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Sudan, il conflitto dimenticato

Il Paese è entrato nel suo quarto anno di guerra civile, e all’orizzonte non si vedono soluzioni

Il Sudan è entrato nel suo quarto anno di guerra civile, trovandosi impantanato in una delle peggiori crisi umanitarie al mondo dove non sembra intravvedersi una fine. Iniziato il 15 aprile 2023, il conflitto prosegue senza prospettive di miglioramento, nonostante i proclami di pace fatti dal presidente degli Usa, Donald Trump, qualche mese fa. Gli equilibri fra i due principali contendenti nella lotta per il potere - le Forze armate sudanesi (Saf) e le Forze di supporto rapido (Rsf) - cambiano di continuo, con il sostegno da parte dei diversi attori internazionali, animati da specifiche strategie e interessi politico-economici. E il Paese è in uno stato di anarchia di fatto, con scontri e crimini contro l’umanità che coinvolgono tutto il territorio nazionale.

Milioni di sfollati si trovano ad affrontare fame, abusi, epidemie ed esecuzioni di massa, mentre gli aiuti della comunità internazionale sono drasticamente diminuiti e persistente è il disinteresse dei media internazionali.

La “libicizzazione” del Paese

I due gruppi militari avevano collaborato nell’ottobre del 2021 per guidare un colpo di stato militare, rovesciando il Governo di transizione salito al potere dopo la destituzione del leader di lunga data Omar al-Bashir nel 2019, a seguito di una rivolta popolare. Avrebbero dovuto costruire, insieme, un esercito unificato in un Sudan democratico e, invece, hanno cominciato a combattersi per il potere. La cronaca ci racconta di un Paese diviso in due, con due governi, due eserciti, due popoli. E per certi versi la spartizione del territorio ricorda drammaticamente la spartizione della Libia post Gheddafi tra Cirenaica e Tripolitania. Il conflitto in corso ha avuto fasi alterne, con le Saf che, attualmente, controllano gran parte dell’est e del centro del Paese, inclusa la capitale Khartoum, e le Rsf che controllano la regione occidentale del Darfur. Le ostilità si concentrano, con particolare ferocia, in alcune aree strategiche: il Darfur, Khartoum, il Kordofan e il Gezira.

Secondo l’osservatorio Sudan War Monitor da domenica 19 aprile è in corso un’offensiva su larga scala con l’obiettivo di riaprire la strada El-Obeid-Dilling, scatenando uno degli scontri più sanguinosi degli ultimi mesi.

Grave insicurezza alimentare

Particolare preoccupazione desta la situazione nello Stato del Gezira. Considerato il centro agricolo fondamentale per il sostentamento del Paese, l’area è diventata recentemente il nuovo epicentro degli scontri. Secondo la Fao, quasi due terzi della popolazione necessitano di assistenza umanitaria urgente, oltre la metà della popolazione soffre di grave insicurezza alimentare e in diverse aree è già stata confermata la carestia.

Un quarto della popolazione in fuga

La crisi umanitaria in Sudan ha raggiunto proporzioni catastrofiche. Secondo i dati diffusi nei giorni scorsi dall’Unhcr, il bilancio degli sfollati è salito a 14 milioni di persone: 10 milioni di sfollati interni e 4 milioni di rifugiati oltre confine. Un numero impressionante, che equivale a circa un quarto dell’intera popolazione del Paese.

Il conflitto in Sudan continua a consumarsi nel silenzio della comunità internazionale, ma le testimonianze che filtrano dal Paese descrivono un abisso di disumanità. Le agenzie delle Nazioni Unite hanno lanciato l’ennesimo allarme su una crisi dei diritti umani che non accenna a placarsi: massacri di civili, reclutamenti forzati di giovani e arresti arbitrari sono ormai divenuti parte della tragica quotidianità del Paese.

A pagare il prezzo più alto, ancora una volta, sono donne e ragazze. Il momento della fuga, che dovrebbe rappresentare la salvezza, si trasforma spesso in una trappola.

Verso dove?

La spartizione del Sudan appare oggi come l’esito quasi inevitabile di un conflitto che ha polverizzato il tessuto sociale ed economico. Con milioni di cittadini che stentano ad avere un pasto al giornio, privi di impiego e prospettive, la Nazione è sospesa in un limbo di disperazione. Il destino del Paese appare sempre più strettamente intrecciato con le dinamiche geopolitiche del Mar Rosso e del Corno d’Africa.

In questo scenario di disgregazione, l’unico argine alla scomparsa totale del Sudan dalle mappe della stabilità resta la resilienza dei civili sostenuta, tra mille difficoltà, dalle ong anche italiane presenti.

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