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Annuncio e nuovi linguaggi

Anche nell’era digitale, la parola umana, comunicata da persona a persona, rimane ancora il più efficace strumento di annuncio e di rinnovamento del cuore
05/02/2026

È dei giorni scorsi la nota con cui la diocesi di Milano comunicava che il trentaduenne don Alberto Ravagnani ha lasciato il ministero sacerdotale. Se non fosse a motivo della sua notorietà, la notizia sarebbe passata quasi inosservata, perché tutte le diocesi, compresa la nostra, hanno avuto preti giovani che hanno lasciato il ministero. Don Alberto, però, è un prete particolare, molto conosciuto nel mondo dei social media e, quindi, tra i giovani (soprattutto su Youtube e Instagram), al punto da aver raggiunto circa 600.000 follower, ossia utenti che si sono registrati sui suoi canali, per poter leggere i messaggi che egli posta e nei quali, con una certa bravura e con indubbio talento, tratta con gli adolescenti temi importanti quali fede, liturgia, scienza, vangeli, preghiera, ecc.

La sua fama o carisma di prete che “buca” facilmente con i giovani ha varcato, ben presto, i confini della sua diocesi, per cui si è ritrovato a essere invitato un po’ in tutta Italia (poco tempo fa anche a Treviso), per portare la sua testimonianza e, semmai, insegnare qualche segreto per avere successo tra i giovani. Purtroppo, è andata a finire com’è andata (senza voler giudicare storie e percorsi personali, anche di fatica, e senza negare il tanto bene compiuto). Successo e sovraesposizione mediatica, però, quasi mai si conciliano con il ministero di un prete il quale, invece, chiede sempre una gestione sobria e controllata - anche un po’ sottotraccia - delle potenzialità e dei carismi che uno si ritrova ad avere.

Anche influencer

Per completezza, va anche detto che don Alberto, oltre che parlare e “influenzare” i ragazzi su Dio e sulla fede, grazie a questa sua posizione social è diventato anche un influencer (uno che ha il potere di influenzare le decisioni di acquisto del suo pubblico), nel qual caso non di panettoni, come Chiara Ferragni, ma, visto che egli frequenta anche le palestre, di integratori alimentari che, a suo dire, lo aiuterebbero a reggere i ritmi delle sue responsabilità e dei tanti impegni e progetti. Ma anche a trarre qualche profitto, perché, come ha prontamente rimarcato, di fronte alle critiche, la Chiesa, in un mondo digitale, deve stare dove sono online i giovani e questa attività, come avviene per il campo da calcio della parrocchia, ha dei costi che devono essere coperti.

Una nuova forma di annuncio

Quella attuata da don Alberto e da altri cosiddetti “preti social” è una nuova forma di evangelizzazione, appunto di tipo “digitale”, più adatta a un mondo difficile da intercettare, da decodificare e a cui parlare, come è quello dei giovanissimi.

Papa Leone XIV incoraggia spesso l’uso dei social media e delle piattaforme digitali per una “nuova evangelizzazione”, definendo i “missionari digitali” agenti di comunione. Per questo, egli invita a usare la creatività tecnologica per portare il Vangelo, evitando, però, che gli algoritmi o gli smartphone sostituiscano le relazioni umane autentiche e la testimonianza diretta. E, agli influencer cristiani, ricorda che è loro missione “riparare le reti”, cercando di “nutrire di speranza cristiana le reti sociali e gli ambienti digitali”.

Quindi, non c’è da sorprendersi se oggi per annunciare Cristo si intraprendano nuove strade e, per la “pesca degli uomini”, si gettino queste particolari “reti”. Ce lo ricorda san Paolo, quando dice che tutto è importante e necessario, purché si parli di Cristo (Fil 1,18) e il Vangelo di salvezza si diffonda ovunque, indipendentemente dalle intenzioni o dai metodi.

Da persona a persona

Per molti di noi, che da giovani preti per comunicare e captare l’attenzione dei ragazzi eravamo costretti ad affidarci a qualche cartellone o diapositiva, non può che suscitare simpatia e meraviglia il fatto che preti e laici, per poter essere tra i giovani annunciatori di Gesù, cerchino con creatività e autenticità di abitare la “piazza digitale”. I social, però, non rappresentano mai l’incontro definitivo, ma sono solamente un primo passo per arrivare a concretizzare una eventuale feconda relazione personalizzata e reale.

Per questo, nutro qualche perplessità verso coloro che per annunciare Cristo e avvicinare i giovani alla Chiesa, attribuiscono troppa importanza, quasi risolutiva, ai social e ai rapporti digitali.

Ai miei tempi, gli incontri non erano mai a distanza, ma “ravvicinati”. Necessariamente, dovevano entrare direttamente in gioco le nostre persone, e si doveva comunicare “a tu per tu”, con le parole, con lo sguardo e, soprattutto, con il cuore. Cosa che, a dire il vero, anche don Alberto ha fatto con i ragazzi della sua parrocchia, certamente più “vicini” dei tanti giovani incontrati in rete.

Penso, pertanto, che, anche nell’era digitale, la parola umana, comunicata da persona a persona, rimanga ancora il più efficace strumento di annuncio e di rinnovamento del cuore. Paradossalmente, ciò che ha spinto don Alberto, a 17 anni, a “convertirsi” e a entrare in seminario non sono stati particolari messaggi intercettati sui social, ma una semplice confessione fatta durante un campo estivo, come lui stesso racconta.

Al di là dei linguaggi

San Paolo aveva capito qual era la via migliore per annunciare efficacemente il Vangelo, superiore a ogni carisma, capacità e bravura che uno possa avere o, potremmo aggiungere, tecniche di cui possa disporre. Scriveva, infatti, ai Corinzi che se anche parlasse tutte le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avesse la carità di Cristo, tutto il suo sapere e il suo darsi da fare non varrebbe nulla; si ritroverebbe a essere come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita” (1 Cor 13,1). Sappiamo bene, però, che la carità di Cristo si può comunicare e ricevere solo per testimonianza e nell’incontro diretto tra persone, senza altri filtri o mediazioni esterne.

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