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V domenica del Tempo ordinario: Lasciarci rialzare e chiamare a servire

Il nostro “servire” parte dalla personale esperienza di essere stati “serviti” da Gesù

Prosegue e si conclude il racconto della “giornata inaugurale” di Gesù a Cafarnao. Dopo i luoghi del lavoro e dell’assemblea liturgica, è ora il tempo dell’ambiente familiare e della pubblica piazza. Finché il giorno si conclude e giunge il tempo di “andare oltre”.

Rialzare per servire. In famiglia si compie il primo segno miracoloso raccontato nel secondo vangelo: in un incalzare di movimenti, Gesù passa «subito» in casa di Simone insieme a lui e agli altri chiamati, e «subito» gli parlano della suocera a letto con la febbre. E qui c’è un immediato susseguirsi di altre azioni, premurose e delicate: si avvicina, la prende per mano, la fa alzare. Gesti che parlano, tocchi efficaci, come era stata efficace la voce che aveva «fatto uscire» lo spirito impuro nella sinagoga, e che ora «fanno uscire» la febbre, la malattia che sfinisce la vita. Il verbo usato per “farla alzare” è lo stesso che verrà ripreso nel vangelo secondo Marco per la risurrezione: di altri uomini (Mc 6,14.16; 12,26) e dello stesso Gesù (14,28; 16,6). Gesù fa passare la donna dalla posizione supina, propria della morte, alla posizione eretta, propria della vita. E la restituisce al quotidiano vivere, che per lei, molto concretamente, è servire gli altri. Ma anche il verbo usato qui è particolare: ritornerà solo quando l’evangelista parlerà di Gesù che serve, o delle donne che avevano servito lui. Un sottile gioco linguistico allude ad altro: in quella prima guarigione che sembra così “semplice”, l’evangelista apre al mistero di una salvezza che supererà ogni attesa. Il Regno di Dio che Gesù viene ad inaugurare sarà davvero compimento della promessa di vita di Dio oltre ogni desiderio umano. Anche se per compierlo Gesù dovrà confrontarsi fino alla fine con tutto ciò che rovina la vita, fino ad attraversare perfino la morte. E d’altra parte, quel “servire” che segue la guarigione sarà come un rispondere a colui che per primo “ha servito” rimettendo “in piedi” la tua vita, facendola “risorgere” alla dimensione grande e sorprendente del Regno di Dio.

Servire oltre. Di fatto, quel primo “rimettere in piedi” scacciando la febbre che insidia il vivere si allarga di seguito a tante altre situazioni di persone infragilite da malattie o altri mali che deformano l’esistenza e le sue relazioni: «Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni». Un “servire” che Gesù però non vuol limitare a un singolo villaggio: lui non è venuto per fare da guaritore ed esorcista di una sola comunità, ma per inaugurare il Regno di Dio con la parola e con le opere a partire da Cafarnao fin dove lo porteranno le sue forze e il sogno del Padre.

E’ un “andare oltre” che ha origine da un tempo di relazione profonda con Dio nel momento che precede il decidere e l’agire del giorno («al mattino presto quando era ancora buio»), e che troverà un altro simile momento alla vigilia dell’arresto a Gerusalemme, stavolta però sul limitare della notte fonda. A indicare come il tempo dell’«andare altrove», a partire dai villaggi vicini, fino a oltrepassare lo stesso abisso della morte, sia stato reso possibile da un profondo e impegnativo confronto col Padre.

Gesù ci serve salvandoci e ci apre a “servire oltre”. E noi? Quanto siamo consapevoli che il nostro “servire” parte da una nostra personale esperienza di “essere stati serviti” da Dio-salva, Gesù? Serviti in una riconciliazione profonda nelle nostre relazioni, in una guarigione di ferite e risentimenti, in una progressiva liberazione da paure e chiusure, in tutto ciò che ci separa dalla fonte della vita, il Padre, e dalla rete complessa di relazioni che la vita la rendono possibile, con gli altri e con l’ambiente grazie al quale viviamo? Un’esperienza che prende forma dentro le stesse relazioni talvolta ferite, e che può essere riconosciuta e crescere grazie a tempi di preghiera in cui si rinnova il nostro rapporto con il Padre. Un’esperienza che non cessa di sorprenderci, e di far nascere in noi gratitudine e gioia. E crea capacità di gesti, di sguardi, di con-tatti che rialzano da giacigli di malattia, ma anche di depressione, di svalutazione, di disprezzo, possibilità di incontri che riconoscono dignità e riaccendono speranza.

Saremo disposti, grazie a questa esperienza, a seguire Gesù in un servizio che può portarci più oltre? Oltre i confini delle nostre prossimità, un po’ più in là della nostra famiglia, delle relazioni quotidiane, allargando il nostro sguardo a incontri imprevisti, a interessarci a eventi che coinvolgono territori diversi dal nostro, in cui comunque il Regno di Dio vuole manifestarsi come seme di giustizia, di pace, di responsabilità per il bene di tutti.

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