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Dono di fede al Ciad: sabato l'invio di don Matteo

Nella veglia missionaria di sabato 22 ottobre in cattedrale, saranno inviati due missionari fidei donum, don Matteo Cecchetto e Gabriele Tiveron. Proponiamo qui un'intervista al trentasettenne sacerdote originario di Riese Pio X.

Sabato 22 ottobre, durante la veglia missionaria diocesana, due persone diranno il loro personale “Eccomi”, inviate come “dono di fede” a due chiese sorelle africane. Si tratta di don Matteo Cecchetto, 37 anni, originario di Riese Pio X, sacerdote dal 21 maggio 2011, finora in servizio nelle comunità di Quinto e Santa Cristina, e di Gabriele Tiveron, trevigiano, laico, di 42 anni. Abbiamo raggiunto don Matteo al termine del suo periodo di formazione al Cum, il Centro unitario per la cooperazione missionaria tra le Chiese, che ha sede a Verona.
Come ha accolto la proposta del Vescovo di essere inviato in Ciad come prete “fidei donum”, accanto agli altri nostri sacerdoti diocesani?
Cinque anni fa alla presentazione al Vescovo della domanda di ordinazione avevo espresso la disponibilità, se ci fosse stato bisogno, di andare nelle nostre missioni. Certo, come prete diocesano il pensiero principale non è quello di andare in missione. Al termine di questi primi cinque anni di servizio pastorale, nel cuore mi stavo preparando all’idea di un possibile cambio, mai avrei pensato a una tale proposta da parte del Vescovo. L’ho accolta subito come una preziosa occasione che mi viene offerta.
Quali “aspettative” porta nel cuore e come spera di essere accolto dalle persone e dalla chiesa sorella di Pala?
Non ho propriamente delle aspettative in quanto è una terra che non conosco, con persone che non conosco e non so cosa aspettarmi. Sarà una sorpresa! Ciò che spero è di poter vivere un pezzo di strada accanto ad altri fratelli nella fede, sapermi porre accanto con discrezione, con un cuore libero, sapendo che, anche in quella porzione di terra, il Vangelo è già stato annunciato e il Regno è già presente. Spero di sapermi immergere nel grande fiume di storia, di vita, di umanità dei fratelli d’Africa, con la sapienza di chi sa di essere uno straniero accolto.
Come ha vissuto questo periodo di preparazione a Verona?
E’ stato un tempo ricco di scoperte e relazioni. Eravamo in 36 persone ricche della stessa dignità battesimale. Uomini e donne uniti dalla stessa fede in Cristo, disposti a farsi prossimi di altri fratelli, chi prete come me, chi consacrata o consacrato, due coppie di sposi di cui una con due vivaci bambini, giovani e “meno” giovani, italiani, peruviani, indiani, africani brasiliani, filippini… 36 persone tra le quali mi sono sentito “ecclesia”. Al di là degli importanti approfondimenti sulla storia, sull’antropologia, sulla filosofia, sulle religioni tradizionali africane, ciò che ci ha formato nel profondo è stato il lavorare sulle nostre capacità di relazione, sulle nostre modalità di comunicazione, e soprattutto comprendere almeno un po’ che il dono più grande che potremo portare è accogliere il tanto che c’è già.
Come desidera essere accompagnato dai trevigiani (e in particolare dai giovani) in questo nuovo servizio pastorale?
Un proverbio africano dice: “Se vuoi andare veloce, cammina da solo; ma se vuoi andare lontano, fatti accompagnare”. Mi sembra un punto di partenza interessante. Desidero che tutta questa nostra Chiesa di Treviso accompagni noi fidei donum (preti, consacrate e laici), sparsi nelle missioni che come Diocesi sosteniamo. Un sostegno nella vicinanza relazionale perché, come sta alla base dell’antropologia africana, “Ubuntu: io sono perché noi siamo”.

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