giovedì, 09 aprile 2026
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Sud sudan, un Paese sull’orlo del collasso

Il punto con la responsabile della comunicazione della Missione Onu, Francesca Annemarie Mold: “Circa 15.000 caschi blu prestano servizio nella Missione per proteggere i civili, facilitare la consegna sicura degli aiuti umanitari, monitorare, indagare e riferire sui diritti umani e sostenere il processo di pace”

Con una missione Onu ridimensionata per mancanza di risorse, il Sud Sudan, contagiato dalla vicina crisi sudanese, per arginare le violenze ha una sola strada: fare pressione sui Paesi della regione, perché medino tra le parti in una guerra fratricida.

Il Sud Sudan, con una superficie pari due volte a quella italiana e posto nel centro-est africano, è lo stato più giovane del mondo e una popolazione di poco superiore ai 12 milioni di abitanti frammentata in oltre 300 gruppi etnici.

Il ritorno alla guerra in Sud Sudan all’inizio del 2026 ha segnato il fallimento di oltre un decennio di sforzi, per far uscire il Paese dal precedente conflitto e garantire che non si ripetesse. Le lotte di potere post-indipendenza (2011) tra il presidente, Salva Kiir (etnia dei Dinka), e l’ex vicepresidente, Riek Machar (etnia dei Nuer), hanno dato origine a una devastante guerra civile dal 2013 al 2018.

La revisione dell’accordo di pace, firmato tra le parti in conflitto nel 2018, che ha riportato Machar alla vicepresidenza è stato un compromesso tattico, imposto a Kiir dalle pressioni di Uganda e Sudan, piuttosto che da un autentico spirito di riconciliazione nazionale. L’ordine politico si è dimostrato fragile e lacerato, in un Paese la corruzione interna per i proventi delle materie prime e le pressioni dei governi vicini con conseguenti sfollamenti su larga scala e un aggravamento delle problematiche umanitarie.

Le Nazioni Unite hanno avvertito che due milioni e mezzo di persone sono sull’orlo della carestia e che in alcune zone le scorte alimentari potrebbero esaurirsi entro il mese prossimo. Inoltre, si preannunciano difficoltà di reperimento di fertilizzanti per l’agricoltura a seguito del protrarsi della guerra del Golfo.

Per gli aggiornamenti dal campo abbiamo intervistato Francesca Annemarie Mold, responsabile della comunicazione dell’Unmiss (Missione delle Nazioni Unite nel Sud Sudan)

Dal 9 luglio 2011, la Missione Unmiss si è adoperata per consolidare la pace e proteggere i civili. Come è cambiata la situazione nel Paese in questi anni?

Dopo aver ottenuto la sua storica indipendenza, il Sud Sudan ha continuato a essere teatro di conflitti persistenti e di una grave situazione umanitaria. La firma della revisione dell’Accordo di pace, nel 2018, ha infuso nel popolo del Sud Sudan grande speranza e ottimismo, nella convinzione che una pace duratura sarebbe finalmente stata raggiunta. Purtroppo, da allora si sono susseguite diverse proroghe del periodo di transizione e ritardi nelle prime elezioni democratiche del Paese. Più recentemente, la situazione politica e di sicurezza si è notevolmente deteriorata, con una situazione di stallo politico tra i principali firmatari dell’accordo di pace che ha acuito le tensioni e gli scontri armati in diverse località del Paese.

Sono passati, ormai, 15 anni dall’indipendenza e troviamo presente una delle maggiori missioni di caschi blu. I rapporti periodici dicono che le criticità persistono e le sfide non mancano...

Circa 15.000 caschi blu, tra civili e militari, prestano servizio nella Missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan per proteggere i civili, facilitare la consegna sicura degli aiuti umanitari, monitorare, indagare e riferire sui diritti umani e sostenere il processo di pace. La missione si trova ad affrontare numerose sfide, che vanno da quelle logistiche, come la necessità di attraversare terreni molto impervi e affrontare shock climatici, tra cui inondazioni eccezionali, a restrizioni di accesso alle aree colpite dal conflitto, minacce alla sicurezza del personale Onu e, più recentemente, la necessità di ridurre significativamente le spese in un breve periodo di tempo a causa della crisi finanziaria che ha colpito l’Onu. Ciò sta comportando la chiusura e la riduzione delle basi dislocate nel territorio, il rimpatrio del personale militare e tagli al personale civile e alle spese operative, con conseguenti ripercussioni sulla capacità dell’Unmiss di adempiere al suo mandato ampio e complesso in un momento in cui il suo sostegno al Sud Sudan è più importante che mai.

All’inizio di marzo, però, i caschi blu sono stati nuovamente vittime di un’imboscata. Sembra sempre più difficile trovare il modo di raggiungere la pace, nonostante gli aiuti umanitari, che continuano ad affluire nel Paese per una popolazione stremata dalla guerra e dalla carestia?

Come ha ricordato, il 1° marzo 2026 un convoglio di peacekeeping che viaggiava lungo il confine, tra lo Stato di Jonglei e la Grande area amministrativa di Pibor, è stato attaccato da un gruppo armato non identificato. Nonostante le numerose sfide, l’Unmiss continua a essere al fianco del popolo del Sud Sudan, impegnandosi al massimo per aiutare il Paese ad affrontare il difficile percorso dal conflitto alla pace. Insieme ai partner regionali e internazionali, sosteniamo tutti gli sforzi volti a riunire le parti per un dialogo volto a risolvere le tensioni, porre fine al conflitto e tornare a un processo decisionale e ad azioni basate sul consenso per far progredire l’accordo di pace. Lavoriamo anche a livello interno, con le principali parti interessate, tra cui leader politici, autorità statali, società civile, gruppi giovanili e femminili e le comunità stesse, per prevenire i conflitti intercomunitari e sostenere la riconciliazione e la pace.

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