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Sinistra, ora che fai?

Sembrava avere in mano il Paese. Invece il Pd perde i pezzi. Renzi viene sconfessato dai leader storici. E insidiato dal nuovo schieramento di Pisapia. La dura analisi del prof. Umberto Curi. 

06/07/2017

Impantanata. Nonostante le dichiarazioni di circostanza e le festose scampagnate nei “luoghi “sacri” della stagione prodiana, la Sinistra in Italia - per la verità in modo non dissimile dal resto dell’Europa - appare in una situazione di completo stallo.

Alla Camera, certo, una legge elettorale iper-maggioritaria ha regalato al Pd (e al suo 25% del 2013) il gruppo parlamentare più consistente della storia repubblicana. Una situazione che, grazie anche alla parallela implosione del centrodestra, gli ha consentito finora di governare il paese. Anzi, fino a due anni fa, il Pd di Renzi, reduce dal trionfo delle Europee, sembrava avere campo libero, controllando, oltre al Governo, ben 16 Regioni e quasi tutte le principali città d’Italia. Poi il brusco risveglio: il fallimento delle riforme con la bocciatura referendaria, la fine del Governo Renzi, le sconfitte alle Amministrative degli ultimi due anni. Ma, soprattutto, il rischio concreto di perdere le Elezioni Politiche della prossima primavera e l’incapacità, da parte di Renzi e del Partito democratico, di saper aggregare il proprio mondo. Con il risultato, tragicomico, che da una parte il leader Pd Renzi continua a proclamare di voler raggiungere il 40 per cento senza alleanze, pur perdendo pezzi e l’appoggio di tutti i leader storici. Dall’altra, un’intera piazza si ritrova (è accaduto sabato scorso ai “Santi Apostoli”, mitico luogo della stagione dell’Ulivo) attorno all’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, sotto lo slogan “Insieme”, raccogliendo coloro che sono uniti solo dal fatto di non voler più camminare “insieme” a Renzi e al Pd.

Perché il centrosinistra è arrivato a questo punto? E potrà uscirne in qualche modo? Lo abbiamo chiesto ad un intellettuale di sinistra, ed al tempo stesso “spirito libero”: il filosofo Umberto Curi, docente emerito di Storia della Filosofia all’Università di Padova, per lunghi anni presidente dell’Istituto Gramsci del Veneto, recentemente impegnato a Padova in quella Coalizione civica che, contrapposta al Pd al primo turno, ha poi contribuito al successo del centrosinistra al ballottaggio.

Professor Curi, perché la Sinistra è messa così male? Eppure due anni fa sembrava avere davanti a sé dieci anni di Governo...

In realtà le cause vanno inquadrate in un contesto generale, che è quello della crisi del sistema democratico rappresentativo del nostro paese. Una crisi che risale all’inizio degli anni ’90, quando le ripercussioni del crollo del Muro di Berlino hanno investito anche le democrazie occidentali. La contraddizione, ancora non risolta, sta nel fatto che si moltiplicano nella società i soggetti che chiedono di partecipare alla decisione politica, proprio nel momento in cui  tale decisione diventa sempre più “tecnica” e quindi in mano a delle ristrette oligarchie.

E in questa crisi come si inserisce la parabola della Sinistra?

Negli anni della cosiddetta “seconda Repubblica” i partiti non sono riusciti a porre rimedio a questa crisi di sistema. In mezzo a questa incapacità, occorre dire che il Partito democratico, il quale proprio in questi giorni festeggia il suo decimo compleanno, è forse il soggetto che più di altri cerca di comprendere questa crisi e di trovare dei rimedi di sistema. Penso al famoso convegno del Lingotto, guidato da Veltroni.

Pareva che Renzi fosse la persona giusta per dare compimento alla scommessa di Veltroni: una forza di sinistra nuova in grado di governare il paese senza alleanze improbabili. Invece cos’è successo?

Sono successe due cose. In primo luogo c’è questa tendenza risorgente della Sinistra all’auto-affondamento, una tendenza suicida incomprimibile. E poi c’è la questione Renzi. Bisogna riconoscere che il suo progetto originario sembrava essere all’altezza. Ma dopo l’esordio brillante e promettente, abbiamo assistito al passaggio da Renzi al “Renzismo”. L’ex premier, pur avendo la stoffa del leader, ha commesso errori macroscopici e soprattutto ha mostrato di non apprendere dai propri errori. In tal modo, l’attuale Pd da forza propulsiva di una rigenerazione della politica rischia di diventare una specie di peso morto.

Occorre allora guardare alla piazza di Pisapia?

Da quelle parti non mi pare di vedere niente di meglio. Intanto si sta riproducendo la sindrome che ha caratterizzato certa Sinistra per vent’anni. L’antiberlusconismo cede il posto all’antirenzismo. E poi mancano le due condizioni fondamentali, perché a sinistra del Pd possa sorgere qualcosa di nuovo: il ceto dirigente, composto in gran parte da un’accozzaglia di reduci, e il progetto politico, che manca completamente.

Quindi, come se ne esce a suo avviso?

Il quadro mi sembra in effetti poco promettente, diciamo pure deprimente. La Sinistra non si sta dimostrando all’altezza dei fenomeni indotti dalla globalizzazione e dalla perdurante crisi. Vedo due possibili sbocchi. La prima eventualità è che per il Pd si profili una novità radicale, magari che lo stesso Renzi rompa gli indugi con un’operazione analoga a quella compiuta da Macron in Francia, puntando ad un soggetto politico moderato e riformatore, senza gli alibi della tradizione, delle culture di riferimento, cioè la socialista e la cattolico democratica. Altrimenti vedo poche possibilità perché la Sinistra esca dalla crisi, e immagino che il persistere di alcune questioni, in particolare l’immigrazione e la crisi economica, porteranno ad una vittoria della Destra.

Eppure i parziali successi di Sanders negli Usa e di Corbin in Gran Bretagna sembrano dirci che c’è ancora spazio per una sinistra “classica”, di battaglia sui suoi temi tradizionali...

Sì, ma a me apre che sia più che altro una nostalgia per una Sinistra non pasticciona, senza contaminazioni. Ma poi questo tipo di movimenti hanno caratteristiche nuove, intercettano parti del cosiddetto “populismo”, cercano una partecipazione più diretta. In parte tali esigenze sono espresse dallo stesso Movimento 5 Stelle.

Ci spiega cos’è successo a Padova con la vittoria al ballottaggio dopo l’alleanza tra il Pd e la sorprendente Coalizione Civica?

Parlando di una nuova Sinistra, quello di Padova è forse l’esempio più calzante. In sei mesi è nato un nuovo soggetto politico, Coalizione Civica, che ha raccolto il 23%, ha saputo lavorare con continuità e coerenza, riuscendo ad essere incisivo al ballottaggio. Ma non è stata un’esperienza semplice e neppure rettilinea. Non sono da escludere battute d’arresto, ma si tratta di uno straordinario equilibrio tra partecipazione orizzontale ed incisività.

Potrebbe essere un riferimento nazionale?

Me lo chiedo anch’io, forse sì. Però bisogna riconoscere che, oltre alla legge con il doppio turno, a Padova si era creata una situazione specifica di forte spaccatura in città sulla figura del precedente sindaco Bitonci e sulla sua idea di città fortezza.

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