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Groenlandia, il parroco di Nuuk: “Non vogliamo diventare un campo di battaglia”

Dopo l’aumento del contingente militare in Groenlandia e le esercitazioni congiunte con la Danimarca e altri alleati Nato, cresce la preoccupazione tra la popolazione di Nuuk. Padre Tomaž Majcen racconta un clima più teso ma composto, il desiderio di pace, il ruolo dell’Europa e l’importanza di rispettare la vita civile e l’autonomia dei groenlandesi

“Rispetto a qualche giorno fa, l’atmosfera è diventata più seria. La gente è ancora calma, ma c’è una maggiore consapevolezza che la situazione non è più teorica. La presenza di forze militari rende le tensioni globali più vicine alla vita quotidiana”. Raggiunto dal Sir, padre Tomaž Majcen, francescano conventuale parroco di Nuuk, descrive così il clima che si respira in città dopo che il governo ha annunciato di aver aumentato il contingente militare “dentro e intorno” l’isola in preparazione di esercitazioni congiunte con la Danimarca e altri alleati della Nato, incentrate sulla sicurezza artica. Inoltre, quasi tutti i Paesi “artici” dell’Europa si stanno preparando a mandare truppe in difesa dell’isola dei ghiacci. Svezia, Norvegia, Germania e anche la Francia hanno deciso di raccogliere l’appello della Danimarca inviando militari per difendere Nuuk. Il tutto mentre l’Ue si interroga se possa essere attivato l’articolo 42 del Trattato, quello che prevede la mutua assistenza bellica per uno Stato membro dell’Unione. “I groenlandesi ne parlano a bassa voce, spesso con preoccupazione piuttosto che con rabbia”, prosegue il parroco. “Molti esprimono lo stesso pensiero che sento ripetere più spesso: vogliamo vivere in pace e non diventare un campo di battaglia strategico”. C’è un forte desiderio che le decisioni che riguardano la Groenlandia non vengano prese senza i groenlandesi.

Anche gli europei stanno prendendo provvedimenti. Germania, Svezia e Norvegia hanno deciso di inviare personale militare in Groenlandia. Ritiene che questo sia l’approccio giusto?

“Sì, questo aggiunge un nuovo livello. Le persone comprendono la necessità di sicurezza, soprattutto nel contesto artico, ma il coinvolgimento visibile di più paesi rende la situazione più pesante. Si apprezza la solidarietà dei partner europei, ma si nutre anche una timida speranza che le misure militari rimangano limitate e chiaramente focalizzate sulla prevenzione, non sull’escalation. Per la popolazione locale, la sicurezza deve sempre andare di pari passo con il rispetto della vita civile e della cultura locale.

La Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha dichiarato: “La Groenlandia appartiene al suo popolo”. Quanto è importante la presenza dell’Europa al vostro fianco e cosa vi aspettate dall’UE?

Questa dichiarazione è stata accolta positivamente e con sollievo. In tempi come questi, le parole contano. Rassicura le persone sul fatto che la Groenlandia non è vista solo come una risorsa strategica. Dall’Europa, ora auspichiamo coerenza tra parole e azioni: ascoltare le voci locali, proteggere l’autonomia della Groenlandia e sostenere la stabilità a lungo termine. La presenza dell’Europa è significativa quando contribuisce a salvaguardare la pace, non quando aumenta la tensione.

Può raccontarci di più sulla vostra vita quotidiana? È cambiato qualcosa? Come sta rispondendo la vostra parrocchia a questi sviluppi?

La vita quotidiana continua: i bambini vanno a scuola, la gente va al lavoro, il mare e il clima scandiscono ancora le nostre giornate. Ma sotto questo ritmo normale, c’è più ansia. In parrocchia, la preghiera è diventata più focalizzata ad un’intenzione. Le persone chiedono specificamente la pace, la moderazione tra i leader mondiali e la protezione della terra. Come sacerdote, cerco di offrire calma e prospettiva, ricordando alle persone che la paura non dovrebbe dominare i nostri cuori.

Il presidente Donald Trump ritiene che gli Stati Uniti abbiano bisogno dell’isola per motivi di sicurezza nazionale. Cosa vorrebbe dirgli a nome del popolo groenlandese?

Alla luce della recente escalation, vorrei ripetere questo messaggio ancora più chiaramente: la Groenlandia non è solo un territorio; è una comunità viva. Ogni discussione sulla sicurezza deve iniziare dal rispetto per le persone che vivono qui. La vera sicurezza si costruisce attraverso il dialogo, la cooperazione e il rispetto reciproco, non attraverso affermazioni che fanno sentire impotenti le piccole nazioni.

Ha qualche messaggio per noi?

Sì. Gli eventi si stanno evolvendo rapidamente, ma non dobbiamo perdere la bussola morale. La Groenlandia può essere lontana dai centri di potere, eppure ciò che accade qui dimostra come il mondo tratta i luoghi vulnerabili. Come sacerdote, credo che la pace non sia solo una scelta politica, ma una responsabilità spirituale. Chiedo ai vostri lettori di pregare per la saggezza, la moderazione e per un futuro in cui la cooperazione sia più forte dello scontro.

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