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IV domenica di quaresima: Credere in Gesù, fondando in lui la vita

Un cammino che porta davvero alla salvezza, ovvero alla “vita di Pasqua”

Il secondo brano dall’evangelo secondo Giovanni, che accompagna il nostro cammino verso la Pasqua di quest’anno, ritorna anch’esso sull’esperienza centrale della vita di Gesù, la sua morte e risurrezione.

Il “sogno di Dio”. Il senso di questa vicenda si comprende alla luce della volontà, del desiderio profondo di Dio: che non è certo la morte del Figlio amato, ma piuttosto che ogni creatura viva “la vita eterna”, cioè la stessa vita del Figlio. Nella tradizione biblica, “vita eterna” è ben più che una vita senza fine. Non è tanto la mia vita prolungata all’infinito, con tutte le fragilità che sperimento ogni giorno, quanto una vita che si lascia trasformare dall’amore di Dio, per cui riesce a passare perfino attraverso la morte, e a giungere oltre, nella sorprendente realtà di Dio stesso. Una realtà in cui la capacità di amare supera per sempre il rischio del tradimento, della ferita, dell’abbandono, del fallimento, del dolore, della morte. Una realtà in cui quanto di più bello, gioioso, armonioso, gustoso, fantasioso viviamo viene portato a compimento come frutto di quel seme che ancora germoglia ogni giorno.

La “vita di Pasqua” si apre dal profondo della croce. Forse il termine “vita di Pasqua” riesce oggi ad aprire meglio il nostro immaginario a una realtà dinamica, che da un lato è compimento, dall’altro è superamento di quanto già sperimentiamo quotidianamente di vivo, di grande, di buono. E ad introdurci a un’esperienza che più ci avvicina al compimento del sogno di Dio così come si realizza nella morte e risurrezione di Gesù. In questo senso possiamo meglio comprendere il modo tipico del quarto vangelo di presentare l’«innalzamento» di Gesù sulla croce come l’«innalzamento» nella gloria della vita di Dio. Non evadendo dall’angoscia della morte, quanto vivendola nell’affidamento al Padre, al quale Gesù “consegna lo spirito” (Gv 19,30). E’ questa la sorte del “Figlio dell’Uomo”. Costui è figura già presente nelle Scritture, fortemente legata da un lato alla condizione umana, dall’altro alla condizione del compimento dei tempi, e a un ruolo di giudice della storia secondo la volontà di Dio (Dan 7,13). E’ termine ben presente anche negli altri evangelisti, uno dei modi “preferiti” da Gesù per parlare di se stesso. Nel quarto Vangelo appare qui per la prima volta, e assume una valenza che descrive tutta la vicenda dello stesso Gesù come colui che è “sceso” dal cielo, da Dio, per donare definitivamente la vita di Dio a tutti coloro che l’accolgono, e così facendo “risalire” al cielo, aprendo la via per l’incontro definitivo col Padre. Nel brano vi è una delle sintesi più chiare di questo modo di esprimere la vicenda di Gesù in quanto Figlio dell’uomo: è lo stesso Figlio di Dio, l’Amato, da Dio donato perché il mondo intero sia “salvato” grazie a lui e al suo donarsi fino al compimento, fino al passo estremo della croce.

Credere “in” lui. Questa intera vicenda rende la relazione con lui decisiva per la salvezza. Tale relazione è espressa come “credere in”. Se allarghiamo lo sguardo all’intero evangelo, comprendiamo come questo “credere” non si limiti a un assenso razionale ad alcuni concetti, che pure possono riassumere la visione del mondo e della vita che nasce dalla vicenda della Pasqua. E’ ben di più, è scelta di fondare la propria vita e le proprie scelte in Gesù, ovvero di fidarsi di lui al punto da seguirlo giorno per giorno, fino alla croce e oltre, perché abbiamo intuito che questo cammino porta davvero alla salvezza, ovvero alla “vita di Pasqua”, è cammino capace di attraversare ogni morte che tenti di rovinarci. E’ scelta di passi sempre fragili e faticosi, sempre a rischio di caduta, è scelta di condivisioni e di sostegni reciproci, è scelta che non esclude i dubbi e le domande, che non giudica i cammini di altri, ma li spera comunque avvolti dall’amore di Dio in Gesù.

Un Dio che ama a ogni costo. La Parola di oggi ci apre una volta ancora, e in modo esplicito e chiaro, a un volto di Dio che non vuole che il mondo si perda nella disperazione e nella rovina. Vuole impedirlo perfino a costo della persona più cara, il suo Figlio, l’Unico, l’Amato, anche se lo fa non sopprimendo il male che deriva anche dalle nostre azioni, ma assumendo la parte delle vittime. E non tanto sacrificando il Figlio, come un insensibile regista di una tragedia disumana, ma angosciato con lui fino al compimento del passaggio di Pasqua. Quindi compatendo con noi le nostre angosce, continuando fino alla fine e oltre a offrirci il suo amore che incessantemente genera vita, davvero degna di essere vissuta. A noi, allora, scegliere di credere “in Gesù”: fino a lasciarci illuminare l’esistenza da lui, dalla forza del suo Spirito e dallo stile della sua vita, perché tutti i semi di bene seminati in noi e attorno a noi possano germogliare grazie anche alle nostre cure, e crescere, portare frutto di vita, da condividere nella speranza e nella gioia.

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