giovedì, 18 luglio 2024
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Africa: continente senza pace

Le guerre sono in aumento. E con esse i rifugiati. Una fotografia delle conflittualità africane più calde. Uso dell’acqua e accaparramento di minerali potrebbero essere cause di nuovi scontri

Il 2023 è un anno tumultuoso per l’Africa. Non meno di tanti altri, ma forse meno sulle notizie di stampa. L’attenzione sull’Ucraina ci ha fatto dimenticare altre crisi in tutto il mondo. Eppure, in Africa i conflitti in corso più che acuirsi o terminare, si sono intensificati.

L’emergenza sfollati

Il numero di persone costrette a lasciare le proprie case è in costante aumento: oltre 40 milioni. Numeri che spiegano perché i conflitti in Africa ci interessano, a fronte di una continua e crescente pressione migratoria sull’Europa.

Sono 15 i Paesi che generano il più alto numero di sfollati. Tutti tra Sahel, Corno d’Africa e regione dei Grandi laghi. Molto spesso i conflitti sono estesi su aree contigue e Paesi con confini condivisi. Le aree di maggiore crisi sono in Rd Congo, Sudan, Somalia, Sud Sudan, Nigeria e Burkina Faso. Negli ultimi tre anni si contano otto colpi di Stato.

Le guerre in corso

Con tutti i limiti che si possono evidenziare con un’istantanea, dedicata ai conflitti africani, potrà emergere al lettore qualche Paese dimenticato. Consapevoli di questo abbiamo comunque cercato di rispondere alla domanda: quante sono oggi le guerre continentali?

Per farlo abbiamo cercato di definirne i contorni della parola “guerra”, con la quale intendiamo un “conflitto aperto e dichiarato fra due o più Stati, o in genere fra gruppi organizzati, etnici, sociali, religiosi condotto con l’impiego di mezzi militari”. Entro questa definizione, abbiamo analizzato quelli a più alta intensità individuando oltre una ventina le principali aree di crisi nelle Afriche, perché il continente presenta caratteristiche molto diverse e va considerato al plurale. Si rileva che le guerre africane nascono da ragioni identitarie, religiose, ambientali, sociali, economiche, geopolitiche. E l’uso dell’acqua, oltre all’accaparramento di minerali, potrebbe essere fattore di nuove guerre.

Di seguito, una fotografia solo parziale delle conflittualità africane più calde.

Burkina Faso. Dal 2015 il povero Paese subsahariano, senza sbocchi al mare, è coinvolto in un’escalation di violenze attribuite ai combattenti ribelli alleati ai jihadisti, che hanno ucciso migliaia di persone e provocato oltre 2 milioni di sfollati. Intere città e regioni sono assediate dagli jihadisti. Ad acuire gli scontri il secondo colpo di stato del 30 settembre 2022, seguito a quello di gennaio dello stesso anno, con l’ombra della Russia sullo sfondo.

Camerun. Dal settembre 2017 è in corso un’insurrezione dei gruppi separatisti del Camerun anglofono. Questa crisi, inizialmente basata su richieste corporativiste, si sta gradualmente spostando verso richieste secessioniste. Il conflitto si sta impantanando, dopo aver causato 6 mila morti e un milione di sfollati.

Ciad. Il Paese è sprofondato in una lunga crisi politica dall’aprile 2021, a seguito della scomparsa del presidente-dittatore Idriss Deby. Al suo posto si è insediato il figlio Mahamat Deby, a capo di un consiglio militare di transizione che aveva promesso nuove elezioni dopo diciotto mesi, che non si sono ancora tenute. I militari francesi che si stanno ritirando dal Niger potrebbero essere dislocati in Ciad.

Costa d’Avorio. Il Paese costiero dell’Africa occidentale sta subendo ripetuti attacchi jihadisti nei distretti del nord-est, vicino al confine con il Burkina Faso, ed è a forte rischio di destabilizzazione anche a causa della crescente povertà, repressione di ogni dissenso e rabbia dei giovani contro l’attuale classe dirigente.

Etiopia. Nonostante la stipula dell’accordo di pace di Pretoria del 2 novembre 2022 abbia segnato la conclusione della guerra del Tigray, continuano le tensioni tra militari e paramilitari, con oltre 2 milioni di sfollati interni. Secondo alcune stime sono state oltre 500 mila le vittime di due anni di conflitto.

