineato il principio che è soltanto attraverso il lavoro che l’uomo realizza la propria essenza. Rileggere Marx, dunque, al di là dei luoghi comuni, è l’unico modo per riscoprirne i meriti che più che filosofici, sono economici.
L’ultimo segmento della relazione del prof. Curi si è occupato dalla “rivoluzione” apportata da Taylor nella riorganizzazione del sistema di fabbrica. La sua “catena di montaggio e le sue riforme sono ancora a base di una generale riorganizzazione e razionalizzazione dell’intero sistema produttivo. Ma, si è domandato Curi, chiudendo la sua brillante relazione: la razionalizzazione del mondo della produzione e la ricerca di eliminare nei secoli dal concetto di lavoro la connotazione di fatica ha avuto fortuna? Davvero il lavoro non prevede più la sofferenza? Il grande sforzo dell’uomo, in tal senso, si è poi davvero verificato?

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