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Proseguono le proteste degli studenti anche in Albania

Tirana, Scuderi e Durazzo sono scenario delle proteste studentesche per le pessime condizioni del sistema scolastico. Il primo ministro Edi Rama ha dichiarato che non si dimetterà

Le proteste studentesche contro le pessime condizioni del sistema scolastico albanese stanno continuando nella capitale Tirana e in altre città come Scutari e Durazzo, mentre il primo ministro Edi Rama, continua ad escludere le proprie dimissioni.

“Al momento, nessuno sa con certezza cosa ci riserverà il domani”, afferma Erisa Kryeziu - giornalista albanese che lavora per la piattaforma Citizens channel e insignita lo scorso anno del terzo premio del European Union investigative journalism award - che abbiamo raggiunto per un commento su quanto sta accadendo in questi giorni nel Paese delle Aquile.

“Il primo ministro Rama è determinato e ha chiarito che non si dimetterà, ma anche i giovani che protestano sono determinati e hanno chiarito che non si arrenderanno così facilmente”, ha affermato. “In questo momento, nessuno sa cosa ci riserverà il domani”.

Richieste chiave

“Alla rabbia iniziale per la dilagante corruzione e la mancanza di trasparenza nel progetto immobiliare, le rivendicazioni si sono estese a richieste più ampie riguardanti una migliore istruzione, più posti di lavoro, mancanza di opportunità per i giovani e, in particolare, un segno di crescente emarginazione tra questa giovane generazione di albanesi”, ha aggiunto Kryeziu.

Secondo quanto riportato dai media locali e confermato dalla giornalista, i manifestanti a Tirana hanno attaccato principalmente le istituzioni governative e la polizia, tra cui l’edificio del Ministero dell’Istruzione e l’area intorno all’ufficio di Rama.

Durante le manifestazioni, che hanno richiamato migliaia di persone, la polizia ha fatto regolarmente ricorso a idranti, gas lacrimogeni e proiettili di gomma per disperdere le folle, che hanno preso di mira edifici governativi e distrutto negozi in diverse zone della capitale. I manifestanti hanno lanciato pietre, bombe molotov e fuochi d’artificio contro gli agenti.

Il primo ministro, in carica dal 2013, ha attribuito l’ondata di proteste al coinvolgimento di una “mano straniera” in una guerra ibrida e ha affermato che il suo governo sta facendo del suo meglio per contrastare la corruzione.

Un malcontento che parte da lontano

“Il malcontento in Albania cresce da mesi - chiarisce Kryeziu -. Le prime proteste nel Paese quest’anno, denominate “Rivoluzione dei Fenicotteri”, sono iniziate a fine maggio. I manifestanti si sono ribellati contro il controverso progetto di un complesso turistico di lusso nel sud dell’Albania, nell’area protetta di Pishë Poro–Nartë (Zvërnec, Valona), legato a Jared Kushner, genero del presidente statunitense Trump”.

Sulla spinta delle proteste, la procura anticorruzione albanese sta indagando sulla possibile falsificazione degli atti relativi a un tratto di costa protetta destinato alla costruzione del resort, aggiungendo un’ulteriore complicazione legale a un progetto che ha già scatenato mesi di proteste di piazza. “Dopo più di quattro mesi di proteste nella piazza principale della capitale, che hanno coinvolto migliaia di cittadini per chiedere la cancellazione del progetto e le dimissioni del governo di Rama, il primo ministro non ha fatto un passo indietro rispetto all’investimento a Zvërnec, né ha riflettuto su ciò che aveva spinto le persone a scendere in piazza in proteste di massa”, ci spiega la giornalista.

Gli studenti in piazza

“Con l’avvio del nuovo anno accademico i giovani si sono dati appuntamento lo scorso 13 ottobre davanti al Ministero dell’Istruzione per dare nuovo slancio alle proteste, in modo pacifico e creativo, attirando l’attenzione sui problemi dell’Albania come la mancanza di servizi, la corruzione, l’istruzione, la sanità e l’emigrazione dei giovani all’estero. Queste proteste, ora guidate dagli studenti ma alla quale si sono uniti anche liceali e altri cittadini, sono il segno di un punto di rottura molto più profondo rispetto all’insoddisfazione degli studenti per le università”, tanto da essere vissute come un vero e proprio punto di rottura intergenerazionale. Queste proteste vanno oltre i costi o le carenze dell’istruzione superiore, riflettendo un senso generale di alienazione rispetto a un’integrazione europea che deve ancora materializzarsi.

Un Paese di migranti

“La crescente disoccupazione giovanile (che secondo l’Unicef si attesta al 22,8% nella fascia 15-24 anni) crea una forte sensazione che l’istruzione non offra necessariamente un percorso verso una vita migliore in Albania e che l’unica strada sia l’emigrazione. L’Albania ha perso una quota considerevole della sua popolazione, a causa dell’emigrazione, mentre l’emigrazione di persone giovani e istruite ha anche modificato la struttura demografica del Paese, innalzando l’età media. L’emigrazione si è spostata sempre più verso persone più giovani e istruite in cerca di migliori opportunità di studio e lavoro all’estero”.

Alla domanda se per i giovani l’emigrazione sia quasi una strada obbligata Kryeziu precisa che, per molti giovani, “l’emigrazione non sia più un’avventura ma una strategia di sopravvivenza e un modo per costruire una vita che credono di non poter costruire nel proprio paese a causa della corruzione, della mancanza di meritocrazia, della mancanza di servizi, e così via”.

Il miraggio dell’Europa

Sebbene l’Albania sia tra le economie dei Balcani occidentali che hanno cercano di colmare il divario con gli standard di vita europei, tuttavia, il divario con la media dell’Unione Europea rimane evidente in termini di potere d’acquisto, salari, disuguaglianze regionali, produttività e qualità dei servizi pubblici.