Egitto. Continuano gli scontri dell’esercito contro militanti islamici, ramo del famigerato Stato islamico, presenti nel Paese. Tensioni con Sudan ed Etiopia per l’uso dell’acqua del Nilo.

Gabon. E’ il Paese dell’Africa centrale sul Golfo di Guinea dove il 26 agosto scorso c’è stato un colpo di Stato, seguito all’esito contestato delle elezioni presidenziali.

Guinea Conakry. Paese dell’Africa occidentale sotto una giunta militare dal settembre 2021, a seguito di un colpo di Stato.

Libia. A seguito della guerra civile scoppiata nel 2014, si trova divisa tra due coalizioni e due Governi rivali: da una parte il Governo basato nella città orientale di Tobruch e, dall’altra parte, il Governo, internazionalmente riconosciuto, basato nella capitale Tripoli. Avviato un Governo di unità nazionale nel marzo 2021, la Libia non riesce però a trovare una strada per la pacificazione del Paese.

Mali. L’Esecutivo è stato rovesciato dai militari con un colpo di Stato nell’agosto del 2020. Dal 2022 il governo paramilitare ha interrotto i rapporti diplomatici con la Francia (che ha ritirato la sua forza militare) e ha avviato una sorta di collaborazione con i mercenari russi del gruppo Wagner.

Mozambico. La guerra nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, tra la milizia islamica e il Governoè in corso dalla fine del 2017. Una risposta iniziale lenta e non adeguata aveva portato al deterioramento della situazione. Quasi un milione di persone è fuggita dai combattimenti.

Niger. Il 26 luglio scorso si è registrato il colpo di Stato nel Paese, con il progressivo abbandono della presenza militare italiana. Il Niger era visto dall’Occidente e dall’Europa come l’ultimo Paese della regione ad aver mantenuto una parvenza di stabilità e sul quale l’Italia aveva puntato non solo per la lotta allo jihadismo e per la sicurezza regionale (Sahel), ma anche per le sue ingenti risorse minerarie.

Nigeria. Nel nordest della Nigeria, la guerra tra le fazioni affiliate a Boko Haram, da un lato, e i governi di Nigeria, Camerun, Ciad e Niger, dall’altro, sta continuando per il tredicesimo anno consecutivo. Le principali zone sono la foresta di Sambisa e la zona del lago Ciad. I frequenti scontri tra i gruppi armati e le forze di sicurezza e gli attacchi violenti dei banditi contro civili hanno provocato dall’inizio dell’anno quasi 3 mila vittime e decine di rapimenti.

Repubblica Centrafricana. Si registrano spesso scontri armati tra musulmani e cristiani. L’instabilità politica è da ricondursi come effetto di lungo periodo al colpo di Stato del 2013.

Rd Congo. La situazione della sicurezza, soprattutto nelle province orientali (Nord Kivu, Ituri) dilaniate dai conflitti tra esercito e gruppi di ribelli, risulta particolarmente critica. Il decennale conflitto ha portato il numero totale degli sfollati a 7,1 milioni. Risultato di anni di violenze legate alle azioni delle milizie non statali, incluso il gruppo ribelle M23, ma anche alla violenza di Stato perpetrata dall’esercito regolare ai danni delle popolazioni civili.

Somalia. La guerra civile somala è un conflitto scoppiato nel 1986, e tuttora in corso. Dal 2013 il Paese si trova a fronteggiare la guerriglia islamica di al-Shabaab.

Sudan. Il deteriorarsi del conflitto per il controllo del potere in corso da aprile 2023 tra l’esercito sudanese e le forze paramilitari ha causato la fuga dalle proprie case di circa 4 milioni di persone e oltre 5 mila morti. Questa crisi politico-istituzionale fa seguito ai due recenti colpi di Stato: il primo nel 2019 e il secondo nel 2021.

Una situazione che va ad aggiungersi alla crisi ventennale del Darfur, che porta con sé il continuo inferno del genocidio su base etnica.

Sud Sudan. Conclusasi nel 2020 la guerra civile seguita all’indipendenza, il Paese si trova ad affrontare una instabilità politica con scontri con gruppi ribelli.

Tunisia. La crisi istituzionale ed economica sta deteriorando le condizioni di vita nel Paese.

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