Scuola e violenza
Sul piano educativo ci si trova, spesso, disarmati perché se la violenza minorile sta...
Dopo la guerra nel Tigray, che ha visto Etiopia ed Eritrea alleati, si sono risvegliati antichi attriti. Nel frattempo la situazione si complica in Somalia e Gibuti diventa un osservato speciale. La crisi nell’altra sponda del Mar Rosso sta mettendo in discussione il commercio, l’arrivo di fertilizzanti e forse anche riaccendendo gli interessi su questa parte dell’Africa che volge ad oriente. Intanto, almeno quattro imbarcazioni sono state dirottate nelle ultime settimane, al largo delle coste somale, alimentando i timori di una ripresa della pirateria.
Il recente strappo degli Emirati Arabi Uniti con l’uscita dall’Opec - cartello dei principali produttori di petrolio - potrebbe creare un effetto domino non solo nel mercato petrolifero, ma anche nel contesto economico e politico sub-regionale: dalle tensioni su Mar Rosso e Golfo Persico, fino al Corno d’Africa.
Per approfondire la situazione nel cosiddetto Corno d’Africa abbiamo posto alcune domande a mons. Giorgio Bertin, originario di Galzignano Terme (Padova), vescovo emerito di Gibuti e amministratore apostolico emerito della Somalia, presidente della Caritas per la regione Medio Oriente, Nord Africa e Corno d’Africa.
Ci può raccontare brevemente la situazione a Gibuti, dopo le elezioni del 10 aprile?
È stato rieletto per un sesto mandato con il 97,8% dei voti, come era previsto, il presidente attuale Ismail Omar Guelleh, che è in carica dal 1999. Il suo mandato originario era quello di 5 anni, però dopo il secondo mandato è stata modificata la durata del mandato presidenziale e successivamente l’età massima di eleggibilità. Il leader 78enne estende così il proprio “dominio” politico, in un’elezione segnata da una competizione limitata: un solo candidato dell’opposizione era in corsa, mentre i principali partiti hanno boicottato il voto denunciando mancanza di trasparenza. La struttura sociale a Gibuti è fortemente influenzata dalla divisione tra i due principali gruppi etnici: gli Issa (di cui i Mamasan sono una componente) e gli Afar. Gli Issa rappresentano oltre la metà della popolazione gibutina e, tradizionalmente, sono legati alla pastorizia nomade, sebbene molti vivano ora nella capitale, influenzando la vita politica e sociale del Paese. Gli Afar (35% circa) vivono, invece, nelle aree scarsamente popolate a ovest e a nord del golfo di Tadjoura. Il restante 5% della popolazione è costituito principalmente da arabi di origine yemenita, etiopi ed europei (francesi e italiani).
In prospettiva, come potrebbe avvenire la transizione del Paese dopo Guelleh?
Devo dire che la situazione appare un po’ grigia, anche alla luce dell’esperienza che ho avuto della Somalia, dopo la caduta del dittatore Mohamed Siad Barre nel 1991. All’epoca, non c’erano successori e, così, il Paese è finito nel caos. La situazione di Gibuti è certamente diversa, ma anch’io sono un po’ preoccupato per la successione, perché non si intravvedono dei candidati. È presumibile che a livello della famiglia allargata del presidente attuale venga scelto un candidato di etnia somala della tribù degli Issa-Mamasan.
Nella crisi mediorientale in corso poco si parla dello stretto di Bab el-Mandeb, eppure ogni giorno vi passa circa il 12% del commercio marittimo globale. Non è strano?
È vero, se ne parla poco. Per la crisi in corso e i ridotti traffici marittimi, ne stanno soffrendo sia l’Egitto che Gibuti perché nei mesi scorsi, prima dello scoppio del conflitto con l’Iran, gli Houthi avevano più volte sparato sulle navi che transitavano attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb. Da due mesi a questa parte, gli Houthi non sembrano sparare. Mi sono chiesto quali possano essere le ragioni di questo cambio di registro. La prima potrebbe essere legata alla vicinanza della base americana, che avrebbero potuto colpire ma dalla quale avrebbero potuto subire una immediata reazione con grosse perdite. La seconda, invece, si potrebbe spiegare con la scelta di non colpire le navi in transito, per non danneggiare ulteriormente sia l’Egitto che Gibuti, i quali ricavano parte dei loro introiti dal passaggio delle navi. Lo stesso dicasi anche per lo stesso Yemen.
