La polemica l’ha innescata Flavio Briatore, il noto imprenditore che, quanto a offrire ghiotte occasioni...
XV Domenica del Tempo ordinario. Lo “spreco” del seminatore
Mi ricevi come il vento la vela.
Ti ricevo come il solco il seme.
Questa poesia, di un autore ignoto, ci introduce bene alla pagina evangelica che la liturgia ci dona.
Gesù esce di casa e va presso la riva del lago di Tiberiade. La gente che accorre è molta! Gesù, per questo, sale su una barca e da lì inizia un lungo discorso in parabole. La folla che ha davanti è un composto vario di umanità! Gesù, insieme ai suoi discepoli, infatti, si trova in Galilea. Ai tempi di Gesù, questa regione era abitata prevalentemente dalla popolazione ebraica, ma anche da una significativa presenza di non ebrei. Dunque, tra la folla è verosimile che ci fossero ebrei ma anche non ebrei; curiosi, simpatizzanti, chi in accordo con Gesù, chi in disaccordo; gente semplice del popolo ma anche scribi e farisei. L’evangelista specifica che Gesù parla loro in parabole. Le parabole sono racconti tratti dalla vita ordinaria, che contengono un insegnamento più profondo, nascosto dietro alla realtà da cui sono tratte. Quelle raccontate da Gesù sono semplici, accessibili a tutti ma sono anche un campo di prova, come viene espresso al v. 12 del testo: “A colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha”. Che cos’è questo che uno ha e un altro non ha? Gesù parla in questo modo spiegando ai discepoli perché parla alla gente in parabole e subito dopo cita una profezia del profeta Isaia: “Udrete, sì, ma non comprenderete... perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile”.
Le parabole sono il campo di prova della disponibilità d’animo degli uomini e delle donne ad accogliere l’annuncio di Gesù e la sua stessa persona. Chi ha in sé la disposizione buona all’ascolto, saprà comprendere ed entrare nel mistero del Regno di Dio; chi, invece, non l’avrà, sarà escluso dall’annuncio di salvezza. Non perché Gesù lo esclude, ma come risultato della propria durezza di cuore. Nella parabola del brano di questa domenica Gesù parla di un seminatore “strano”, possiamo definirlo, perché getta i semi che ha in abbondanza, senza preoccuparsi di dove vadano a finire. È un seminatore che “spreca” il suo seme. Se fosse un seminatore avveduto, seminerebbe con attenzione lì dove è certo che il seme può portare buon frutto. Seminerebbe i suoi semi uno ad uno, mettendo ciascuno nel suo solco e poi annaffierebbe con cura. Chi ha un orto lo sa bene.
Probabilmente, se fossimo noi il seminatore, agiremmo come abbiamo detto, intenti, secondo le logiche di oggi, all’efficienza, ad ottimizzare i risultati, a cercare la certezza in ciò che intraprendiamo prima ancora di cominciare, a misurare ciò che diamo di noi (materiale o no) in un “do ut des”. Se fossimo noi... Ma Dio non è così e come dobbiamo esserne felici! Felici perché quel campo dai numerosi terreni, accoglienti o meno, buoni o sterili, in cui il seminatore-Dio getta abbondantemente il suo seme-Parola, a cui dona in tutto e per tutto se stesso attraverso il Verbo-Gesù, Parola di Dio per eccellenza, quei terreni siamo noi! Oltrettutto, fa una cosa fuori dai nostri schemi: spera sempre e nonostante tutto. Dio non fa preferenza di persone per annunciare la sua salvezza, ma neanche preferenza di terreni. Spera non aldilà delle nostre miserie, ma conoscendole pienamente. In ogni caso decide di scegliere a nostro favore, decide di credere che, prima o poi, il seme porterà frutto nel terreno buono, che troverà quel solco che l’attende e che lo riceve con amore e desiderio. Il bel dipinto di Van Gogh del seminatore al tramonto esprime proprio questo: il seminatore non si preoccupa del frutto, spera che arrivi; va avanti senza voltarsi indietro e, alle sue spalle, già ondeggia al vento il frutto maturo.
Dio non smette di sperare in noi, non smette di credere che il dono di sé non è sprecato, ma che porterà frutti buoni nella vita di chi vorrà riceverlo, a propria misura: “il trenta, il sessanta, il cento per uno”. Non importa quanto, importa accogliere e lasciarsi plasmare dalla sua Parola.
sorella Miriam Lessio
Discepole del Vangelo - Fraternità di Arabba



