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Migranti di ritorno: quale futuro per i “nuovi” senza dimora?

Senza clamore, anche tra i senza dimora a Treviso si registrano casi di giovani che, dopo diversi anni in altri Paesi europei, rientrano in Italia, dove spesso fanno il loro primo ingresso. Sono i dublinanti, e intanto lavorano in agricoltura, ma quale sarà il loro futuro? Ne abbiamo parlato con l’avvocata Isabella Arena, coordinatrice di Avvocato di strada Treviso, il segretario generale Fai Cisl Treviso, Andrea Meneghel, e il segretario generale Flai Cgil Treviso, Danilo Maggiore
10/09/2026

Il 12 giugno 2026, entrata in vigore del Patto Ue Migrazione e Asilo, ha segnato un nuovo spartiacque nelle dinamiche migratorie tra gli stati dell’Unione Europea; l’evento (e tragedia) di Ceuta ha fatto il resto, acuendo tensioni già evidenti. In queste ultime settimane, la geografia dei flussi che portano le persone (soprattutto dal Sudest asiatico) a ritrovarsi a dormire in un parcheggio trevigiano, si è arricchita di nuove traiettorie. Seduti o rannicchiati in quei giacigli di fortuna sulle profonde grate del parcheggio Appiani si trovano ancora afghani, pakistani e indiani, arrivati in Italia dopo indicibili peripezie, in cerca di lavoro, in attesa dell’accettazione della domanda di asilo o dei documenti. Caminantes e Comunità di Sant’Egidio ne contano una ventina ogni notte solo lì, ma in tutta la città si arriva anche a 50-70 persone. Di recente tra questi ci sono anche quelli arrivati in Italia dai Paesi del Nord Europa: persone espulse da Germania, Austria, Belgio e Francia sono entrate in contatto con le associazioni per ricevere vestiti e beni di prima necessità e in questi giorni, con alcuni di loro, abbiamo avuto occasione di incontro in prima persona.

Dublinanti, e non solo

La definizione tecnica, per diversi di questi casi, è “dublinante”: il termine si riferisce ai migranti che si spostano in un secondo Paese europeo dopo essere stati identificati o aver presentato una prima richiesta di asilo nel Paese di primo ingresso, come previsto dalle procedure del Regolamento Dublino II del 2003 (da qui il termine); il Regolamento prevedrebbe che queste persone debbano essere riportate nel Paese di primo ingresso, cui spetta la gestione della domanda. Poiché molto spesso il nostro è il Paese di primo approdo, i dati Eurostat indicano che nel 2025 l’Italia è il Paese che ha ricevuto più richieste dagli altri Stati di “ritorno” di questi migranti; sarebbero ben 24.152, di cui solo 85 sono state accolte. Il nuovo Patto europeo, secondo l’interpretazione dei Paesi del Nord Europa, dovrebbe accelerare le procedure “di ritorno”, e il sospetto è che dei dublinanti, nel nostro territorio, siano già arrivati (o meglio, tornati).

Ne abbiamo parlato con l’avvocata Isabella Arena, coordinatrice di Avvocato di strada Treviso, che esprime una certa preoccupazione: “Temo che se andremo avanti così, tra tre o quattro mesi ci troveremo molte più persone per strada, soprattutto afghani provenienti dal Nord Europa. Il 12 giugno ha senz’altro peggiorato la situazione, anche perché di persone continuano ad arrivarne, e i dublinanti non vengono accettati” spiega Arena. “Le persone arrivate dal Nord Europa, a volte, diventano dublinanti in Italia, perché il loro primo Paese d’approdo ha rigettato anche dopo anni la domanda di asilo, sostenendo che non ci fossero i presupposti per l’accoglienza o che l’Afghanistan sia un Paese sicuro. Dunque arrivano in Italia e rifanno la domanda, ma il nostro Paese dovrebbe rimandarli al primo Paese di approdo. Non c’è nessuna idea delle tempistiche di questo procedimento, per cui è verosimile che resteranno per strada, fuori dai circuiti di accoglienza”. Poi ci sono quelli che vengono rimandati nel nostro Paese, perché questo è il loro primo Paese di approdo. E sono molti di più.

Quando le si chiede che cosa si può fare, risponde con tono poco ottimistico: “Si potrebbe valutare la protezione speciale in Questura per accelerare la domanda di asilo, che consente loro almeno di lavorare; lavorando, queste persone possono cercare di permettersi un tetto sopra la testa. Al momento però a Treviso la protezione speciale e la domanda di asilo vengono fatte congiuntamente: solo il Tribunale di Venezia si sta orientando in modo diverso per arginare il fenomeno e aiutare queste persone”.

Ruolo dello spazio pubblico

Dovremmo insomma prepararci al peggio, eppure la situazione potrebbe sembrare insostenibile già così. Al Parcheggio Dal Negro la società proprietaria si appresta a mettere delle aperture automatiche per le auto, per scongiurare qualsiasi tipo di intrufolamento, mentre all’Appiani i residenti sembrano tutti sul piede di guerra per i danni combinati da questi migranti in sosta perpetua a due passi dalla Questura, dispensatrice di “carte di salvezza”, le cui risposte, ultimamente più veloci, sono sempre troppo lunghe per chi attende in strada.

