domenica, 04 ottobre 2026
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Sociale da reinventare

La riforma del sistema sociosanitario veneto pone interrogativi. Alcune questioni destano oggi preoccupazione e scaldano il dibattito pubblico soprattutto perché potrebbero davvero incidere sull’offerta stessa dei servizi sociali e dunque sul benessere delle nostre comunità. Ma si offrono anche nuove sfide, come il “welfare di comunità”.

Come faranno i 95 comuni riuniti nella nuova conferenza dei sindaci dell’Ulss 2 trevigiana a mettersi d’accordo per garantire una offerta dei servizi sociali omogenea ed equa sul territorio? O come sarà possibile costruire politiche di welfare per un’area provinciale di quasi 900 mila abitanti accorpando distretti e unità operative? O ancora, come riusciranno le Amministrazioni locali, ridotte progressivamente al ruolo di comparse per il meccanismo della delega alle Ulss, a riprendersi oggi il sociale?
Le nuove sfide in questo settore passano nella nostra regione per l’applicazione della legge 19/2016 (e soprattutto dei successivi atti aziendali, tra cui la delibera di giunta 30), salutata come la riforma veneta più attesa degli ultimi anni, voluta fortemente per contenere i costi ridisegnando i confini delle Ulss e istituendo l’azienda zero, peraltro ancora sul nastro di partenza.
Dalla riorganizzazione e dall’accorpamento dei distretti al taglio delle unità operative complesse (da 71 a 33) e semplici (da 93 a 43), dalla composizione delle nuove conferenze dei sindaci al blocco del turn over del personale che tradizionalmente lavora sul versante sociosanitario - assistenti sociali, educatori, psicologi – fino al ruolo che dovranno giocare i comuni: alcune questioni destano oggi preoccupazione e scaldano il dibattito pubblico soprattutto perché potrebbero davvero incidere sull’offerta stessa dei servizi sociali e dunque sul benessere delle nostre comunità.
A fare il punto della situazione hanno provato le Acli del Veneto con un convegno di studi organizzato la scorsa settimana ed introdotto così dal presidente regionale Andrea Citron: “Qualche anno fa Giuseppe De Rita individuava nell’integrazione sociosanitaria il «segreto» dei risultati raggiunti dal modello veneto di welfare. Un modello scelto dalla nostra regione quarant’anni fa e sempre confermato per la sua efficacia e sostenibilità. Ma esiste ancora questo modello, nonostante la mancanza di “manutenzione” normativa e le conseguenze che provengono dalla riorganizzazione attuale del sistema sanitario?”.
Tante le questioni aperte, rilanciate con non poca preoccupazione dal mondo della cooperazione e del volontariato, oltre che da alcuni sindaci presenti all’incontro.
“Le politiche sociali costituiscono un aspetto fondamentale delle politiche integrate per lo sviluppo del territorio, sono beni relazionali, capitale sociale di cui il Veneto ha buona tradizione – ha ricordato Patrizia Messina, docente universitaria e direttore del Centro di ricerca sul Nord Est Giorgio Lago -; rappresentano, in altre parole, una componente essenziale che garantisce benessere e qualità della vita, richiedono un approccio ecosistemico, integrato. Per questo non si può tagliare a fettine un territorio e nemmeno riconsegnarlo, di fatto a causa dei tagli, ai governi comunali senza sostenerli in forme associate perché semplicemente non ce la fanno: non hanno più la tradizione e manca ancora una vera cultura di aggregazione. La regione ha operato con una logica prettamente sanitaria, dunque aziendale ed ospedale-centrica, facendo prevalere ragioni che non rispondono né a motivi economici né di qualità dei servizi, né di radicamento sul territorio”.
Il welfare locale di comunità è invece, a suo dire, la via da seguire nello sviluppo delle politiche sociali, incentivando il vincolo della gestione associata intercomunale, la produzione di servizi alla persona come “beni relazionali” in grado di generare capitale sociale territoriale, le reti di governance pubblico-privato di cui la Fondazione di Comunità Sinistra Piave è un esempio virtuoso. “Di fatto – ha concluso la Messina – è la rete dei servizi che definisce gli ambiti territoriali di sviluppo, non i confini amministrativi; cioè la capacità di costruire relazioni di fiducia, attorno ad un progetto di sviluppo condiviso, attraverso la produzione di beni collettivi relazionali per lo sviluppo locale”. Comunità oggi è ciò che decidiamo di mettere in comune.

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