sabato, 01 agosto 2026
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Ceuta, emergenza annunciata e strumentalizzazioni

Ceuta, avamposto europeo in terra d’Africa, torna a essere il sismografo delle tensioni tra la sponda nord e quella sud del Mare Nostrum, mostrando quanto i confini fisici dell’Unione Europea siano permeabili di fronte alle pressioni demografiche ed economico-sociali del continente africano

Il drammatico afflusso di migliaia di persone che in queste ore sta attraversando la linea di confine tra il Marocco e l’enclave spagnola di Ceuta non è un incidente isolato, né un’emergenza improvvisa: è la manifestazione plastica di una frattura strutturale che la geografia impone all’Europa e che l’architettura istituzionale di Bruxelles si ostina a gestire con gli strumenti del contenimento militare e della gestione frammentata dei flussi da parte degli stati.

Ceuta, avamposto europeo in terra d’Africa, torna a essere il sismografo delle tensioni tra la sponda nord e quella sud del Mare Nostrum, mostrando quanto i confini fisici dell’Unione Europea siano permeabili di fronte alle pressioni demografiche ed economico-sociali del continente africano.

Ceuta certifica i limiti sostanziali del recente Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, considerato che c’è chi stima che circa 100mila persone in cammino nell’ultima settimana non siano state considerate da chi elabora i dati dei satelliti. Qualcosa evidentemente non ha funzionato.

All’origine del varco: storia della rotta del Mediterraneo occidentale

Per comprendere la portata degli eventi di Ceuta occorre inquadrare la traiettoria storica della rotta del Mediterraneo occidentale e del suo prolungamento atlantico. Sin dagli anni ‘90 del secolo scorso, con il progressivo irrigidimento del regime dei visti verso i cittadini del Maghreb, lo Stretto di Gibilterra e le enclave di Ceuta e Melilla sono diventati la direttrice primaria dell’immigrazione irregolare verso la penisola iberica. La reazione di Madrid - concretizzatasi nella costruzione di imponenti recinzioni reticolate alte 6 metri avviata nel 1993 e potenziata a più riprese - non ha fermato i movimenti migratori, ma li ha semplicemente deviati.

Con l’irrigidimento dei controlli marittimi nello Stretto di Gibilterra e nel Mar d’Alborán, le rotte si sono riorganizzate, incanalandosi lungo la tragica rotta atlantica delle Isole Canarie e concentrando la pressione sui varchi terrestri di Ceuta e Melilla. Una geografia della disperazione che dimostra come il contenimento politico e militare non azzeri la spinta migratoria, ma si limiti a d modificarne i punti di imbarco o di transito - dalla costa settentrionale del Marocco fino al Sahara Occidentale e alla Mauritania - senza mai annullare la pressione di fondo, alimentata da instabilità politica nel Sahel, desertificazione ed esasperata mancanza di prospettive economiche per le giovani generazioni africane.

D’altronde nel Sahel è attualmente in corso una profonda ristrutturazione geopolitica, segnata dall’effetto domino dei colpi di stato militari - dal Mali al Burkina Faso fino al Niger - dal progressivo insediamento dei mercenari russi e dal dilagare delle insurrezioni jihadiste che accanto alla desertificazione sta trasformando l’intera fascia sub-sahariana in una polveriera inespugnabile, da cui milioni di sfollati sono costretti a fuggire verso nord.

La Convenzione sui rifugiati al bivio dei 75 anni

Questo riacutizzarsi delle tensioni ai confini meridionali giunge in una coincidenza temporale ricca di significato: il settantacinquesimo anniversario della Convenzione di Ginevra sui rifugiati (28 luglio 1951). Nata dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale per offrire protezione agli sfollati del continente europeo, la Convenzione rappresenta la pietra angolare del diritto internazionale umanitario dell’epoca contemporanea, fondata sull’inviolabilità del principio del non-respingimento.

Oggi, tuttavia, la tenuta negoziale di quell’accordo appare incrinata. Tra gli Stati membri dell’Unione prevale la tendenza a ridefinire il concetto stesso di asilo, esternalizzando i controlli verso Paesi terzi di dubbia affidabilità democratica o erigendo barriere fisiche in palese stridore con lo spirito del 1951. Gli avvenimenti di Ceuta e le posizioni che stanno assumendo i vari governi europei mettono a nudo la distanza tra le dichiarazioni di principio e la realtà sul campo: la Convenzione, concepita per un mondo diviso in blocchi e con flussi prevalentemente individuali, fatica a trovare un’applicazione uniforme di fronte alle migrazioni di massa contemporanee, dove la distinzione tra profugo politico e migrante economico sfuma sotto il peso di crisi sistemiche globali.

Blindiamo il mare: tra tentazioni elettorali e miopia sulle spinte migratorie

Di fronte all’incalzare degli eventi sulla frontiera spagnola (circa 49 mila arrivi a nuoto in 24 ore, fonte Ansa), le cancellerie europee reagiscono guidate da logiche contingenti di breve periodo. L’evocazione da parte del Governo italiano di una sospensione del Trattato di Schengen - motivata dall’esigenza di fronteggiare le ricadute delle pressioni migratorie in Italia, senza peraltro tenere conto dello status speciale di Ceuta, e dei reali numeri - risponde in larga misura a calcoli di politica interna e scadenze elettorali. Trasformare la libertà di circolazione continentale nel capro espiatorio dell’incapacità comunitaria di gestire i fenomeni di mobilità significa smantellare uno dei pilastri dell’integrazione europea senza offrire alcuna soluzione reale alle cause del fenomeno.

Sfogliando i quotidiani e guardando i servizi dei tg nazionali si ritrova una narrazione pressoché unidirezionale: il problema degli italiani è l’immigrazione, non il costo della vita, il caro carburanti, i ritardi dei treni e nemmeno il riscaldamento globale. Così notizie come “invasione di Ceuta” o “assalto a Ceuta” diventano lo strumento retorico ideale per sostenere tale narrazione

Mare Nostrum: una storia che abbiamo dimenticato

Mentre la retorica del muro - sebbene ci si debba chiedere dove e come si possa erigerne uno in mezzo al mare - conquista spazio nel dibattito pubblico continentale, si smarrisce la memoria storica e culturale del bacino mediterraneo. Per millenni, il Mare Nostrum non è stato un fossato difensivo, ma uno spazio d’interconnessione, uno snodo commerciale e culturale plasmatosi proprio attraverso l’accoglienza, lo scambio e la contaminazione tra sponde diverse.

Dal principio dell’xenia greca alla sacralità dell’ospite nelle culture arabe e latine, il Mediterraneo ha costruito la propria civiltà sulla certezza che chi arriva dal mare non è un nemico da respingere, ma un interlocutore. Salvare il valore umano della Convenzione sui rifugiati e superare le paure identitarie non è soltanto un imperativo morale, ma la precondizione geopolitica affinché l’Europa non rimanga prigioniera della propria fortezza.

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