Scuola e violenza
Sul piano educativo ci si trova, spesso, disarmati perché se la violenza minorile sta...
La solennità dell’Ascensione del Signore, ci offre, ogni anno, l’occasione di compiere un cammino, per sostare sul mistero di comunione che esiste tra Dio Padre e la nostra umanità. Gesù, che per Quaranta giorni dopo la Pasqua si è manifestato vivo ai suoi discepoli, ora sale al cielo. In questa Festa siamo avvolti da un movimento che ci porta verso l’alto.
Ma cosa significa in questo caso salire? Gesù, Figlio di Dio, vero Dio e vero uomo, afferma: “Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo” (Gv 3,1-36). Egli stesso afferma: “Perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 6,38). Gesù, con la sua vita, ci dà un esempio di umiltà, ci indica che la strada per “salire” è “discendere”. È la via dell’umiltà che ci fa salire al cielo, l’umiltà è discendere. Non ci sono altre strade.
Quanto questa logica è, a volte, lontana dalla nostra! Pensiamo che per salire bisogna saper fare molte cose, essere in un certo modo, vivere secondo alcuni standard... invece, l’unica strada è l’umiltà, è mettersi a servizio con disponibilità, con la nostra umanità, là dove il Signore ci chiama per fare la sua volontà.
Al termine del suo Vangelo, Matteo racconta l’incontro di Gesù con i suoi discepoli in Galilea, terra di frontiera, dove convivono diverse culture e religioni. Gesù sceglie proprio questo luogo imperfetto e sceglie una comunità imperfetta, gli undici discepoli, che non sono più dodici, per affidare alla Chiesa la sua missione, perché, per lui, ciò che è imperfetto non fa problema...
Gesù si manifesta, gli undici lo riconoscono, lo adorano nel silenzio, e dubitano. L’evangelista Matteo non nasconde la fragilità di questi uomini che si prostrano in adorazione davanti al Risorto, eppure dubitano. Il dubbio, a prima vista, può sembrarci un limite, in realtà è importante, perché spinge a un ascolto più profondo.
Soffermiamoci un momento a pensare ai dubbi che abitano in noi, il nostro cuore, la nostra fede, le nostre giornate... Cosa ci aiuta a fare luce?
Di fronte al timore dei discepoli, Gesù riprende la parola e invia i suoi: “Andate, dunque, e fate discepoli tutti” (Mt 28,19). In altre parole, questa è la missione: andate e battezzate, ovvero immergete la vita di ogni uomo e donna nell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Così la missione dei discepoli di ieri e di oggi può essere generativa e lo sarà tanto più quanto siamo consapevoli che questa fecondità non dipende da noi, ma dalla sua promessa: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,30).
Il tempo della Chiesa è caratterizzato dalla promessa. Dopo l’invio in missione, Gesù aggiunge: “Io sono con voi”, cioè sono rassicurazione, promessa, fedeltà, ma anche nuova presenza che possiamo tradurre con: “Io sono in voi”.
Oggi, contempliamo Gesù che sale al Cielo e in noi abita un desiderio di Cielo. Di qualcosa che trascende la nostra umanità. Il desiderio di una vita senza fine e con un fine: incontrare Dio Padre. Lo esprime molto bene la Colletta che apre la liturgia di questa solennità: “Nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te”. Con Gesù la nostra umanità è innalzata accanto al Padre. Questa è la meta verso cui siamo incamminati. Il desiderio di Cielo, il desiderio della vita eterna ci appartiene, in noi coesiste un duplice sguardo: uno rivolto alla terra e uno rivolto al cielo. Il pensiero del Cielo ci sostiene nel nostro pellegrinaggio sulla terra. Oggi possiamo cogliere l’invito di Charles de Foucauld, quando a un caro amico scrive: “Serve il pensiero del cielo per consolare un po’... il pensiero che questa vita non è eterna, che sarà seguita da un’altra ben diversa, ecco ciò che aiuta a compiere il nostro pellegrinaggio in questo mondo (6 ottobre 1892)”.
sorella Lucia Barbazza, Discepole del Vangelo, Castelfranco Veneto