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II domenica di Pasqua: Comunità capaci di generare alla fede?

Per essere segno di Risurrezione siamo rimandati, sempre di nuovo, a fare esperienza di incontro con lui

Nella domenica che compie la “settimana nuova”, la “nuova creazione” inaugurata dalla risurrezione di Gesù, torniamo ad ascoltare una Parola che si rivolge direttamente a noi e alle comunità cristiane in cui viviamo.

Il compimento delle promesse

«La sera di quel giorno, il primo della settimana», i discepoli sono chiusi nella paura. E questo nonostante Maria di Magdala avesse già portato loro l’annuncio del Risorto (Gv 20,18). Non soltanto: rimangono ancora “al chiuso” anche dopo l’incontro diretto con lui.

In questo primo incontro, Gesù, «in piedi» (invece che «deposto»: Gv 19,42; 20,2) «al centro» della comunità dei discepoli, compie le promesse fatte ai suoi nei discorsi dell’ultima cena (Gv 13-16). Dona la sua venuta in mezzo a loro (Gv 14,18). Dona loro la «pace» (Gv 14,27), la shalom che nell’attesa ebraica è la “pienezza di vita” nel Regno di Dio: è frutto dell’incontro con il Crocifisso Risorto, colui che porta in sé i segni della morte del maledetto, dal cui fianco, tuttavia, è tratta la nuova creazione (in Gv 19,34 si richiama Gen 2,21, il «fianco» del primo uomo da cui Dio trae la prima donna). E questo è sorgente di gioia, promessa legata all’incontro con lui che fa superare tristezza di lutto mortale (Gv 16,20-22): da lì scaturisce la vita nuova. Nell’incontro il Risorto dona ai suoi lo stesso compito ricevuto dal Padre: «come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi», ritenendoli degni della sua stessa missione. Li rende capaci di compierla donando loro il “soffio del suo Spirito”, quello stesso “spirito” che aveva “consegnato”/“donato” morendo (Gv 19,30): di nuovo i termini rimandano alla creazione del primo uomo in Gen 2,7. Anche questo dono era promesso nei discorsi della cena (vedi per tutti Gv 14,16.26), anzi, sarebbe stata la condizione per poter «rendere testimonianza» rispetto a ciò che Gesù compie (Gv 15,27). Il dono pasquale dello Spirito conclude il percorso del quarto Vangelo, così come lo aveva aperto, con lo Spirito che abilitava Gesù per la sua missione (Gv 1,32-33); ora nella Pasqua mette in grado i discepoli di “essere inviati”. Li fa capaci di “donare perdono”, ovvero, secondo l’indicazione di un compito affidato a tutta la comunità e non solo a dei ministri designati, di testimoniare che Gesù è venuto per dare possibilità di salvezza a tutti coloro che accolgono la sua presenza (Gv 3,14-18).

Generare alla fede?

Eppure, nonostante tutti questi doni che inaugurano la nuova creazione, la comunità non riesce a convincere chi non c’era. Tommaso, il «gemello», figura del cristiano di seconda generazione, gemello di ciascuno e ciascuna di noi, che non ha incontrato direttamente Gesù, non è “convertito alla fede” dalla testimonianza insistente degli altri. E Gesù si farà incontro a Tommaso nello stesso contesto in cui si era presentato agli altri e lo chiama a conversione: da «non credente» a «credente». Tommaso, il nostro gemello, questo passaggio lo fa: la sua confessione di fede è punto di arrivo di tutto il quarto vangelo. Riconosce nel corpo vivente del Crocifisso il volto di Dio sorgente di vita incredibilmente nuova.

Rimane, però, un interrogativo: la comunità dei discepoli, rigenerata dall’incontro con il Risorto e da lui arricchita di tutti i doni necessari per generare alla fede, non riesce, a quanto pare, a “convertire alla fede” la generazione successiva a quella dei primi testimoni; come potrà farlo?

Ridetta nella prospettiva del vangelo secondo Giovanni, è per certi versi la stessa questione proposta dalla sorprendente conclusione del Vangelo secondo Marco (Mc 16,1-8), risolta rimandando allo scritto evangelico e a chi lo legge / lo ascolta. Anche nel quarto Vangelo si propone un simile percorso: Gv 20,31 dice, infatti, che “ciò che è stato scritto” lo è stato proprio perché chi legge/ascolta possa credere «che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbia la vita nel suo nome».

Fare esperienza di incontro con il Crocifisso Risorto

Ritorna allora a noi, Chiesa di oggi, nei nostri territori, l’interrogativo: come generare alla fede? Questione attualissima, vista la situazione in cui ci confrontiamo con “la prima generazione incredula”, con coloro per i quali, per tanti motivi, non è stata efficace la testimonianza ecclesiale del Crocifisso Risorto, non ha portato a ri-generare l’esistenza. Siamo rimandati a nostra volta, sempre di nuovo, a “fare esperienza” di incontro con lui attraverso l’ascolto della sua Parola da compiere come comunità, come comunità che celebra “nel giorno del Signore” e che sperimenta “pienezza di vita” nel cuore di una storia troppe volte devastata dalla morte, lasciandoci provocare dal dono vivo dello Spirito Santo. Di conseguenza, siamo inviati a essere segno di risurrezione proprio dove più forte è il potere di ciò che rovina e uccide la vita: dalle tirannie di un’economia distorta alle follie di guerra seminate ovunque, dalle devastazioni di un ambiente sfruttato, alle violenze pubbliche e private, familiari e di gruppo. Inviati in questa storia in cui viviamo, per riconoscere, coltivare, custodire i piccoli fragili germogli di creazione nuova, e condividerne i frutti. Forse così ritorneremo capaci di generare nuovamente alla fede in Gesù, Dio-che-salva, oltre ogni morte, donando vita risorta.

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