Nel suo messaggio per la Quaresima di quest’anno, papa Leone XIV invita ad ascoltare e a digiunare. Anzitutto...
L’arma più potente delle guerre moderne: il drone
I velivoli a pilotaggio remoto in grado di colpire obiettivi con cariche esplosive sono utilizzati non solo nel conflitto russo-ucraino. Dai deserti del Sudan alle strade della Striscia di Gaza, dalle regioni meridionali del Libano alle foreste del Myanmar, gli aeromobili a pilotaggio remoto (Apr) hanno plasmato un nuovo modo di guerreggiare.
Cosa sono i droni? I droni sono velivoli senza piloti umani a bordo, dotati di sensori, telecamere e sistemi di autopilotaggio. Possono essere controllati a distanza da un operatore o programmati per volare autonomamente. Grazie all’uso di reti di dati, algoritmi e software basati sull’intelligenza artificiale, sono in grado di rilevare e identificare gli obiettivi e di determinarne la posizione con una precisione crescente.
A seconda dell’utilizzo bellico, si va dai piccoli quadricotteri modificati disponibili in commercio - impiegati per lanciare piccoli esplosivi su persone in bici, a piedi o in autobus - ad aeromobili veri e propri che arrivano a 6/8 metri (Shahed e Korsar) fino a 40 metri di apertura alare (per dimensioni sono simili agli aerei di linea) con bombe e missili al seguito.
Tecnologia a costi contenuti. Gli Apr si stanno rapidamente convertendo in armi a basso costo e ad alto impatto, che minacciano di scavalcare il diritto internazionale umanitario e di minare le norme sul controllo degli armamenti. Inoltre, sollevano interrogativi etici e giuridici legati alla privacy e alla sicurezza.
Il loro sviluppo ha trovato anche applicazioni per scopi civili, come consegne in zone remote, riprese in aree impervie, uso in agricoltura, fino alla riprese cinematografiche.
Un mercato in piena espansione. Il business dei droni militari non conosce crisi e crescenti sono gli interessi geopolitici che si incentrano su questi velivoli. Forti sono anche gli interessi economici che ruotano intorno a questi aeromobili. Si pensi che è di questi giorni la notizia finanziaria che il figlio del presidente degli Stati Uniti, Eric Trump, sta operando un maxi investimento in un produttore israeliano di droni.
Il nuovo paradigma della guerra. Utilizzati in larga scala nella guerra in Vietnam e, poi, trent’anni dopo in Afghanistan, fino a qualche anno fa gli attacchi con i droni erano per lo più legati all’antiterrorismo statunitense. La decisione di perpetrare uccisioni fuori dalla propria giurisdizione, in Paesi che non erano direttamente in guerra con gli Stati Uniti, come il Pakistan, era fonte di controversie, critiche e discussioni legali.
Ora, invece, i droni sono ampiamente utilizzati sia nelle guerre convenzionali sia in quelle interne, e sono ritenuti responsabili di centinaia, quando non di migliaia di morti tra la popolazione civile.
La crescente accessibilità delle componenti tecnologiche ha reso questa industria alla portata di molti. Non più solo eserciti con budget miliardari, ma anche milizie e gruppi irregolari. Chiunque oggi può costruire un drone kamikaze per poche centinaia di euro, utilizzando componenti facilmente reperibili online.
Gli attuali trattati internazionali sulle armi presentano delle gravi lacune in materia. Infatti non sono riusciti a impedire la diffusione globale né l’uso improprio dei droni.



