Mauro Corona è noto al pubblico anche per la sua partecipazione, in qualità di opinionista e tuttologo,...
Scuole dell’infanzia, da Treviso un’indagine conferma: paritarie fondamentali, ma penalizzate
Cosa abbia fatto la Federazione italiana delle scuole dell’infanzia cattoliche per subire da più di trent’anni questo supplizio infinito da parte della politica e delle amministrazioni locali, non è dato sapere. Paziente come Sisifo, con migliaia di volontari e insegnanti appassionati, porta avanti l’educazione dei bambini. Da anni, chiede un riconoscimento in termini di risorse, di contributi per dare stipendi più dignitosi agli insegnanti e alleviare le rette dei genitori. Niente da fare, benché la parità tra scuola statale e non statale sia legge dello Stato dal 2000: ancora rotola, come un moderno Sisifo, questo pesante masso della parità nelle risorse per, poi, precipitare giù dalla discesa, e ritornare al punto di partenza.
Lo scorso 24 gennaio la Fism di Treviso, all’auditorium della Provincia, ha presentato il Rapporto sulla ricerca-azione commissionata all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e curata dal prof. Alessandro Rosina, che metteva a confronto la provincia di Treviso e quella di Trento. Ad ascoltare parroci-gestori, rappresentanti dei Comitati di gestione, oltre a direttrici di tante scuole paritarie. In prima fila i vicari generali di Treviso e Vittorio Veneto, monsignor Mauro Motterlini e monsignor Gianluigi Papa, il prefetto Angelo Sidoti, il presidente della Provincia, Stefano Marcon. Molti anche i consiglieri e gli assessori regionali presenti, oltre al sindaco di Treviso, e presidente Anci Veneto, Mario Conte.
La prima evidenza è che il Veneto ha raggiunto l’obiettivo (fissato dall’Unione Europea al 2010) del 33 per cento di copertura dei servizi per l’infanzia (0-2 anni) nel 2022, solo grazie alla crescita di servizi per la prima infanzia del privato sociale. Se la Fism e il resto del privato sociale smettessero di erogare servizi, non solo sarebbe annullato l’obiettivo già raggiunto, ma sarebbe irraggiungibile quello, del 2030, del 45 per cento. Le province di Bologna, Perugia, Ferrara, Firenze, Trieste e Prato hanno già raggiunto l’obiettivo del 2030. Treviso è ancora sotto la soglia del 33 per cento.
Il Veneto non eccelle neppure nei servizi per l’infanzia dai 3 ai 6 anni: il 91,7 per cento di copertura, sotto la media nazionale che è del 92,7 per cento, si colloca al quartultimo in Italia. Anche in questo settore decisivo è il contributo delle scuole paritarie, che arriva al 58,3. La provincia di Treviso si distingue per avere la quota più alta di scuole dell’infanzia a gestione privata sociale: oltre il 73 per cento. Treviso è anche la provincia con la quota più elevata di comuni in cui sono presenti solo scuole paritarie. Questi dati confermano la forte dipendenza del territorio dalla sussidiarietà del settore paritario, per garantire l’accesso alla scuola dell’infanzia.
Osservando il capitolo risorse, a fronte dei 3.500 euro spesi per ogni bambino dai 0 ai 2 anni a Trento, ai 3.000 spesi in Valle d’Aosta e in Emilia-Romagna, seguite da Friuli-Venezia Giulia, Lazio e Bolzano, tutte con valori superiori ai 2.000 euro, il Veneto ne investe 700. In Veneto la quota prevalente delle risorse viene indirizzata al finanziamento dei nidi comunali a gestione diretta: circa il 67,1 per cento. Alla fine, i nidi comunali contano su un contributo pubblico di 6.000 euro a Treviso; quelli convenzionati pubblico-privati, 3.800 euro a bambino.
La quota di compartecipazione richiesta alle famiglie a Treviso è di circa il 35 per cento, più del doppio rispetto a Trento, ma mentre i servizi comunali godono di un contributo di circa 6 mila euro, quelli in gestione a terzi ricevono meno di 3 mila euro pro capite. Se il privato sociale non intervenisse, i Comuni trevigiani dovrebbero spendere 10,8 milioni in più.
Non va meglio nelle scuole dell’infanzia, dove si stima che un posto costi circa 8.900 euro per alunno; valutando, invece, un gruppo di scuole associate della Fism di Treviso si ricava un costo medio di 4.600 euro a bambino, quasi la metà. Come rispondono lo Stato, la Regione e i Comuni a questo grandissimo contributo in termini di sussidiarietà? Con 1.300 euro a bambino, mentre la provincia di Trento risponde con 9.400 euro.
Questo sistema di finanziamento penalizza le famiglie che inviano i figli alle paritarie, costringendole a pagare rette che variano da 190 a 350 euro al mese, mentre gli utenti delle scuole dell’infanzia statali devono pagare solo il buono mensa. Su questo punto il vicepresidente della Corte costituzionale, Luca Antonini, è stato chiaro: “Dai dati emersi in questo convegno ho visto uno spettacolo di sussidiarietà. Enti no profit che aiutano il Paese. Ho visto uno Stato che, tradendo l’articolo 118 della Costituzione (principio di sussidiarietà), penalizza lo sforzo del privato sociale, in questo caso la Fism. Senza la Fism l’offerta sarebbe a livelli di regioni come la Calabria”.



