giovedì, 06 agosto 2026
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Il caso Ceuta e il corto circuito dell’Europa sui migranti

Convocato anche su richiesta dell’Italia per discutere della crisi a Ceuta che non c’è, il Consiglio europeo ha preso progressiva consapevolezza di come siano andate effettivamente le cose e del grande errore fatto da alcune parti politiche nel voler prendere al balzo l’evento di Ceuta anche contro gli interessi nazionali e comunitari

Il recente vertice straordinario dei ministri degli interni dell’Unione Europea del 4 agosto ha mostrato con chiarezza l’incapacità dei Ventisette di trovare una strategia comune e condivisa per proteggere i confini esterni. Convocato anche su richiesta dell’Italia per discutere della crisi a Ceuta che non c’è, il Consiglio ha preso progressiva consapevolezza di come siano andate effettivamente le cose e del grande errore fatto da alcune parti politiche nel voler prendere al balzo l’evento di Ceuta anche contro gli interessi nazionali e comunitari, finendo per esprimere solidarietà alla Spagna.

A far esplodere la discussione è stato lo scontro diplomatico diretto tra Roma e Madrid, innescato dall’arrivo di migliaia di persone a Ceuta in poche ore e dalle profonde divergenze sull’uso dei fondi europei destinati ai centri di rientro nei Paesi terzi. L’Italia ha proposto, senza trovare ampi consensi, di creare centri di trattenimento all’estero (sul modello del centro di Shëngjin in Albania) e di usare la leva economica contro i Paesi che rifiutano di riaccogliere i propri cittadini, anziché finanziare progetti di sviluppo nei Paesi d’origine.

L’ennesimo stallo a Bruxelles mette di nuovo a nudo una realtà politica spietata: la pressione migratoria viene strumentalizzata per ottenere consenso elettorale interno o come arma di ritorsione diplomatica internazionale. Da un lato ci sono i governi europei che, attenti soprattutto al consenso interno e in vista delle future elezioni nazionali (Italia e Spagna tra questi, ndr), usano la gestione delle frontiere per alimentare slogan politici, oscillando tra la paura per l’identità nazionale e una gestione basata sulla continua emergenza. Dall’altro lato c’è l’atteggiamento deciso e aggressivo del Marocco. Rabat, forte del sostegno ottenuto con il riconoscimento da parte di Stati Uniti e Israele della propria sovranità sul Sahara Occidentale - dopo gli Accordi di Abramo del 2020 -, usa la spinta dei flussi migratori ai valichi per mostrare la propria forza, pretendere un ruolo centrale nel Mediterraneo ed esigere di essere trattata da pari a pari da un’Unione Europea divisa, indecisa e bloccata dai propri veti interni.

L’ultima casella del “Monopoli migratorio”

Pochi giorni dopo la sentenza della Corte Suprema spagnola che vietava il rimpatrio immediato dei migranti intercettati via mare nelle città di Ceuta e Melilla, oltre 70.000 persone - forse 80mila - si sono riversate a Ceuta tra il 30 e il 31 luglio, nella speranza di raggiungere l’Europa.

Nel giro di poche ore, uno dei principi fondamentali dell’Unione Europea - la solidarietà - è stato messo da parte a favore di una narrazione basata sul timore di un’invasione, spingendo persino alla decisione unilaterale di sospendere temporaneamente gli accordi di Schengen per i controlli lungo l’asse Spagna-Italia. Su diversi profili social creati a inizio giugno venivano pubblicati ogni giorno appelli per raggiungere Ceuta via mare: le pagine indirizzavano gli utenti a gruppi WhatsApp per organizzare i viaggi, fornendo dettagli sui percorsi e sulle condizioni di vita dei giovani nell’enclave. A ciò si è aggiunta una campagna virale, alimentata anche da account stranieri, che prometteva lavoro o matrimoni in Europa. Gli annunci indicavano con precisione i punti di ritrovo e partenza in Marocco, mentre altri mostravano storie di successo per convincere le persone a tentare la traversata.

Ceuta, da sempre esposta a forti flussi migratori, è uno dei principali punti d’ingresso in Europa per migranti e richiedenti asilo. La città è protetta da alte barriere con recinzioni, sistemi di sorveglianza tecnologica e un presidio costante della Guardia Civil e della Polizia spagnola. L’enclave si trova inserita nel territorio marocchino, di fronte a Gibilterra, proprio all’ingresso del Mediterraneo, ed è raggiungibile anche a nuoto dalla città marocchina di Fnideq con un percorso di circa 5 chilometri.

Dietro questa ennesima crisi si intrecciano informazioni trascurate, controlli al confine volutamente allentati, ingerenze di servizi segreti stranieri, interessi dei trafficanti di esseri umani e pressioni sulla politica estera di Madrid.

