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Paolo VI e Romero: i santi del Concilio

Saranno canonizzati domenica 14 ottobre dal Papa, all’interno del Sinodo dei giovani. Figure molto diverse ma unite dall’amore per Cristo, per la Chiesa e per i poveri. Con la loro fede hanno contribuito
a generare la Chiesa del XX secolo. Si sono “giocati la vita” per il Vangelo: non è un caso che Francesco indichi ai giovani il profumo della loro santità.

La canonizzazione congiunta di Paolo VI e Oscar Romero è un grande dono per tutta la Chiesa. Il papa di Concesio e il vescovo di San Salvador, “el monsegnor”, vengono proposti all’intero popolo di Dio quali testimoni affidabili, in cui riconoscere dei segni “eroici” della fede. E il popolo di Dio, che ha l’istinto della fede e che da tempo aveva “fiutato” la loro santità, ora esulta di gioia. Si tratta di due figure molto diverse per storia e personalità, ma unite dall’appassionato amore per Cristo, per la Chiesa e per i poveri. La decisione di canonizzarli in contemporanea ci ricorda che la santità è come l’autunno: ha mille colori. Quelli più vivaci ed intensi della “primavera del Concilio” e quelli più scuri e bui della sofferenza del popolo del Salvador e del sangue sparso in quella terra.

Come ha scritto Ettore Malnati, figura molto vicina a Paolo VI, “più si allontanava il tempo da quel pontificato profetico, ma non colto a causa della situazione ubriacata dal periodo post sessantottino, più le persone pensose e attente a scelte riformatrici apprezzavano l’opera del Pontefice bresciano”. Ora quell’apprezzamento diventa motivo di gratitudine e di lode. Se Paolo VI ha amato e servito la Chiesa portando a compimento il Concilio, mons. Romero lo ha fatto prendendo le difese dei campesinos fino al martirio “in odium fidei”. Al di là delle espressioni più forti utilizzate in questi mesi per i due nuovi santi (“pontificato crocifisso” per Paolo VI e “perseguitato dalla Chiesa” per Romero), è noto che nell’amare e servire la Chiesa entrambi hanno sofferto per essa, ma anche a motivo di essa.

E questo è forse il tratto che li avvicina di più e l’elemento di novità di questa canonizzazione. Papa Francesco ha utilizzato tre verbi molto pesanti per spiegare che il martirio di Romero continuò anche dopo la sua morte: fu diffamato, calunniato, infangato. E Paolo VI patì un accerchiamento “a tenaglia” da parte degli intransigenti, che lo consideravano troppo “debole”, e dei paladini del Concilio che nell’Humanae vitae vedevano il tradimento dello “spirito del Concilio”.
Questo martirio interno alla Chiesa è di grande attualità e forse non è un caso che queste due figure vengano oggi proposte al popolo di Dio come esempio di beatitudine evangelica e di fedeltà al servizio della Chiesa. Come ha scritto p. Bartolomeo Sorge, la canonizzazione di Paolo VI nel 2018 si collega idealmente a quella di Giovanni XXIII nel 2014, per cui, osserva, “le nove sessioni e i quattro periodi del Concilio Vaticano II, dal primo all’ultimo giorno, sono stati ‘santificati’ dall’ispirazione e dalla guida dei due grandi pontefici”. E se per Paolo VI servire e amare la Chiesa significava tracciare una traiettoria teologicamente impeccabile (“per conoscere Dio bisogna conoscere l’uomo”), per il vescovo Romero voleva dire una cosa sola: ascoltare la Parola di Dio nella storia e con i poveri.
Per questo, accanto al titolo di “martiri del Concilio”, si addice loro forse anche quello di “padri della Chiesa del XX secolo”, perché con la loro fede hanno contribuito a generarla. L’hanno generata aprendola al dialogo con il mondo e a vivere concretamente la solidarietà con gli ultimi. “L’antico racconto del samaritano è stata la norma della spiritualità del Concilio: un immenso amore per gli uomini lo ha tutto pervaso”, disse Paolo VI nella sua omelia a conclusione della nona ed ultima sessione del Concilio Vaticano II, il 7 dicembre 1965. Sono le parole che forse meglio esprimono quell’interpretazione sapienziale del Concilio incarnata dal pontefice bresciano.
E Romero raccontava che l’opzione preferenziale per i poveri scelta dal Concilio era diventata la sua ragione di vita a motivo di una precisa circostanza: “Quando assassinarono il mio braccio destro, il padre Rutilio Grande – disse mons. Romero in un incontro privato con padre Sorge –, anche i campesinos rimasero orfani del loro «padre» e del loro più strenuo difensore. Fu durante la veglia di preghiera davanti alle spoglie dell’eroico padre gesuita, immolatosi per i poveri, che io capii – proseguì mons. Romero – che ora toccava a me prenderne il posto, ben sapendo che così anch’io mi sarei giocato la vita”.
Questo “prendere il posto di un altro” e “giocarsi la vita” per il Vangelo è un appello che giunge fino ai nostri giorni. Non è certo un caso che papa Francesco abbia voluto celebrare questa canonizzazione proprio nei giorni del Sinodo dei giovani, indicando loro due santi molto vicini alla vita e alla storia. Santi “della porta accanto” dove scorgere i tratti inconfondibilmente gioiosi della santità cristiana: il profumo di una vita spesa bene, dove anche ogni nota stonata è armonizzata nell’insieme. La santità, come la verità, oltre che “colorata”, è sempre sinfonica.

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