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Due interessanti film in uscita il prossimo 26 marzo

Un piccolo fatto in India diventa teatro del mondo

In arrivo, nelle sale cinematografiche, previsti per il 26 marzo, due film che vale la pena commentare insieme e poi vedere sul grande schermo.

Il primo di cui parliamo è “Mio fratello è un vichingo”, da cui è estratta la frase “Siamo messi male, siamo messi molto male”.

Questa frase, tratta da “Triangle of sadness”, ben si adatta a descrivere i personaggi dell’ultimo film di Anders Thomas Jensen, ma anche ci ricorderà, una volta visto “Mio fratello è un vichingo”, che siamo messi male per quella ostinazione a definire commedia all’italiana molti film recenti, prodotti ormai senza più inventiva e “cattiveria”. Qui, un rapinatore di banche, uscito di prigione dopo 15 anni, cerca di far recuperare la memoria al fratello maggiore impazzito nel frattempo, essendo l’unico a sapere dov’è sepolta la refurtiva.

Se in “Buen Camino” di Checco Zalone qualcuno ha “visto Gesù” solo perché negli ultimi due minuti l’attrice principale usciva vestita da suora, allora sì, siamo messi molto male. Il danese Anders ci sveglia ancora una volta, dopo “Le mele di Adamo” del 2005, con un’opera dark, cattiva al punto giusto da mettere a nudo le fragilità di tutti i protagonisti, a cui, però, ci si affeziona subito. Perché si può essere anche più “cose” nella vita, perché è giusto avere dei sogni, ma è straordinario quando questi sogni li accettiamo anche se si realizzano in modo molto umile e parziale. Tutti vogliamo essere belli e valere, ma siamo quello che siamo. È un percorso fatto di scontri, botte, furti e anche peggio, fratelli che si allontanano e si ritrovano, risate e momenti di tenerezza, colpi di scena e scene folli e inaspettate. Qui, sì davvero come nelle storie della Bibbia, o forse, più semplicemente, come nella vita vera. Il cattivo brucia all’inferno mentre i feriti della vita trovano il loro paradiso. Grazie Anders Thomas Jensen per questo film meritevole di attenzione.

Il secondo film in uscita, degno di nota, è “Homebound”, da cui ricaviamo: “Ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti” (frase di Tennessee Williams, Un tram chiamato desiderio).

Homebound racconta una piccola storia vera, talmente piccola che si fa fatica a immaginare potesse meritare un articolo sul New York Times e, poi, diventare un film. Vale la pena conoscere la storia di due ragazzi abbracciati lungo un autostrada deserta nell’immensità di una India bloccata dal Covid? La risposta è sì, perché l’India diventa “teatro del mondo” e, quindi, anche del nostro, del mio mondo. In una folla immensa e competitiva, Shoaib e Cahandan sono due formichine che potrebbero essere calpestate e dimenticate tranquillamente, ma che, invece, entrano nella vita degli spettatori per non uscirne più.

Tra oscene divisioni in classi sociali e razzismi vomitevoli, tra un lavoro sfiancante per portare a casa i soldi necessari solo alla sussistenza, i due amici non si stancano di cercare e provare di tutto per uscire dalla loro condizione. E se i fumi delle pire funerarie sembrano dire che tutto è inutile e vacuo, sarà il gesto di bontà di una sconosciuta a dare comunque ancora vita e un senso al tutto. Shoaib e Chandan confidano in questa bontà, nella bontà della vita e della gente. Camminano, lavorano, litigano, ma alla fine si ritrovano e diventano una cosa sola. La loro amicizia struggente brilla e illumina la loro vita e quella di tutti coloro che vorranno conoscerla. Un piccolo gioiello di cinema da non perdere.

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