Dopo il Montenegro, l’Albania si distingue come uno dei Paesi che hanno compiuto i maggiori progressi verso la piena adesione all’Ue. Tuttavia, dietro la retorica politica ottimistica, cresce la frustrazione tra i cittadini per la lentezza del processo di integrazione europea e la mancanza di miglioramenti tangibili nella vita quotidiana.

Nonostante i progressi economici, il Paese rimane in lista di attesa, e così “molti giovani non vogliono aspettare che l’Albania diventi membro dell’Ue per godere degli standard che vedono negli altri Paesi europei. Vogliono stipendi migliori, servizi sanitari funzionanti, un’istruzione di qualità, istituzioni affidabili e opportunità di lavoro, ma li vogliono adesso. In realtà, queste sono richieste che sono state ripetute nel corso degli anni e attraverso diverse proteste. Nulla è cambiato a riguardo, se non che la vita è diventata più costosa per i giovani, gli alloggi sono diventati più costosi, il cibo è diventato più costoso, mentre gli stipendi sono rimasti invariati. Nel frattempo, ogni giorno vediamo un rappresentante del governo, che sia un ministro o un funzionario di livello inferiore, a processo per accuse di corruzione e presunti guadagni finanziari enormi. In altre parole, da un lato abbiamo i giovani e una società povera, mentre dall’altro c’è un’élite ricca che vive a spese della propria gente”.

Non basta il turismo

La crescita dell’Albania si basa pesantemente sul turismo, ma l’inflazione e i prezzi alti stanno colpendo duramente la gente comune.

Kryeziu sottolinea il dilemma che il Paese sta vivendo: è noto che il turismo stia portando crescita economica e investimenti, ma “la domanda della gente è chi tragga beneficio da questa crescita”.

Entrando dentro i dati economici, in Albania “stiamo assistendo a numeri record di turisti, mentre, allo stesso tempo, gli albanesi dicono di non potersi più permettere i prezzi degli affitti, del cibo e dei servizi. Per i giovani, in particolare a Tirana, l’aumento del costo della vita non è accompagnato da aumenti corrispettivi dei salari. I pensionati vivono al limite della sopravvivenza, con una pensione media di 100 euro, affidandosi ai propri figli che di solito vivono all’estero. I prezzi del carburante sono altissimi, anche rispetto ai paesi vicini, e di conseguenza i prezzi di tutti i prodotti sono aumentati. Sembra quasi che il paese venga costruito per i turisti e gli investitori, mentre per i cittadini diventa sempre più difficile permettersi la vita di tutti i giorni”.

Uno sguardo sulla politica interna

Abbiamo chiesto a Kryeziu cosa ancori saldamente la forza del Governo attuale, e perché l’opposizione non riesce a fare la differenza. La giornalista evidenzia come il Partito socialista del premier Rama abbia “costruito un forte controllo istituzionale nel corso degli anni e vinto quattro mandati consecutivi. In altre parole, abbiamo a che fare con una struttura politica che ha avuto tutto il tempo per consolidare il proprio potere istituzionale e politico. Non dimentichiamo che nel 2013, quando il primo ministro Rama è salito al potere, era l’unica speranza per gli albanesi, dopo che il Paese era stato precedentemente governato da Sali Berisha e dal Partito democratico”.

Poi, sottolinea come una parte della forza di Rama derivi anche dalla debolezza dell’opposizione: “Per anni l’opposizione albanese ha sofferto di divisioni, frammentazione, conflitti interni, mancanza di credibilità e incapacità di presentarsi come una chiara alternativa per una parte della società, nonché come un’alternativa convincente per i giovani che non si identificano nei partiti tradizionali. Questa è anche una conseguenza delle sue stesse azioni. Nel caso del Partito Democratico, che è stato il principale partito di opposizione, è stato di fatto tenuto in ostaggio dal suo attuale leader, Berisha, che non ha permesso a persone più giovani di guidare il partito”.

Rispetto alla significativa partecipazione alle manifestazioni, a cui si sono aggiunti anche centinaia di professori universitari, la giornalista evidenzia che “molti dei cittadini che protestano oggi non stanno scendendo in piazza perché sono improvvisamente diventati sostenitori dell’opposizione. Sono disillusi dall’intero sistema politico. D’altra parte, di recente sono stati istituiti diversi nuovi partiti di opposizione che stanno iniziando a guadagnare sostegno, ma non abbastanza da scalfire la presa di Rama sul potere”.

Tra gli aspetti più delicati della crisi c’è il coinvolgimento di centinaia di adolescenti tra le persone fermate e le crescenti intimidazioni all’attività della stampa.

Il mestiere scomodo del giornalista

Abbiamo chiesto a Kryeziu, insignita lo scorso anno del terzo premio del European Union Investigative Journalism Award, di raccontarci un po’ del suo lavoro. Ci ha tenuto innanzitutto a sottolineare la centralità della terra nella storia del Paese: “In Albania, bisogna chiedersi non solo ‘chi sta costruendo?’, ma anche: chi possedeva il terreno prima? Come è cambiato il suo stato? Come è stato concesso il permesso? Chi lo ha approvato? Chi ne beneficia? E quali connessioni esistono tra i beneficiari e le istituzioni che prendono le decisioni? Ciò che molti di questi giovani chiedono è uno Stato in cui le regole si applichino equamente a tutti. Un Paese in cui non è necessario conoscere qualcuno per trovare un lavoro, in cui non servono raccomandazioni per accedere a un’opportunità, in cui le risorse naturali non vengono messe a disposizione di chiunque abbia capitale e in cui le istituzioni possono chiamare a rispondere delle proprie azioni anche le persone più potenti”.

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