Certo è che nessun capo di Stato ha mai osato tanto.
Il Papa ha denunciato quel delirio di onnipotenza...
Il 6 maggio 1976 un sisma distrugge il Friuli. Mille morti. Paesi in rovina. Ospedali pieni di feriti. 45 mila persone rimaste senza casa. Io mi sento coinvolta, perché mio padre viene da là e i miei zii e cuginetti vivono sotto la tenda. I miei compagni di università, gli amici di Casa Toniolo e del Centro studentesco hanno tutti vent’anni e nessuna esperienza. Ci fidiamo, organizziamo una piccola squadra di volontari. E speriamo di tornare tutti interi.
Quando arriviamo a Gemona, ci smistano alla tendopoli Goi, quella di fronte alle caserme crollate. Sandro, il capocampo, ci assegna un tendone militare, tipo circo. Disponiamo a terra i nostri sacchi a pelo. La notte dormiamo mezzi vestiti. Ci svegliamo intorpiditi dal freddo. In cambusa rigiriamo stoviglie di plastica ancora unte, perché le abbiamo lavate sotto il rubinetto all’aperto con l’acqua ghiacciata. I bagni sono buche coperte di calce con delle tende svolazzanti attorno. La nostra sensazione è che non sarà facile vivere qui. Eppure i gemonesi - vecchi e bambini - ci vivono da settimane. Tende, stoviglie unte, bagni e tutto il resto.
Qui è pieno di ragazzini. Giocano, si rincorrono, sciamano per la polvere con le loro biciclette.
Raffaella rimasta sola
La ragazza della roulotte vicina, treccine bionde e una faccia nordica col nasino all’insù, si chiama Raffaella. Ha dieci anni, fa la quinta. Dopo il terremoto non può più correre né giocare. Può solo stare seduta. Ancora non sono arrivate stampelle, per ogni spostamento bisogna portarla in braccio.
Ci racconta. Una lucidità disarmante. È rimasta sotto le macerie della sua casa per ore al buio, sentiva il pianto del fratellino, cercava di rincuorarlo. Ma quando sono arrivati i soccorritori, il fratellino ormai non piangeva più. Che erano morti anche la sua mamma e il suo papà, l’ha capito da sola. “Mi dicevano che erano in un altro ospedale, ma mica sono scema...”.
Io e Manu ci guardiamo, preoccupate. Che favole inventare per questi bambini?
Ne accorrono altri, parlano tutti assieme, a contendersi la nostra attenzione. Uno entra nella roulotte per fare compagnia a Raffaella, un altro visita la nostra traballante cambusa per rubarci la cioccolata. Altri fanno un giro della tendopoli sul motorino di Manuela.
È arrivato da Treviso Piergiorgio, occhiali da giovane professore distratto. Prova a propinare a Raffaella una delle sue favole strampalate alla Gianni Rodari. Gli rispondono gli altri a sberleffi chiamandolo “Gioe-Panzana”.
Le storie di Paolo
Anche Paolo inizia a raccontare una storia, poi si interrompe, la fa continuare ai bambini: da bravo psicologo, osserva le loro reazioni. “Dài, dài Paolo! queste storie qua sono come quelle di Gioe-Panzana...”, lo apostrofano in coro il piccolo Ivano, Sandro, Raffaella. Il povero psicologo scappa tappandosi le orecchie, inseguito da quel nugolo urlante.
Biondo, capelli lunghi e barba. Assomiglia all’immagine di Gesù che c’è sui santini dell’anziana Mariute - somiglianza accentuata dalla folla di bambini che lo attornia -. Il giovane Carlo, del Gruppo Abele di Torino, li chiama “gagni” in torinese, e non si stanca mai di giocare come un fratello maggiore.
I nostri vicini di tenda
Il nostro vicino di tenda, un signore serio ed elegante, si chiama Pieri. Una sera ci invita, e noi temiamo una sgridata per i nostri schiamazzi.
Invece, finalmente, sorride. Ci informa che sua moglie, ricoverata in ospedale dopo il terremoto, sta migliorando, e presto sarà a casa. Casa. Si fa per dire, che non gli è restata neppure una pietra. Fa poi girare la foto della moglie, “lei almeno, si è salvata”.
“E voi? - chiede - cosa vi ha portato qua? E le vostre famiglie?”
Rispondiamo imbarazzati. “Siete dei bravi ragazzi”. “Mi sento commosso...”, mi dice piano Roberto, un ragazzo di Carbonera, che fa il militare a Udine e viene sempre a trovarci, “È il vino, Lucia. Il vino rende sentimentalmente labili”.
Intanto Manuela ringrazia il signor Pieri coi suoi modi spicci, “grazie, eh! grazie della fiducia signor Piero, ma... non esageri...Vede, noi, qua, insomma, ci arrangiamo, cerchiamo di aiutare... Niente di speciale...”.
Entra anche il signor Walter, normalmente di poche parole, con la sua eterna tuta da falegname. Ha lavorato sodo come tanti, si sfoga, era riuscito a comprarsi una casa.
“Il 6 maggio ci ha impiegato due secondi a spazzar via il sogno della mia vita... ce l’avevo da pochi giorni. E adesso son padrone di un bel mucchio di macerie”.
La moglie annuisce. Cala un silenzio improvviso.
Visto che tutte le chiese in muratura sono crollate o pericolanti, e ancora non esistono baracche qui a Gemona, le messe domenicali si svolgono all’aperto, in uno spiazzo della tendopoli. La gente si assiepa attorno all’altare. Le donne anziane vestite uguali, abiti neri a testimoniare i dolori subiti, si fondono in una macchia scura. Soltanto i fazzoletti a fiori illuminano i volti cotti dal sole. Insieme cantano una nenia popolare a toni bassi, le note finali strascicate. La messa inizia. C’è gente. Tanta.
Il signor Walter, in tuta da lavoro come gli altri giorni porta in braccio Raffaella, sua nipote, e la depone delicatamente su una sedia vicino all’altare. Al momento della preghiera dei fedeli, non ci sono foglietti stampati. Fluiscono, mezze in dialetto, le preghiere della gente. Uno parla della casa crollata, l’altro confessa di essere rimasto l’unico sopravvissuto. Non un briciolo di risentimento o rabbia, solo una specie di confidenza dolorosa.
“Dove avranno preso la forza di non cadere nell’equivoco di un Dio crudele che devasta?”, mi chiede Antonietta. Non so cosa risponderle.
Alla fine, ancora le voci delle donne. Il canto friulano si perde sopra le campagne, carezza le pannocchie, e se ne va lontano col vento.
“Ave o Vergin’ us salùdi, come l’agnul ancje jò. Ave o plene d’ogni grazie, il Signor al è cun vò...”.
Anche Antonietta, così laica, cerca ora di ripeterne le parole. Finita la messa, le persone si sparpagliano a grappoli. E il vento continua a sollevare i lembi della tovaglia, le pannocchie a strofinarsi l’una contro l’altra. E le nuvole a rincorrersi veloci sopra la cima del San Simeòn. Il monte del terremoto.