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Settant'anni di guerra in Myanmar

La guerra civile nel Paese asiatico si è infuocata dopo il golpe militare del febbraio 2021

C’è un Paese, in Asia, tra i più ricchi di risorse, la Birmania-Myanmar, in cui è in corso una guerra che è iniziata con l’indipendenza dal colonialismo britannico nel 1947, ed è continuata tra bombardamenti, guerriglia, interessi contrapposti e spiragli di libertà.

La collocazione strategica del Myanmar lo rende una tessera fondamentale del domino asiatico: per i cinesi è lo sbocco sull’Oceano Indiano; per l’Occidente è un terreno di scontro con Pechino; per i Paesi del Golfo, la connessione tra Indonesia e Bangladesh. E’ lo scenario perfetto per alimentare tensioni interne, adattandole a interessi esterni. Protagonisti sono sia i militari sia i signori della guerra, che gestiscono eserciti “etnici” regionali e ottengono finanziamenti occulti, oltre a quelli prodotti dal narcotraffico e dallo sfruttamento del lavoro minorile.

A due anni dall’ultimo colpo di Stato dell’Esercito, la repressione del regime ha provocato la morte di almeno 6.000 persone sospettate di avere legami con l’opposizione o i movimenti pro-democrazia, secondo il rapporto del Peace Research Institute di Oslo.

Sebbene la Giunta militare sia responsabile della maggior parte degli omicidi, entrambe le parti in conflitto hanno fatto ampio uso di omicidi politici mirati. E’ una delle guerre civili più violente attualmente in corso, e almeno dalla seconda metà del 2022 il Governo ha effettuato bombardamenti in occasione di riunioni tenute sul campo dai sostenitori del National union government (Gun) e delle milizie etniche, in particolare nelle regioni centrali del Paese.
Il Governo in esilio del Myanmar - nato nell’aprile 2021 per opporsi alla dittatura della Giunta - ha ottenuto il controllo su diverse porzioni di territorio con un’iniziativa militare che ha visto la creazione di una forza armata vera e propria e una “guerra difensiva” contro il regime.

Il regime militare prevede di tenere elezioni generali nella seconda metà del 2023; ma la Lega nazionale per la democrazia - che ha vinto le elezioni con una valanga di voti nel 2015 e nel 2020 - e altri importanti partiti di opposizione, non potranno partecipare.
Per avere una fotografia del Paese abbiamo posto qualche domanda a Stein Tønnesson, uno dei curatori del rapporto dell’istituto norvegese.

Qual è la situazione oggi in Myanmar a due anni dallo scoppio della guerra civile?
Dopo la fase iniziale, quando i militari hanno ucciso circa 900 civili nonviolenti che manifestavano, sono stati istituiti gruppi di resistenza nelle aree a maggioranza etnica birmana, in particolare nelle vaste regioni di Sagaing, Magway, Mandalay e Yangon nel Myanmar centrale. Sono stati impegnati in una guerra civile omicida con le forze militari, e hanno ricevuto il sostegno di alcune delle armate etniche. Il livello della guerra civile in Myanmar è ora peggiore che negli anni ’80. E’ molto difficile stimare quanti combattenti abbiano perso la vita, ma le prove dei civili uccisi sono più facilmente disponibili. Uccidere civili è, ovviamente, contrario al diritto penale internazionale e alle convenzioni di Ginevra, anche quando è in corso una guerra civile. Direi che la guerra civile omicida in Myanmar deve suscitare una preoccupazione internazionale, così forte da rendere necessaria un’azione da parte delle Nazioni Unite. Vorrei sottolineare che la guerra civile in Myanmar si svolge anche in una situazione di crisi economica e sociale, anche dopo che il ciclone Mocha, che a maggio ha devastato lo stato del Rakhine occidentale.

A preoccupare sono le esecuzioni extra-giudiziali e di natura politica…
Sì, siamo rimasti sorpresi nello scoprire che il modo più comune per uccidere i civili sono gli omicidi politici mirati, talvolta definiti esecuzioni extragiudiziali.

Il regime militare prevede di tenere un’elezione generale nella seconda metà del 2023, escludendo i partiti di opposizione. Il Myanmar si sta di fatto preparando a una nuova escalation di violenza?
C’è, chiaramente, un grande rischio di violenza elettorale. A queste elezioni fittizie i leader dell’opposizione si trovano a essere detenuti, e le stesse possono essere organizzate solo nelle parti del Paese che sono sotto il controllo dei militari.

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