Scuola e violenza
Sul piano educativo ci si trova, spesso, disarmati perché se la violenza minorile sta...
Il 22 maggio, giornata mondiale della biodiversità, ci ricorda che forse basterebbe essere un po’ più egoisti. Un egoismo un po’ sofisticato, un po’ più ragionato, quello che ci renderebbe più attenti alla tutela della biodiversità, cioè della straordinaria ricchezza di vita che esiste sulla Terra. Questo perché la perdita di tante altre specie contribuisce all’insicurezza alimentare ed energetica, aumenta la vulnerabilità ai disastri naturali, diminuisce il livello della salute all’interno della società, riduce la disponibilità e la qualità delle risorse idriche e impoverisce le tradizioni culturali. Può darsi che il nostro occhio non sia in grado di cogliere i solidi, ma invisibili fili che ci uniscono ai pipistrelli, ai funghi e ai coralli, eppure esistono e la scienza lo dimostra ogni giorno. Forse è anche per questo che stiamo muovendo i primi passi per correre ai ripari.
Pnr: un’occasione storica
Non manca una r, non c’è nessun errore: è il Piano nazionale di ripristino della natura e il Mase (Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica) ha avviato lo scorso 23 aprile una consultazione pubblica rivolta ad amministrazioni, ministeri, enti di gestione del territorio, associazioni, enti, scuole, università e persino privati cittadini per raccogliere idee concrete su come attuarlo; la scadenza per la partecipazione è fissata al 9 giugno. L’Italia, in seguito all’approvazione della Nature restoration law (grazie a una storica disobbedienza politica), entrata nel regolamento europeo nel 2024, dovrà consegnare il piano entro il 1° settembre 2026, la cui stesura è affidata all’Ispra in qualità di responsabile scientifico e tecnico. L’obiettivo principe del Piano sarà quello di ripristinare almeno il 20% delle zone terrestri e almeno il 20% delle zone marine entro il 2030 e tutti gli ecosistemi che necessitino di ripristino entro il 2050. All’articolo 1, tra le priorità si legge “Invertire la perdita di biodiversità”. Invece, in base all’articolo 8 del Regolamento, nei territori classificati come “ecosistemi urbani” non si potrà registrare alcuna perdita netta di spazi verdi urbani e di copertura arborea tra il 2024 e il 2030, anno a partire dal quale dovrà invece registrarsi una tendenza in crescita. Ciò riguarda dunque 2.761 comuni italiani (cioè il 35%), tra cui anche Treviso. Per Paolo Pileri, docente di Pianificazione territoriale ambientale al Politecnico di Milano, “mai prima d’ora abbiamo avuto tra le mani un’opportunità del genere”.
L’intervista: bandiere della biodiversità
Non è un caso che due giorni prima della giornata della biodiversità, il 20 maggio ricorra la giornata mondiale delle api. Francesca Zampieri, biologa ecologa con tesi sulle reti di impollinazione, entomologa e molto altro, nonché impegnata nell’attivismo tramite diverse associazioni tra cui Legambiente, ci racconta che “l’ape da miele” (perché “ape” è un termine molto generico) per la biodiversità è una “specie bandiera, perché con il suo miele ci nutre da migliaia di anni e attraverso il suo allevamento molte persone hanno avuto modo di capire quanto è importante il servizio ecosistemico che svolgono gli insetti impollinatori, tra cui l’ape da miele. Con il termine generico ape (o in termini tassonomici apoideo), infatti, dovremmo lealmente riferirci alle oltre 20.000 specie diverse di api che popolano il nostro pianeta. Grazie a loro la maggior parte delle piante angiosperme (quelle piante che, attraverso la fecondazione del fiore producono il frutto, di cui poi anche noi ci nutriamo e, dunque, il seme) può riprodursi e continuare il ciclo della vita. Non è possibile ridurre a una sola o a poche specie di api che alleviamo (quelle del miele) i più di 130 milioni di anni di coevoluzione tra le piante a fiore e gli organismi impollinatori che, nutrendosi del loro nettare e del loro polline, hanno favorito la loro diffusione e diversificazione. E, poi, non esistono solo le 20 mila specie di api che svolgono l’impollinazione! Ci sono ulteriori e svariate migliaia di specie che promuovono la vita terrena delle piante di cui ci nutriamo”.