Andando un po’ più a fondo tra i residenti della cittadella, però, la situazione sembra prospettarsi meno violenta di come è stata presentata in questi giorni. “I migranti ci sono. La sera, estate o inverno, dormono sulle sedie dei bar o sul prato sotto casa” racconta Giulia, una residente. “Se rientro tardi da sola, non mi sento del tutto sicura. Ma è accaduto più spesso a causa dei gruppi di “maranza” che bevono, schiamazzano e lanciano il pallone contro il muro del palazzo fino all’alba. Su questo ci sono state diverse lamentele anche da parte di altri condomini. Per quanto riguarda i migranti, provo soprattutto dispiacere che non si sia ancora trovata una collocazione più dignitosa”.

Lo spazio pubblico, quindi, non come tessuto di connessione comunitaria, ma di raccolta di forme di disagio: all’Appiani (e sicuramente in moltissime altre città contemporanee occidentali), lo spazio pubblico s’inaridisce, diventa un vuoto piuttosto che un pieno. La reciproca e disinteressata protezione data dallo sguardo del vicinato e di chi vive lo spazio, rischia di ridursi alle fotocamere dei cellulari che spiano e denunciano. Denunciano anche una persona che con il sole estivo a picco e quasi niente in tasca vede nella fontana dell’archistar un momento di pulizia e di sollievo. Si è parlato di “sfregio” all’architettura e sicuramente la si può vedere così. Dall’altro lato, non si può ignorare che c’è anche chi forse la doccia nella fontana non se la fa, ma si rende soggetto pericoloso per gli altri; e così, spiegano per esempio da una delle istituzioni presenti alla cittadella, in inverno i turni delle segretarie sono stati calibrati diversamente da quelli estivi per tutelare la loro sicurezza.

Piuttosto di niente, meglio piuttosto

Se vivi per strada, diventa il tuo mantra; solo che in questo modo si rischia di scendere a enormi compromessi. Quello della casa, per esempio: i volontari delle associazioni raccontano di case fatiscenti appena fuori mura (viste con i propri occhi) acquistate da persone senza scrupoli e messe “in affitto” a chi vive per strada, soprattutto in inverno, senza corrente e/o con poca cura dell’igiene e in situazioni di sovraffollamento, alla modica cifra di 300 euro al mese. Ma piuttosto di morire di freddo per strada, la proposta diventa allettante.

L’altro fronte delicato è quello del lavoro. Sempre i volontari restituiscono storie di persone che in questo periodo partono alle 7 di mattina dal centro con un furgone che li viene a prendere per andare a vendemmiare; riescono anche a scherzarci su, perché piuttosto di prendere 0 euro, 3 sono meglio di niente. Il racconto purtroppo non stupisce Andrea Meneghel, segretario generale Fai Cisl di Treviso: “Sono situazioni che esistono, e lo sappiamo da anni: spesso sono proprio i lavoratori a tenerle nascoste – spiega -. Questo perché i caporali (che tante volte sono dei connazionali) in molti casi ricorrono a minacce, quindi è molto difficile che il lavoratore denunci. Quello che facciamo è lavorare il più possibile di prevenzione: bisognerebbe intensificare e promuovere nel settore agricolo la cultura del lavoro regolare, favorire la formazione costante della manodopera professionalizzata, condividere programmi per favorire l’accesso al lavoro delle vittime di sfruttamento lavorativo in agricoltura, creare convenzioni con gli enti locali sul tema del trasporto e della casa, e infine promuovere un’attività più fattiva di vigilanza dell’Inps e dell’Ispettorato territoriale del lavoro, Itl, che fanno del loro meglio, ma resta pur sempre difficile controllare bene migliaia di imprese parcellizzate nel territorio”. Un altro strumento importante è la Rete del lavoro agricolo di qualità, cui partecipa Fai Cisl, ma anche Flai Cgil, nonché l’Inps, la Prefettura, organizzazioni datoriali e altri enti interessati. “Da questa è emersa una check-list di autodichiarazione per l’azienda che affida lavoro in conto terzi, affinché si possa verificare che sia tutto in ordine - spiega Danilo Maggiore, segretario generale di Flai Cgil Treviso -. Purtroppo a oggi non c’è una grande adesione, e questo chiaramente è un segnale di allerta; sarebbe quindi opportuno renderla obbligatoria. Lo scorso anno, non a caso, la Guardia di finanza, l’Ispettorato e il Nil dei Carabinieri hanno riscontrato diverse irregolarità nel nostro territorio. È fondamentale sfatare una leggenda: nel nord Italia il fenomeno caporalato è presente eccome. Anche per questo dal 14 al 18 settembre ripeteremo l’esperienza del sindacato di strada e andremo direttamente in campagna a informare i lavoratori dei loro diritti. Da queste uscite emerge anche il tema della sicurezza, visto che troviamo anche persone a vendemmiare con le infradito o intente a utilizzare forbici elettriche senza aver fatto la dovuta formazione. Ovviamente non è solo un problema di vigneti: a novembre, per esempio, ripeteremo l’esperienza nei campi di radicchio”.

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