Mauro Corona è noto al pubblico anche per la sua partecipazione, in qualità di opinionista e tuttologo,...
III Domenica del Tempo ordinario: chiamati a essere fratelli
Che peso possono avere oggi delle parole buone in un clima segnato dalla violenza e dall’incapacità di riconoscere l’altro? Apparentemente deboli, queste parole, se passano nelle nostre anime come la goccia d’acqua che cade e ricade su una pietra, sempre allo stesso posto (come dice Charles de Foucauld), possono far intravedere la “potenza di Dio”. Nella Domenica della Parola, siamo incoraggiati a fissare lo sguardo su colui che è “Parola buona”: se il nostro animo si modella al Suo, diventiamo luce per il mondo di oggi. Proviamo a scorgere alcuni tratti della persona di Gesù, che emergono dal Vangelo di questa domenica, e che possiamo imitare.
Innanzitutto, Gesù inizia la sua missione dopo un passaggio di testimone. Anche lui, come tutti, si inserisce in qualcosa di più grande, che presuppone ascolto e umiltà. Come quando iniziamo un nuovo lavoro o arriviamo in una nuova realtà... Come accade quando veniamo al mondo, perché nessuno “si fa da solo”, nemmeno Gesù. La sua missione si realizza aderendo a un desiderio più grande: quello di Dio di far conoscere la Sua presenza buona nelle trame dell’esistenza umana.
Gesù è un uomo che non si stanca di partire e ricominciare. Lascia il posto nel quale aveva vissuto per 30 anni, da lui conosciuto e fino a quel momento “sicuro”, per andare in una terra nota per la sua complessità. La “Galilea delle genti”: un luogo nel quale vivono pagani ed ebrei, dove la diversità è il tratto più evidente e dove la storia è segnata da ferite e umiliazioni (la terra di Zabulon e di Neftali aveva subìto l’oppressione di altri popoli). Gesù sceglie di abitare in contesti dove la diversità di esperienze, idee, valori può essere un’opportunità. Lì, egli privilegia chi è stato umiliato.
Andando in un territorio “sulla via del mare” (simbolicamente il luogo delle forze oscure), Gesù ci lascia intuire che la sua missione si realizza proprio in quelle realtà dove il conflitto stagnante, la malattia e la morte, la paura o il rifiuto dell’altro possono togliere il respiro. Non resta accomodato nelle tenebre, ma cammina con noi per farci uscire da quel “mare di morte” in cui possiamo trovarci. E come lo fa? Chiamandoci per nome, tessendo una relazione personale con noi e chiedendoci di essere “pescatori di uomini”. Farsi carico del fratello e della sorella per “tirar fuori” altri dal “mare” che opprime e svuota. Quello che Gesù dona a Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni (che chiama ripetutamente “fratelli”) è il vero “emergere nella vita”, che nasce dall’essere fraterni. Rispetto al bisogno di emergere che è dentro ognuno di noi, e che può metterci in competizione con gli altri, Gesù ci propone di essere Chiesa che lavora insieme e che impara dalla vita di ogni essere umano: che abbia un ruolo oppure no, che sia credente o non credente, laico o consacrato...
Se abbiamo l’impressione che l’essere fraterni non abbia gran peso, vale la pena cambiare prospettiva. Prendere posizione per la dignità e il cammino della sorella o del fratello, arrivare a convergere, pur partendo da sentimenti e pensieri diversi, talvolta opposti, sono espressioni di un mondo fraterno possibile. Contrariamente alle tante parole di “impossibilità” che ci vengono trasmesse. È questa la conversione che ci è chiesta. Lasciamoci plasmare dal Vangelo, che Charles de Foucauld dice non essere altro che l’applicazione di questa parola: “Dio è amore”. Bontà, carità, amore, tenera compassione, misericordia che si diffonde come pioggia di benefici, a volte sulle anime, a volte sui corpi, ecco ciò che ci mostrano tutte le pagine del Vangelo.
Discepole del Vangelo, Castelfranco Veneto



