giovedì, 04 giugno 2026
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Questione di attitudine: Fabio Mariuzzo sull’Everest con la bandiera dell’Afiff

Intervista al professor Mariuzzo dell’Associazione familiari insonnia familiare fatale; il trentaduenne insegnante al Lepido Rocco San Luigi di San Donà e grande appassionato di sport racconta la sua avventura straordinaria

Quando si decide di intraprendere un’avventura straordinaria, è cosa buona condividerla con più persone possibile. In questa pagina vi raccontiamo quella intrapresa da Fabio Mariuzzo che, ad aprile, è arrivato fino al campo base della montagna più alta del pianeta: il monte Everest.

Fabio Mariuzzo ha 32 anni, ed è insegnante alla Lepido Rocco San Luigi di San Donà di Piave. Tra i suoi interessi principali troviamo lo sport, i viaggi e la letteratura. Fa parte di Afiff, Associazione familiari insonnia familiare fatale, una realtà in prima linea nella lotta alle malattie da Prioni, rare patologie genetiche neurodegenerative di cui la sua famiglia è affetta da qualche generazione.

Come è nato questo progetto, quando è nata l’idea e perché? Sei partito da solo o ci sono stati altri amici ed accompagnatori in questa spedizione?

La spedizione ci ha visti camminare in cinque: io, mio papà Giovanni e mio fratello Davide per Afiff, Josu, ricercatore di Bilbao e Ilaria, ricercatrice di Trento. A noi vanno aggiunte quattro persone: ci hanno guidato e supportato, infatti, una guida e tre Sherpa nepalesi (senza di loro non avremmo potuto farla). L’idea del Monte Everest è nata mentre terminavamo il progetto «2000 km» che, nel 2024, ci ha visti pedalare da Treviso a Bilbao. Un anno dopo siamo stati coinvolti nell’organizzazione di «Prion 2026», un meeting di portata internazionale che nel prossimo novembre riunirà a Verona i luminari che studiano questa patologia. Avevamo nel cassetto questo progetto per dare visibilità a questo evento di respiro mondiale: arrivare al campo base dell’Everest. L’associazione si è attivata subito per renderla possibile.

Viaggiare è un po’ scoprire noi stessi... Cosa hai scoperto di te durante questo viaggio? Cosa ti è mancato di più della tua vita?

L’Himalaya è un luogo che richiede un impegno preciso a chi decide di affrontarlo: togliere per salire. Lungo il trekking verso il campo base dell’Everest, guadagnando altitudine, per aiutare il corpo è necessario rimuovere tanti vezzi a cui siamo abituati: caffè, tè, carne, alcolici. Vivere bene lassù senza queste comodità ci ha aiutato ad apprezzare altro, i panorami e le relazioni, oltre che acquisire consapevolezza e autonomia. Non credo si possa parlare di vera e propria nostalgia in due settimane, ma sicuramente il pensiero è andato spesso a mamma Monia che dall’Italia ci chiamava ogni giorno e non è mai mancata nel farci sentire supportati al 101 per cento, in ogni passaggio prima, durante e dopo.

Scegli tre fotografie, immagini, volti, ricordi che possono riassumere questo viaggio...

La prima immagine è la foto scattata in sala insegnanti con i colleghi prima della partenza: in un’esperienza come questa, la spinta che riceviamo da chi ci vuole bene, è fondamentale. La seconda è quella in cui mio fratello Davide e la nostra guida si abbracciano sorridenti: l’incontro tra due mondi così diversi è stato molto arricchente e non dimenticheremo i suoi insegnamenti durante il viaggio, il primo fra tutti che affrontare l’Everest non è una questione di altitudine, ma di attitudine. La terza immagine è il passo Tukla, un luogo silenzioso, poco sotto i 5.000 metri, in cui sono state erette delle piccole torri di pietra in ricordo di tutti coloro che hanno perso la vita sul monte Everest: lì ho pensato che non esista al mondo metafora migliore per descrivere il concetto di memoria, cioè sommare i ricordi in piccole costruzioni che non svolgono azioni particolari, se non quella di resistere al vento, rimanendo intatte per sempre.

Immagina di scrivere un diario di bordo su questa esperienza: quale sarebbe il titolo e a chi vorresti dedicarlo?

Lo intitolerei «Alla fatica», che ci apre le possibilità migliori nella vita e che dà senso al gesto del continuare, più che a quello dell’arrivare. Dedicherei la riuscita di questa impresa a Fabio e Giulia, referenti della Contrada di Ca’ Malipiero, perché da anni dimostrano una generosità difficile da spiegare e una forza travolgente. Scelgo loro perché incarnano l’esempio di tante altre persone e realtà associative che, con impegno e passione, ci affiancano in questa battaglia affinché la ricerca trovi presto una cura. Credo che questo vero e proprio motore che spinge Afiff sia da studiare: è quasi inspiegabile il fatto che chi ci sta vicino si spenda così tanto per una malattia che, in fin dei conti, non li riguarda in prima persona. È quello che i manuali definiscono come altruismo nella sua forma più pura; senza di loro la nostra azione sarebbe decisamente meno efficace.

Se dovessi descrivere questo tuo viaggio con un oggetto, quale sceglieresti e perché?

Non ho dubbi su quale oggetto scegliere: le bandiere tibetane. Sono state sicuramente la cosa più affascinante incontrata su quei sentieri. Sono abbastanza celebri quelle bandierine colorate che vediamo sventolare nei filmati e nei documentari sull’Himalaya. Esse rappresentano i quattro elementi e l’universo e vengono poste nei luoghi ventosi perché si ritiene che il vento, attraversandole, diffonda pace, armonia e saggezza nei luoghi in cui soffia.

Come è possibile conoscere di più sull’Afiff?

Afiff è un’associazione nata più di vent’anni fa per contrastare delle rare patologie neurodegenerative chiamate malattie da Prioni, di cui fa parte l’Insonnia familiare fatale. È una malattia molto strana e mortale che porta alla privazione del sonno di coloro che ereditano il gene della malattia. L’associazione ci dà la possibilità di combattere attivamente questa battaglia, raccogliendo fondi per la ricerca e dando visibilità a queste patologie rare. Il progresso scientifico è la nostra speranza e il nostro faro e per noi è fondamentale fare tutto il possibile perché il momento in cui la malattia verrà sconfitta, arrivi presto. Per conoscerci, supportarci e partecipare ai nostri eventi è sufficiente digitare www.afiff.charity o cercare Afiff sui social. Ogni persona che partecipa alla nostra sfida è un passo decisivo verso la speranza e la cura.

La conclusione di questa intervista a Fabio e al suo meraviglioso viaggio al Campo Base dell’Everest non può che terminare con le parole di sant’Agostino: “Il mondo è un libro, e quelli che non viaggiano, ne leggono solo una pagina”. Un invito a tutti, in vista dell’estate e delle meritate vacanze, che questo tempo sia l’occasione per leggere nuove pagine di quello speciale libro che è la nostra vita, farne tesoro e condividerla.

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