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Irene Albanese, passione nata con Notre Dame de Paris
Attrice, performer, regista e cantante; giovane, non ancora trentenne, direttrice di una accademia d’arte, oggi ha scelto l’Abruzzo per vivere e lavorare, portando avanti progetti di formazione e produzione riconosciuti a livello nazionale. In questi mesi sul palco del musical “La Pimpa”, diretta da Enzo D’Alò, Irene Albanese interpreta il Lupo Ludovico, un personaggio che ribalta, con ironia e delicatezza, il pregiudizio del “lupo cattivo”. Insieme ai compagni di scena, anima pupazzi e figure che prendono vita davanti agli occhi di bambini e adulti, in uno spettacolo che celebra i cinquant’anni della cagnolina a pallini rossi inventata da Altan. La sua interpretazione colpisce per versatilità, anche considerata l’età di questa giovane artista: voce lirica, presenza scenica, precisione nel movimento. È un ruolo che richiede tecnica, ma anche una sensibilità rara nel parlare a più generazioni contemporaneamente. Pimpa, il musical a pois non è solo, dunque, un successo di pubblico: è la conferma di un’artista che sa reinventarsi, sperimentare, mettersi in gioco. Ed è proprio da qui, da questo lavoro che unisce tradizione e innovazione e celebra il potere del teatro di ispirare, educare e unire, che si può raccontare il percorso di Irene Albanese: un viaggio iniziato molto prima dei riflettori, quando il teatro era ancora un gioco nel salotto di casa.
Talento nato in famiglia
Classe 1996, originaria di Canizzano, Irene cresce in una famiglia dove la creatività è quotidiana. Mamma insegnante, suo padre, Massimo Albanese, noto come Max, pasticciere in via Sant’Angelo, all’altezza di Santa Maria sul Sile, e anche ora in centro a Treviso, è conosciuto come il “re del tiramisù”, premiato nel 2023 per aver realizzato il miglior tiramisù di Treviso e ambasciatore dell’eccellenza italiana in Giappone, durante l’evento “Italia, amore mio!”.
Fin da bambina Irene trasforma il salotto in un teatro: scenografie improvvisate, costumi creati con ciò che trova, storie inventate insieme al fratello. In nuce c’è giù tutto: la creatività, la regia, l’espressione artistica. Il momento decisivo arriva nel 2003, quando in televisione viene trasmesso Notre Dame de Paris dall’Arena di Verona, il capolavoro di Riccardo Cocciante tratto dall’omonimo romando di Victor Hugo. Irene si siede per terra, vicinissima allo schermo, per non perdere neanche un dettaglio. “Più li guardavo, più ero felice”, ricorda. Quel Natale chiede il cofanetto con dvd e cd: lo consumerà a forza di riavvolgere il nostro per rivederlo per l’ennesima volta. È lì che capisce che quella non è una semplice passione, ma la strada della sua vita.
Formazione: disciplina, studio e visione
Dopo aver frequentato il liceo linguistico “Duca degli Abruzzi” a Treviso ed essere entrata nel Piccolo coro dei Doremissimi di Paola Pascoli, Irene decide di seguire la sua intuizione più profonda: fare dell’arte una professione. Supera l’audizione per la Bsmt – Bernstein School of Musical Theater di Bologna, dove studia canto, recitazione e danza. Una volta diplomata, inizia subito a lavorare, soprattutto in compagnie di prosa e teatri italiani. Parallelamente continua a formarsi e conclude con successo due importanti master: uno in Commedia dell’arte al teatro Stabile del Veneto e uno in Pedagogia teatrale a Roma. “La mia idea è sempre stata abbastanza chiara, benché in continua evoluzione – spiega -: unire produzione e insegnamento, palcoscenico e retropalco, interpretazione e pedagogia. La recitazione, in fondo, è un mezzo per scavare dentro di sé, far emergere temi, affrontare nodi emotivi”. Irene è convinta che l’arte sia anche terapeutica e che possa aiutare a superare momenti difficili. Anche quando strappa una risata. Perciò lavora per avvicinare quante più persone possibili al teatro.
L’Abruzzo e la nascita di Nova arte
Nel 2019, complice una felice vicenda personale, Irene si trasferisce in Abruzzo. La pandemia la “blocca” in quelle terre che – per certi versi – sono più “indietro” rispetto agli ambienti veneti, emiliani, lombardi, a cui è abituata, ma allo stesso tempo le offre lo spazio per riflettere e per sperimentare. Quando il lockdown finisce, prende una decisione radicale: fondare un centro che possa dare ai giovani artisti ciò che lei stessa ha ricevuto altrove.
Nasce così Nova arte – Centro arti performative, creato insieme al co-direttore Vanni Malandra.
Nova è una scommessa, soprattutto in una regione dove – come racconta Irene – “c’è ancora la mentalità che di arte non si può vivere”. Ma è proprio per questo che decide di restare: per dimostrare che si può fare, che il talento va coltivato, che la cultura può diventare un mestiere.
Il centro offre formazione di alto livello, opportunità di collaborazione, prime esperienze professionali e nuove produzioni. L’obiettivo è chiaro: creare un ecosistema artistico che permetta ai giovani di crescere e lavorare, senza dover necessariamente migrare altrove.
Carriera artistica: tra musical, prosa e opera
Intanto, il percorso di Irene si fa ricco e trasversale. Tra i suoi ruoli più significativi in questi primi anni di lavoro - in fondo lei non ne ha ancora compiuti 30 -, c’è mrs Bric in “La Bella e la Bestia” e Fata Flora in “Malefica”; ha partecipazioni al Festival di Macerata con Turandot, al Festival pucciniano; è stata autrice della commedia musicale “La forma delle nuvole”.
La sua poetica è chiara: leggerezza apparente, profondità emotiva, attenzione alla crescita personale.
Sui social, Irene sperimenta nuovi linguaggi: ha creato una figura d’altri tempi, ironica e raffinata, con cui racconta la quotidianità: Madama Camelia una dama dell’800 che si ritrova sbalzata, racconta lei, in questo mondo moderno e cerca di comprenderlo, di adattarsi e dare anche dei consigli ai “pregiatissimi osservatori dell’altrui destino”, li chiama lei.
Attraverso questo personaggio, crea storie che possano arrivare dentro le case delle persone in quanto lavorando attualmente in teatro e non nel mondo cinematografico ha trovato questo modo per riuscire a comunicare a un pubblico più ampio. Dietro questa scelta c’è studio, ricerca, costruzione drammaturgica: un modo per portare il teatro fuori dal teatro, per avvicinare nuovi pubblici, per sperimentare linguaggi contemporanei. Pur non essendosi ancora dedicata al cinema – scelta che forse limita la sua notorietà mainstream – Irene dimostra che il teatro, pur avendo un pubblico più ristretto, offre infinite possibilità. E lei le coglie tutte.
Ha diversi progetti in cantiere, alcuni ancora riservati. . Tra questi, due progetti vocali: un duo e un trio per eventi pubblici. Nel frattempo continua a lavorare in teatro, a formare giovani artisti, ad allestire nuove produzioni. La visione è chiara: l’arte come crescita umana, come responsabilità sociale, come mestiere possibile. La sua, in fondo, è la storia di una vocazione che diventa professione, di un talento che diventa progetto, di un sogno che diventa realtà concreta.
È la prova che si può vivere d’arte, se si resta aperti, se si sperimenta, se si cresce. E che anche in territori dove la cultura fatica, si possono trovare spazi. Perché, in fondo, le idee camminano sulle gambe di chi cammina.



