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Arti&mestieri/17. La scarpa giusta per ogni piede

Paolo Girotto, 61 anni, consacrato professionista d’eccellenza dal suo percorso.
07/05/2026

“Creazioni artigianali, calzoleria”. Sul web si presenta così Paolo Girotto, 61 anni, consacrato professionista d’eccellenza dal suo percorso. Il padre Giannino, nato nel 1939 a Spresiano, fin da ragazzino sale sul treno per andare a Venezia a imparare il mestiere del calzolaio, completando il sonno della notte sui sedili di legno, nonostante lo sferragliare e il cigolio dei freni; all’arrivo però, lo sguardo si apre sull’acqua, sui ponti, sui palazzi, sul mestiere. Negli anni ’60 inaugura la propria attività a Treviso, in via Pescatori: il lavoro scorre tra voci che si inseguono e il profumo del cuoio intrecciato a quello della pasticceria Sommariva per raccontare insieme la città talentuosa.

Risuolare, riparare, sostituire tacchi, tingere, verniciare, ma la vera cifra di Giannino si rivela nel confezionare scarpe su misura. Eh diamine, non è che abbia scaldato i sedili del treno per nulla. La maestria va a braccetto con il talento nel calzolaio di via Pescatori che diventa una garanzia sia per chi ha le possibilità sia per quanti - e sono tanti - costretti a risuolare più volte lo stesso paio di scarpe. In questo background prende forma il futuro del piccolo Paolo, sempre accanto al padre, curioso degli attrezzi, pronto a martellarsi le dita. È di aiuto, certo, ma quando la pazienza finisce, Giannino cava una moneta dalle tasche, Paolo l’acchiappa e corre da Sommariva per uscire poi sul marciapiede a gustarsi il gelato osservando i pesci nel Sile azzurro. Dopo la scuola dell’obbligo Paolo frequenta l’indirizzo elettrotecnico del Giorgi. Sei mesi di elettricista - quanta noia! - con la passione per le scarpe che gli lavora ai fianchi. Lascia, si iscrive a un corso di modelleria sportiva a Biadene e con questa base frequenta la rinomata scuola di Stra: ora è la smania di un’attività in proprio a ronzargli attorno come una mosca contro il vetro. Game on. E Paolo nell’ottobre del 1986 alza la saracinesca in via Oriani, sì lungo la strada dedicata all’esaltatore di tutte le energie della razza, come lo definì Mussolini.

In via Pescatori, Giannino inchioda il tempo sulle suole, tra le case di Madonna Granda risuona la musica del figlio. I due mantengono un’intesa tale che quando il padre decide di abbassare le serrande, con un cenno dell’indice dirotta la clientela verso Paolo: c’è chi nasce con la camicia e chi, addirittura, con le scarpe.

Paolo, però, si è già fatto nome, ripara scarpe disperate e ne confeziona di nuove scoprendo che fanno gola. Da una forma-base, nasce la calzatura perfetta per il cliente che può avere un piede più largo, più stretto o con nodi. Carta e matita alla mano, il modello prende vita tra linee, idee e un pizzico di magia. Difficile spiegare con garbo a qualche signora che la “scarpa gioiello” non è la scelta giusta. E se madame non desiste, lo fa Paolo rifiutando il lavoro per correttezza. Il vero ginepraio, però, si nasconde nelle creazioni da sposa: scarpette delicate, sandalini di pelle, di raso, di camoscio, arabescati: la scelta è varia e le proposte di Paolo infinite. Un romanzo breve fatto di aspettative. Arriva la ragazza, sceglie forma, stoffa e con disinvoltura chiede lo sconto. Il giorno seguente la madre fa un ingresso trionfale, osserva con sguardo clinico: troppo alta, troppo bassa, troppo bianca, poi storce il naso: “E lo sconto?”. Arriva il turno del padre che non distingue una scarpa da una ciabatta, ma mantiene il tono di chi capisce tutto. “Va bene, lo sconto di quanto è?”, chiede precisando che a pagare sarà lui.

Le mani di Paolo non creano scarpe, ma dipendenza: pelli di serpente portate dall’Africa? Sandali. Una vecchia borsa di Louis Vuitton? Tacchi da urlo. Da una gonna Fendi escono dècolleté da invidia.

Il calzolaio di via Oriani, che oggi lavora molto per chi ha problemi ai piedi, è frequentato da altre categorie di habitué: i cantanti, gli attori, i ballerini a caccia di calzature di scena. Cucite a filo? No, il filo è stato eliminato: ora si usano collanti più leggeri e anche più resistenti.

“Io non ho appeso al chiodo gli attrezzi del passato: li utilizzo in ogni mio gesto”. Lo sa che quasi tutti i colleghi usano strumenti elettronici: lui no e lo fa per scelta. Artigiano puro. D’altronde, un chiodino che si fa strada a colpi del martelletto non è come quello sparato dalla pressa furibonda che gli trancia la testa e ne indebolisce la resistenza. Il tavolo del padre è qui, testimone con trincetti, tenaglie e una varietà di chiodini. “Sì, perché voglio scegliere con il tatto”, dice Paolo, facendo ruotare le ciotole sul tavolo, tessitore della loro storia. 1986-2026: quarant’anni tondi tondi e non sapere per quanto tempo ancora le luci andranno a illuminare quella fetta di marciapiede.

“Penso che questo mestiere stia scomparendo, sia perché i giovani non lo scelgono, sia per la tendenza a indossare scarpe che, al massimo, hanno necessità di un po’ di colla”.

Il tramonto sforna la città, la porta della calzoleria si apre e trasforma in sorriso il filo di amarezza.

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