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Guerra civile in Sudan: soluzione ancora lontana

Lo Stato rischia di scomparire. Le 150 mila persone che sono fuggite all’estero - finora soprattutto in Egitto, Sud Sudan e Ciad - sono solo una piccola anticipazione di ciò che potrebbe accadere con il tracollo dell’economia nazionale

La guerra civile del Sudan a noi sembra lontana e insensata, per un Paese povero, uscito solo 11 anni fa da un’altra guerra che ha portato il Paese a essere diviso in due: il Sudan a nord, con capitale Khartoum, e il Sud Sudan, con capitale Giuba. La guerra civile a noi sembra non interessare, nascondendoci come fanno gli struzzi sotto la sabbia, pensando di fermare i flussi migratori con un memorandum con la Tunisia. Eppure, era prevedibile per le divisioni tribali a livello politico-economico, ma anche per la tenaglia della povertà che tiene imbrigliata questa parte dell’Africa orientale. A ciò si aggiunga la lotta per le ricchezze naturali - anche per la spinta di Paesi stranieri e multinazionali - nelle mani di pochi: il petrolio, le risorse idriche del Nilo Azzurro e delle foreste del Paese. Guerra e cambiamenti climatici in questi ultimi anni hanno creato nel Paese insicurezza e povertà.

Il Sudan, un Paese di 45 milioni di persone incastonato nel Sahara a sud dell’Egitto e grande 6 volte l’Italia, rischia, per l’intensità e le modalità del conflitto, di scomparire come lo abbiamo conosciuto finora e trasformarsi in altro.
La guerra è scoppiata il 15 aprile, contrapponendo le Forze armate sudanesi, guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, al suo ex vice e capo delle Forze di supporto rapido, il generale Mohamed Hamdan Dagolo. Due mesi di intensi combattimenti nella capitale Khartoum hanno visto centinaia di morti, danni ingenti alle infrastrutture della città, lo svuotamento della maggior parte della classe media e una crescente crisi umanitaria.
La prospettiva di combattimenti di strada nella capitale Khartoum, paragonabile a quelli di Mogadiscio nel 1991 o Tripoli nel 2012, è diventata nelle ultime settimane una realtà. E’ da capire quanto potranno durare, considerato che la lotta interna per il potere potrebbe portare a un incremento della spinta migratoria verso il nord Africa e l’Europa.

Le 150 mila persone che sono fuggite all’estero - finora soprattutto in Egitto, Sud Sudan e Ciad - sono solo una piccola anticipazione di ciò che potrebbe accadere con il tracollo dell’economia nazionale.
Prima della crisi, c’erano già 13 milioni di persone - quasi un terzo della popolazione - che avevano bisogno di assistenza per soddisfare i bisogni di base. Secondo le ong rimaste a operare dopo lo scoppio, si stima che ora questo numero sia molto prossimo ai 20 milioni, mentre risulta difficile evitare, senza l’intervento dell’Unione africana o della stessa Onu, che si arrivi a un immediato cessate-il-fuoco.
“Il Sudan sta morendo dissanguato e il suo fallimento come Stato si sta avvicinando al punto di non ritorno. La questione è più grande di una guerra civile, più di una calamità umanitaria: la questione è se ci potrà essere uno Stato sudanese nei prossimi decenni”, sostiene Alex de Waal, direttore esecutivo della World Peace Foundation.

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