Molti messaggi di stima e affetto, dicevo, che ho sentito rivolti non soltanto a me, neo direttrice,...
Per Cisl Veneto, gli stipendi troppo bassi mettono in fuga i giovani dalla ex locomotiva d’Italia
Veneto terra di “cervelli in fuga”, ma senza andar lontano. Basta prendere l’auto o il treno per avere stipendi più alti, migliori prospettive di carriera e più servizi dedicati alla persona. Lombardia ed Emilia Romagna, nel rapporto di Cisl Veneto curato dalla fondazione Corazzin, emergono come regioni più attrattive per il “ceto medio” e i grandi talenti: informatici, ingegneri, ricercatori una volta conseguita la laurea si guardano intorno e poi fanno la valigia.
Secondo l’Inps, in Veneto, il salario medio standardizzato (simula che tutti i dipendenti privati lavorino a tempo pieno) di un giovane fra i 25 e i 29 anni è di 20.345 euro lordi: un dato che risente, in parte, dell’età di ingresso nel mercato del lavoro e del titolo di studio. Chi ha una laurea di primo livello (o triennale), infatti, ha mediamente 24,5 anni; se consegue la magistrale ne ha 27,2. La prospettiva di crescita salariale è del 17% nella fascia 30-34 anni, ossia un dipendente potrebbe arrivare a 23.805 euro annui. Così nella fascia 35-39 (più 8,1% e uno stipendio di 25.745 euro) e fra i 40-44, con una crescita del salario medio annuo del 7,9% (27.790). Inizialmente il divario con le altre regioni pare contenuto: un giovane lombardo under 30 percepisce uno stipendio di 21.790 euro (1.445 in più), ma entro i 35 anni ne guadagnerà 27.465, 3.660 in più dei “cugini” veneti. Dopo 20 anni la differenza sfiora addirittura i seimila euro. Non è tutto oro quel che luccica, perché il costo della vita in Lombardia è più alto che nelle altre regioni d’Italia e gli stipendi vengono divorati dall’inflazione. Un po’ meglio il confronto con l’Emilia-Romagna dove però, sottolinea il segretario regionale Cisl Veneto, Massimiliano Paglini, “c’è un sistema di servizi collegati più strutturato, dalle politiche abitative ai trasporti al welfare”.
Oltre alle retribuzioni si fatica a raggiungere posizioni apicali: quadri e dirigenti rappresentano appena lo 0,86% dei dipendenti privati (0,78% quadri, 0,08% dirigenti), a fronte di un timido 1,03% in Emilia e 3,11% in Lombardia. Allargando lo sguardo a tutti i lavoratori, senza distinzioni di età, in Veneto operai e impiegati sono oltre il 92% del totale, al vertice appena il 3,08%. In Lombardia, con aziende più grandi, tale dato arriva al 7,01%. Vero che mancano nel computo le partite Iva ma i numeri fanno riflettere su quanta fatica faccia un giovane per arrivare “in cima”.
Il divario, sottolinea Stefano Dal Pra Caputo per la fondazione Corazzin, riguarda anche le province: meno attrattive Belluno, con uno stipendio medio in ingresso di 21.237 euro, e Rovigo, appena 18.070. Territori da dove i giovani se ne vanno. Se hanno intenzione, ad esempio, di aprire una start-up innovativa meglio puntare su Milano e dintorni, dove sono 3.366, mentre in Veneto se ne contano appena 606; in Emilia 855. L’ormai ex “locomotiva d’Italia” non brilla nemmeno per innovazione nelle Pmi. “Il mondo corre veloce – spiega Paglini – mentre il sistema veneto vive ancora nella comfort zone. Non significa che quel modello non vada più bene, va aggiornato”. Per tornare a essere un modello di crescita serve, per il sindacato, puntare su settori ad alta competitività e innovazione come l’aerospazio, la difesa e nella reindustrializzazione: “Serve una regia strutturale – continua Paglini – un consiglio regionale dell’economia del lavoro in grado di mettere assieme imprese, talenti, il mondo accademico e della ricerca per progettare il Veneto del futuro”.
Stipendi bassi che ricalcano quanto indicato nel modello 730: su un campione di oltre 360 mila contribuenti più del 60% dichiara redditi compresi tra i 15 mila e i 35 mila euro. Cresce anche il peso della sanità privata: 78 mila persone spendono tra i 500 e i 1.000 euro l’anno.



