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Casa della Carità: molte presenze all’iniziativa “Passi da noi?”

Sabato 9 maggio la Casa della carità di Treviso ha aperto le sue porte alla città, accogliendo oltre 200 persone in una giornata intensa, partecipata e ricca di significato

Sabato 9 maggio la Casa della Carità di Treviso ha aperto le sue porte alla città, accogliendo oltre 200 persone in una giornata intensa, partecipata e ricca di significato. Un flusso continuo di visitatori ha trasformato la Casa in uno spazio ancora più vivo del solito: un luogo di incontro, scoperta e relazione, dove ciascuno ha potuto respirare il senso autentico della carità. È stata una giornata pensata per tutti. A renderla speciale le guide: operatori, volontari e ospiti che non solo hanno spiegato quello che “si fa”, ma che hanno anche parlato di sé, di cosa vuol dire vivere la Casa appieno, nel servizio, nell’accoglienza, nelle relazioni.

“Il mio servizio nasce da un desiderio. Qui, ogni settimana, mi sento bene, scambi due parole con chi viene a mangiare, li conosci, magari anche condividi la gioia di chi entra nell’accoglienza dopo un tempo di attesa”, raccontava Chiara, una giovane che svolge un servizio settimanale in mensa.

Cecilia, referente del Centro di ascolto, spiegava ai visitatori: “In Caritas la persona non è solo il suo bisogno. Noi non vogliamo soltanto dare da mangiare o permettere di lavarsi. La cosa importante è affiancarsi a chi chiede aiuto, e fare qualche passo assieme, lasciando sempre libertà alla persona”.

Elisa, un’altra guida: “Sono stata ospite, bisognosa, ma ora ho una casa, un affitto intestato a me, delle bollette da pagare... e mi sento orgogliosa di poter pagarle! Posso anche aiutare mio fratello. Adesso torno per partecipare ai laboratori del progetto Emmaus che mi danno tanto”. In parallelo, infatti, si visitava parte della mostra “Poveri, ma...”, realizzata all’interno del progetto Emmaus, sviluppato negli ultimi tre anni grazie ai fondi dell’8xmille di Caritas Italiana. In particolare, la cappellina era allestita con i volti in terracotta realizzati all’interno del laboratorio di ceramica: opere che hanno colpito i visitatori per la loro intensità espressiva e per la capacità di raccontare storie di vita. A decorare la mensa, invece, i quadri del laboratorio di riciclo creativo, guidato da Giovanni, una persona senza dimora.

Nell’area dell’accoglienza, i murales nati da un lavoro che ha coinvolto ospiti e volontari. I colori e le immagini sulle pareti sono diventati così occasione per narrare un percorso collettivo, fatto di partecipazione e appartenenza.

In Centro di ascolto, infine, erano esposte le illustrazioni del laboratorio di caricature, condotto da Massimo, fumettista, ospite della Casa. Disegni capaci di strappare sorrisi, ma anche di raccontare, con leggerezza e profondità, l’umanità che attraversa questi spazi. “La Caritas non è una «agenzia umanitaria» della Chiesa, un’associazione o un’impresa sociale - ha detto il Vescovo nel suo saluto -. Caritas è uno degli aspetti fondamentali della nostra Chiesa, Caritas vuol dire amore. E la Caritas si dedica a fare in modo che le nostre comunità cristiane sappiano che siamo questo. «Deus Caritas Est», Dio è Amore, Dio è Carità: le attività svolte dalla Caritas sono segno e strumento dell’amore di Dio, della sua presenza nel mondo”.

Dopo i saluti del Vescovo Michele e del direttore, don Bruno Baratto, il pomeriggio ha trovato uno dei suoi punti forti nella cena condivisa (preparata e servita dalla cooperativa Alternativa Ambiente), alla quale hanno partecipato un centinaio di ospiti insieme a operatori, volontari e cittadini, tra cui il Vescovo e mons. Mauro Motterlini, vicario generale e presidente della Fondazione Caritas Treviso. Dopo cena, la Casa si è riempita di ritmo e colore, con l’energia dei Tacasbandà, che hanno animato con musica dal vivo, seguiti dalle danze popolari proposte da “Uno è la danza”.

Particolarmente importante, per tanti operatori e volontari, il grazie del Vescovo, alla fine della serata, cche ha citato le parole di papa Leone in Dilexi te: “Rivolgo un sincero ringraziamento a tutti coloro che hanno scelto di vivere tra i poveri: a coloro, cioè, che non vanno a fare loro una visita ogni tanto, ma che vivono con loro e come loro. Questa è un’opzione che deve trovare posto tra le forme più alte di vita evangelica”. (V.L)

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