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Arti&Mesteri/20. Massimo Miotto, bachicoltore della seta etica

La Rete setica (seta etica) unisce eredità storica e ricerca scientifica in un progetto di lavoro remunerativo e proiettato al futuro
18/06/2026

Microspie e malware farebbero sorridere i due monaci del 500, riusciti a trafugare dalla Cina uova di bachi da seta custodite con segretezza assoluta. La fecero franca e, grazie a loro, anche nella nostra zona l’attività prospera nei secoli fino agli anni ’70, quando una serie di cause e alcuni parassiti ne decretano la fine. Nel 2015, però, alcuni agricoltori trevigiani, padovani e bellunesi decidono di investire proprio nel baco. Seguiti dall’Università di Padova e dal Crea, si aggregano così nella Rete Setica (seta etica), uniscono eredità storica e ricerca scientifica in un progetto di lavoro remunerativo e proiettato al futuro. Si mette in gioco anche Massimo Miotto, 54 anni, figlio di bachicoltori, cresciuto tra bozzoli e strumenti minimi in quel di Sala di Istrana, e lo fa con l’entusiasmo di chi, pur legato alla tradizione, coglie la chance di una filiera della seta 100% italiana, fondata su regole tecniche e sulla piena tracciabilità.

“I miei genitori - racconta - sfornavano quintali di gaete; noi ragioniamo in chilogrammi. La prima produzione di quest’anno si attesta sui 20 - 25 chili ottenuti da un telaino (20.000 bachi) di polibridi - incrocio tra cinesi e giapponesi - che, con rigore certosino, alleviamo per il filo di seta. Di solito siamo impegnati su due turni di questo tipo”.

I primi bozzoli sono ancora là, nell’abbraccio delle raggiere, ciascuno con circa un chilometro di filo, tutti pronti per la spellatrice. Massimo li osserva, lasciando calare il silenzio. E il pensiero va al nonno, ai genitori Gregorio ed Eurosia, bachicoltori; ricorda gelsi, carri, buoi e il vecchio portico con il trinciafoglia oggi ancora attivo in loro onore. E la moglie Giorgia, 52 anni vicepresidente della Rete, abbassa lo sguardo mentre racconta gli occhi di rugiada di lui all’invito di entrare nel progetto. Lacrime hanno rigato anche il viso di Eurosia in quei giorni ancora viva. Perché certi sogni hanno un prima. Un durante. Un dopo.

I locali per gli ospiti illustri devono garantire una pulizia che non lascia ai microbi nemmeno un punto dove aggrapparsi: disinfettati quanto una sala operatoria. Guanti, ciabatte igienizzate e via, si entra quasi come alla Nasa, almeno nelle prime settimane.

L’assistenza è continua per una trentina di giorni durante i quali i bachi mangiano senza ritegno: se dalla prima alla terza età l’appetito, in verità, è ancora timido, nell’ultima decina di giorni essi si rifanno gustandosi il 75% delle foglie raccolte nel periodo. Se papà fosse qua, sono le parole ricorrenti fin dall’inizio: certo che non starebbe nella pelle dalla gioia e gli friggerebbe la testa nel veder le forbici elettriche e il gelseto bio ad altezza d’uomo. Buona notte alle scale a pioli, al mendicare i rami di gelso per il paese. Addio con un bel grazie ai graticci, un benvenuto ai sensori della temperatura calati dal soffitto e a quelli dell’umidità nascosti sotto le lettiere: i loro dati sono raccolti e controllati direttamente dall’Università di Padova. Le scuole alte, là nel suo cortile, a studiare i “cavalieri”: mah! si meraviglierebbe il padre. Sorrida, Gregorio: Massimo abbraccia il nuovo, pur continuando a far cantare la spellatrice e il tranciafoglia levigati dalle sue fatiche.

Questi bozzoli pregiati soddisfano clienti in cerca di filo omogeneo Made in Italy che garantisce una tessitura di valore, differente dalla produzione cinese orientata alla quantità. Ma non sono le stoffe a interessare i nostri bachicoltori, che puntano invece sui settori orafo, farmaceutico e cosmetico. Lo spiega Giorgia. Da anni Giampietro Zonta, orafo vicentino e titolare di D’Orica, segue parte dei loro bozzoli per destinarli alla produzione del filo per collane preziose: fino a qualche tempo fa, ne controllava ogni fase con le telecamere; oggi non più, grazie al rapporto di fiducia. Altri clienti li acquistano, invece, per la trasformazione in fili chirurgici e garze per ustionati: materiale resistente, anallergico e riassorbibile. I prodotti non idonei a questi impieghi trovano applicazione in cosmetica: le gaete di seconda scelta vengono destinate a trattamenti di pulizia del viso, mentre le larve sono un ingrediente prezioso nelle creme di bellezza.

Ascolta e sorride Nicole, 22 anni, seconda di quattro figlie, l’unica già avviata nel cammino tracciato dai genitori. Sotto la spinta e il controllo della dottoressa Silvia Cappellozza, dirigente di ricerca del Crea, ha fatto nascere e sta crescendo il suo piccolo esercito di bachi destinati alla riproduzione: una farfalla produce dalle 400 alle 600 uova prima di morire pochi giorni dopo. La ricerca scientifica, racconta, sta esplorando l’uso di una proteina della seta anche per la produzione di lenti a contatto. C’è tanto futuro. A settembre i coniugi Miotto gestiranno il terzo turno dell’annata e non sarà un telaino di polibridi, ma di varietà giapponesi distinte dalle cinesi da affidare poi agli addetti alla riproduzione.

Gregorio ed Eurosia hanno trasferito la sapienza a Massimo e Giorgia. Lo sa Nicole, e conosce la fatica quanto basta per dare valore al sudore dei nonni.

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