Quali altri insetti, ad esempio?
Le mosche, per esempio, sono importantissime come organismi impollinatori (e non solo) ed è incredibile che proprio per questo alcune di loro assomiglino tantissimo alle api, o addirittura ai bombi. Se provate a digitare la parola “Syrphidae” sul vostro smartphone, potreste imbattervi in forme e colori che solo con uno sguardo attento potreste accorgervi che si tratta di una mosca e non di un’ape. Provate!
E le vespe? Come possiamo distinguerle dalle api?
Spesso nutriamo più timore per le vespe che per le api e vogliamo avere modo di distinguerle, però prima di dire come distinguerle è importante precisare che anche le vespe ricoprono dei ruoli essenziali per il mantenimento della vita! Ad esempio, le vespe, essendo predatrici, sono fondamentali nel controllo di altri insetti dannosi o parassiti. Anche loro possono essere impollinatrici e, soprattutto, molte vespe hanno un ruolo essenziale nel ciclo dei nutrienti, come delle spazzine. Per distinguerle in primo luogo dovremmo vedere se l’insetto che è vicino a noi è peloso oppure no. Se è peloso, un po’ più tozzo e meno insistente allora potrebbe essere un’ape, se invece ha un corpo più affusolato, liscio e lucido e un comportamento più fastidioso, potrebbe essere una vespa.
Se vedo un insetto tramortito in casa e vinco la mia paura di avvicinarmi, cosa posso fare per lui/lei?
Capita di trovare api, vespe, ma anche mosche in difficoltà. Se volete prendervene cura in modo che riacquistino un po’ di energia, il gesto migliore che si può fare è mettere vicino a loro dell’acqua. Ancora meglio se in questa acqua ci sciogliete un po’ di miele. Sono insetti selvatici, dunque è importante dare loro solo ciò di cui hanno bisogno (un po’ di acqua e un po’ di zuccheri) in modo che possano tornare liberi alla loro vita all’aria aperta. Una volta aperta la finestra, si intende, o dopo averli fatti uscire tranquillamente.
Cosa fare invece per aiutare la loro sopravvivenza in senso più ampio?
Per promuovere la vita degli insetti impollinatori, è fondamentale dare loro un rifugio, del cibo e dell’acqua. Proprio come a noi. Dei buoni rifugi per gli insetti possono essere alberi, siepi, il semplice terreno (i bombi fanno il loro nido sotto terra) e i prati, da cui ricavano anche l’acqua di cui hanno bisogno, attraverso l’umidità e la condensa che si crea in questi habitat. Un buon cibo sono i prati in fiore più biodiversificati possibile. Dunque, evitiamo di estirpare il poco cibo che ancora gli rimane, soprattutto in primavera, il periodo più delicato, e non tagliamo l’erba sotto gli 8 cm in modo che non si secchi. Evitiamo i trattamenti antizanzare chimici adulticidi e riflettiamo sulle possibili alternative, come la lotta preventiva alle zanzare mediante il controllo del loro stadio larvale (frequentemente nelle pozzette di acqua stagnante del sottovaso), e favoriamo invece la presenza di pipistrelli, uccelli e, se possibile, pesci. Sarebbe un po’ come invitare tutti a nozze.
Come acquistare del miele senza sfruttare le api?
Se volete riscoprire la bontà del miele locale o dei prodotti derivati dall’impollinazione, potreste provare i gruppi di acquisto solidale della zona, dove confluiscono tanti piccoli produttori del territorio che puntano più alla qualità che alla quantità di prodotto.