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Il racconto di chi ha vissuto dentro al regime iraniano per quarant’anni: “Ora vogliamo libertà”

I crimini inenarrabili del Governo e un’economia a pezzi. Gli iraniani oggi preferiscono le bombe, nella speranza che tutto cambi

Shirin (nome di fantasia) è un’insegnante e attivista iraniana, residente nella Marca da una decina d’anni. La sua famiglia si trova tuttora in Iran, e per questo motivo preferisce l’anonimato, per difenderli da un regime sanguinario che non si fa scrupoli a “usare i dissidenti politici del carcere di Evin, come anche le studentesse di una scuola, come scudi umani”.

Shirin non sente i suoi familiari dal giorno in cui è iniziato l’attacco, ma, tramite alcuni amici, è riuscita a sapere che per ora stanno bene. Il suo cuore è diviso tra l’apprensione per l’escalation militare di un conflitto che si sta diffondendo a macchia d’olio e la speranza che i bombardamenti su Teheran portino alla fine del regime e il popolo iraniano a essere finalmente libero e sovrano.

Come stanno reagendo gli iraniani a questo attacco?

Il popolo iraniano non rimpiangerà la morte di Khamenei. E anche le bombe, non sono nulla per noi in confronto a quello che abbiamo patito sotto il regime. Sono morti cinquecento civili nei bombardamenti? Tra l’8 e il 9 gennaio scorsi, durante le proteste di piazza, in meno di due giorni sono state uccise dal Governo 36 mila persone. So che dall’Italia è difficile da comprendere, ma la popolazione iraniana è allo stremo, vivere sotto i bombardamenti è terribile, ma per noi è il meno peggio, gli iraniani sono disposti a morire, purché le cose cambino, purché in Iran torni la libertà.

Gli Usa proseguono nell’attacco, ma non parlano di cambio di regime, ci si può sperare davvero?

Gli americani stanno uccidendo molti leader dell’apparato di comando iraniano, anche se ne sono rimasti tanti. Attaccano le sedi del potere nei quartieri, il regime è furbo e le milizie si stanno nascondendo nelle scuole, usano la popolazione civile come scudi umani, ma gli iraniani sono ormai allo stremo, all’oppressione politica si è aggiunta la fame, il 60% della popolazione iraniana vive sotto la soglia di povertà. A differenza delle proteste del 2022, quelle seguite all’omicidio di Mahsa Amini da parte della polizia religiosa, oggi la questione va oltre la politica. La popolazione è stata affamata affinché non avesse le forze per ribellarsi, ma oggi la situazione economica è tale da non essere più sostenibile, nelle piazze sono scesi anche i commercianti, che in Iran sono una forza politica importante. Siamo in una situazione di sospensione, ma quando gli Usa smetteranno di bombardare, le piazze iraniane si riempiranno.

Dovranno fare i conti con il potere militare.

Le forze militari non si ribelleranno al regime, fuori Teheran, però, alcune sedi militari sono state bombardate e la popolazione si è impadronita delle armi.

Parliamo di una guerra civile, esiste un’opposizione strutturata che possa farvi fronte?

Sarà inevitabile. All’interno del Paese non c’è una opposizione, tutti i dissidenti politici sono al momento in carcere. Fuori c’è stato un tentativo di strutturare un’opposizione al regime, ma è naufragato. Al momento l’unica voce che sostiene il popolo iraniano è quella di Reza Pahlavi.

Il figlio dello Scià che fu deposto con la rivoluzione del 1979. Quella volta il cambio di regime non è andato esattamente come sperato.

Pahlavi è l’unica persona che si è resa disponibile, è rimasto solo lui, per cui non c’è un’altra strada. Il figlio dello Scià si è proposto per accompagnare la transizione tra il vecchio e il nuovo. Di gestire un cambio di regime che non può essere portato avanti dialogando con chi detiene il potere oggi.

Non ritiene che la via del dialogo sia percorribile?

No, troppo odio. Il male è una spirale che genera ulteriori sofferenze, ma siamo arrivati a un punto in cui è impossibile perdonare. Venticinque anni fa un giornale iraniano rivelò i piani del Governo per eliminare gli oppositori politici fuori dal Paese, quel giornale fu chiuso. Gli studenti universitari scesero in piazza per la libertà di stampa. Quella sera i poliziotti entrarono nel dormitorio degli studenti, li legarono e li gettarono vivi dal tetto. Altri ragazzi scomparvero e ancora oggi non si sa dove siano. Oggi le madri di quei ragazzi ballano in strada per la morte di Khamenei. Le famiglie in questi mesi sono state costrette a cercare i corpi dei propri figli aprendo uno per uno anche mille sacchi di cadaveri accatastati negli obitori. Una transizione pacifica non è più possibile, chi è al potere saccheggerà e distruggerà tutto, finché possibile, qualsiasi cosa sarà meglio di ciò che c’è oggi. Gli iraniani sono un popolo generoso, ma oggi vogliono, libertà, diritti fondamentali garantiti e una vita dignitosa.

Tuttavia c’è anche una parte della popolazione ancora favorevole al regime.

Si tratta di persone che hanno un interesse nel sostenere il regime, oppure di persone talmente indottrinate da non rendersi conto di cosa sta accadendo, ma sono meno di quello che si pensi.

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