Le tensioni mai risolte

La nuova esplosione di tensione lungo le barriere delle due città spagnole non è un fatto casuale né una semplice emergenza umanitaria, ma il risultato calcolato di un confronto politico a lungo termine. La tregua apparente raggiunta negli ultimi anni tra Madrid e Rabat - favorita dallo storico cambio di posizione della diplomazia spagnola sul Sahara Occidentale ò si è rivelata solo una convergenza temporanea. Il Marocco sfrutta le attuali divisioni internazionali e la distrazione dei governi occidentali per mettere alla prova la tenuta politica della Spagna e dell’Unione Europea. Allentare o stringere i controlli lungo le barriere di Ceuta e Melilla rappresenta per il governo marocchino una leva per negoziare e misurare la propria forza contrattuale. Rabat vuole riaffermare il proprio ruolo centrale nella gestione delle rotte migratorie, chiedendo a Bruxelles non solo aiuti economici e finanziari, ma soprattutto un pieno riconoscimento politico e la massima libertà d’azione nel Mediterraneo occidentale e nell’Atlantico.

La ferita coloniale

Per capire fino in fondo questa contesa occorre considerare anche le ragioni storiche. Ceuta e Melilla, sotto la sovranità spagnola rispettivamente dal XVII e dal XV secolo (molto prima della nascita dello Stato marocchino moderno), sono considerate dal governo di Rabat come vere e proprie “città occupate” (al-Thaghrān e al-Muḥtallān, i loro nomi in arabo). Per il Marocco, la presenza della Spagna sul territorio africano rimane una ferita aperta che compromette la propria integrità geografica. Sebbene le due città siano costituzionalmente riconosciute come Comunità autonome spagnole ed integrate a tutti gli effetti nell’Unione Europea, per il Marocco rappresentano una leva di pressione politica. Ogni momento di instabilità serve a ricordare al Governo spagnolo che le relazioni diplomatiche non saranno mai del tutto distese senza affrontare questa storica questione territoriale.

Inoltre, la Spagna controlla alcune piccole isole e scogli rocciosi lungo la costa settentrionale del Marocco, che Rabat considera parte della stessa contesa.

La guerra ibrida dei social e la manipolazione didigale

L’elemento di novità dell’ultima crisi risiede nell’uso mirato delle piattaforme digitali come strumento di pressione e disinformazione. A fine luglio, una campagna virale su TikTok e Telegram ha coordinato un tentativo di ingresso di massa alle barriere di Ceuta, fissando l’appuntamento in concomitanza con la luna piena del Cervo e diffondendo la falsa notizia che i controlli di frontiera fossero stati sospesi. L’effetto gregge generato dai social ha spinto decine di migliaia di giovani verso il confine, dove le forze marocchine non hanno opposto resistenza. Questa stessa strategia di manipolazione online sta già promuovendo un nuovo appello per un altro ingresso collettivo il 15 agosto.

L’uso degli algoritmi dimostra come la gestione dei flussi migratori sia diventata una vera e propria arma politica: un mezzo per destabilizzare i confini europei senza l’uso delle armi, sfruttando le difficoltà sociali dei giovani ed evitando la responsabilità diretta di chi manovra la disinformazione.

La trappola di Ceuta e i minori invisibili

Sul campo, lontano dai calcoli delle cancellerie e dalla guerra di propaganda sui social, il bilancio evidenzia il drammatico costo umano della contesa. Quasi un centinaio le persone morte nel tentativo di entrare a Ceuta, decine i dispersi. Delle oltre 70 mila persone arrivate a Ceuta tra il 30 e il 31 luglio si stima che non siano più di 3mila i migranti che non abbiano fatto ritorno in Marocco.

Tra coloro che sono rimasti, la maggior parte proviene dall’Africa subsahariana e dall’Algeria. Tra loro vi sono oltre 800 minori non accompagnati senza un quadro normativo certo per il loro futuro. I centri di accoglienza sono ormai saturi e i più sono costretti a bivaccare all’aperto.

Tra chi è stato respinto, molti si trovano ora dispersi tra le città marocchine di Nador e Tétouan in condizioni di grave precarietà e senza la possibilità di fare ritorno nei propri Paesi d’origine. Secondo alcune testimonianze raccolte da operatori umanitari, alcuni di questi migranti avevano lavorato in nero nei cantieri per la Coppa d’Africa e, una volta terminati i lavori, si sono ritrovati senza impiego né risorse per sopravvivere.

Tutto questo fotografa la fragilità di questo lembo d’Europa in terra africana, simbolo plastico di un confine conteso e della strutturale impotenza europea a gestire i flussi migratori. Le immagini della crisi a Ceuta hanno riacceso il dibattito politico in Europa sull’immigrazione, rafforzando sia le posizioni di chi chiede politiche di rientro rigide (come la reimmigrazione), sia la consapevolezza che il controllo delle frontiere non può essere delegato a Paesi terzi, come già dimostrato dalle conseguenze delle intese con Turchia, Libia e Tunisia.

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