La geografia sembra essere la principale risorsa nazionale per Gibuti. Come si mette in conto questo con le ampie sacche di povertà?
Concordo... Tra gli affitti che ricevono per la presenza delle diverse basi militari, dal traffico marittimo non giustifica il fatto che Gibuti si trovi in questa situazione. La risposta che io mi do è che, molto probabilmente, le varie entrate rimangono in una cerchia ristretta di persone. Manca una redistribuzione più equa delle risorse, anche se in questi anni che sono stato a Gibuti posso dire che diverse cose sono state fatte a favore della popolazione. Bisogna, comunque, considerare la struttura sociale e anche la natura della popolazione, ancora intrisa da tratti caratteristici della tradizione nomade e pastorale.
Quali prospettive per il Paese?
Gibuti è oggi al centro di una partita globale. Mentre le potenze si contendono porti e corridoi, la popolazione resta in bilico tra fame, siccità e promesse di sviluppo. La sfida, ora, è trasformare la geopolitica in progresso reale. Le crisi idriche, la malnutrizione e la pressione migratoria rendono il Paese vulnerabile alla dipendenza di cibo dall’estero ma anche dai proventi dei traffici marittimi e dall’affitto delle basi militari.
Venendo alla vicina Somalia, qual è la situazione?
In Somalia la situazione è sempre più o meno caotica. Lasciando, per un momento, in disparte il Somaliland e riferendoci al resto della Somalia - ovvero quella che era l’ex colonia italiana, ndr - i problemi che rimangono sono fondamentalmente due: il primo è di tipo istituzionale, con la continua competizione tra potere centrale e regionale. I vari Stati, che compongono la Repubblica federale della Somalia, tendono a rivendicare la loro autonomia; il secondo è dato dalla violenta competizione tra il gruppo islamista maggioritario di Al-Shabaab, legato ad Al Qaida, e il gruppo minoritario legato all’Isis che ha portato a continui scontri diretti con le strutture statali emerse dall’anarchia post Siyad Barre. Questa situazione rende fragili le istituzioni statali e gli sforzi della comunità internazionale, andando a vantaggio della ribellione islamista. Naturalmente poi ci sono i problemi legati alla siccità, alle inondazioni, alle invasioni di cavallette.
Le crisi interne in Somalia, Sudan, Sud Sudan, Etiopia sono diventate croniche. Non c’è il rischio di una “balcanizzazione” del Corno d’Africa?
Il pericolo di una frammentazione territoriale è reale e imminente. Sebbene Somalia e Sud Sudan restino aree critiche, l’osservata speciale è l’Etiopia: qui, lo scontro tra un potere centrale che si affida alla forza muscolare dell’Esercito e le profonde rivendicazioni delle diverse identità etniche è arrivato a un punto di rottura. Le radici storiche dei movimenti autonomisti sono così profonde da minacciare seriamente l’integrità stessa dello Stato. Per il Sudan ci troviamo difronte ad una situazione che assomiglia a quella della Libia, in una condizione umanitaria che è al collasso con oltre 10 milioni tra sfollati e rifugiati. Queste crisi sono favorite anche dalla presenza di diversi attori internazionali ognuno dei quali cerca di trarre il massimo profitto dalla loro presenza. Si ha l’impressione che la presenza straniera sia più per affermare se stessi, il loro ruolo geopolitico internazionale che per aiutare le popolazioni.
In questo contesto, ci si chiede se sia ancora attuale il documento sulla Fratellanza umana firmato nel 2019 da papa Francesco e il Grande imam Ahamand al-Tayyb. Il dialogo interreligioso è possibile?
Certamente, è sempre molto attuale e ne sono un convinto assertore, anche se trova continuamente ostacoli; ma è il cammino che bisogna seguire, se si vuole un mondo e, quindi, anche un Corno d’Africa più pacifico. Non dobbiamo rinunciarci, perché abbiamo difficoltà che sembrano aumentare. Ma non perché abbiamo queste difficoltà noi dobbiamo arrenderci.