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Repubblica Centrafricana, il vescovo di Bangassou Aurelio Gazzera: “Pace imprigionata nel fuoco incrociato delle milizie”

Lo scorso 24 giugno il religioso ha iniziato il suo ministero come vescovo titolare della diocesi di Bangassou, nel sud-est, al confine tra il Sud Sudan e la Repubblica democratica del Congo (Rdc). Una diocesi enorme, grande quasi quanto metà dell’Italia, da anni preda di scontri violenti da parte di milizie armate in lotta fra loro e con il Governo centrale per il controllo del territorio

Posta nel cuore dell’Africa e senza sbocco al mare, la Repubblica Centrafricana (Rca) si conferma tra le aree più povere del pianeta, seguita in questa drammatica graduatoria solo da Sud Sudan e Somalia. Nella classifica dell’Indice di sviluppo umano il Paese occupa la 191ª posizione su 193 nazioni (Human development report 2025); il 70% della popolazione vive con appena 2,15 dollari al giorno. Con quasi 6 milioni di abitanti, su un territorio grande quanto due volte l’Italia, questo Stato è ricchissimo di diamanti, oro, uranio e petrolio, ma resta, paradossalmente, intrappolato nell’indigenza, con un Pil pro capite inferiore ai 500 dollari annui. La Repubblica Centrafricana è, inoltre, tra i Paesi con più alto tasso di mortalità infantile e materna e dove più della metà della popolazione ha meno di 18 anni.

Oltre alla povertà, la Rca resta uno dei quadranti più instabili dell’Africa subsahariana. Colonia dal 1894 con il nome di “Oubangui-Chario”, dai nomi dei due fiumi che ne attraversano il territorio, ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1960. Da allora, ha attraversato numerosi colpi di Stato che hanno portato al potere una serie di dittature. Alla radice di molti dei suoi problemi, la guerra civile che attanaglia il Paese da diversi decenni: la presenza, dal 2014, della missione di pace dell’Onu “Minusca” e il dramma di quasi un milione di sfollati sulle aree di confine (dati Ocha, 2026) rappresentano l’ennesima conferma della profonda fragilità nazionale.

L’urbanesimo, a parte la capitale Bangui con oltre 1 milione di abitanti, è poco sviluppato rispetto ad altre regioni africane.

La testimonianza di mons. Gazzera

Al di là dei numeri, che dicono sempre troppo poco rispetto al vissuto delle persone, abbiamo raggiunto padre Aurelio Gazzera, carmelitano scalzo originario di Cuneo e in Rca dal 1992. Lo scorso 24 giugno il religioso ha iniziato il suo ministero come vescovo titolare della diocesi di Bangassou, nel sud-est, al confine tra il Sud Sudan e la Repubblica democratica del Congo (Rdc). Una diocesi enorme, grande quasi quanto metà dell’Italia, da anni preda di scontri violenti da parte di milizie armate in lotta fra loro e con il Governo centrale per il controllo del territorio. Enormi difficoltà nei collegamenti fanno lievitare i prezzi dei beni di prima necessità e di materiali edili che qui costano tra il doppio e il triplo rispetto a Bangui, distante oltre 750 km, ovvero almeno 3 giorni di viaggio nella stagione secca. Racconta come un sacco di cemento costi 15 euro a Bangui, 35 a Bangassou e arrivi a 70 a Zémio, ancora più a est.

La diocesi di Bangassou è talmente vasta che tra le due parrocchie più lontane intercorrono 600 km. Per la totale mancanza di infrastrutture si pratica per lo più un’economia di baratto; i sistemi scolastico e sanitario sono quasi inesistenti.

Il valore della resilienza

“La resilienza è uno dei tratti caratteristici della popolazione che vive in un contesto molto difficile - ci spiega il vescovo -. La gente non si scoraggia e si dà da fare. C’erano molte piantagioni di caffè che si stanno via via abbandonando; c’è un po’ di cacao, di pepe e altre coltivazioni. Il problema è che non riescono a vendere i loro prodotti perché non ci sono strade e perché il territorio è soggetto a numerose violenze e corruzione”.

Lunedì 29 giugno la diocesi è stata sconvolta dall’uccisione di un sacerdote di quasi 36 anni, Crépin Martial Monga-Hadassi, raggiunto da colpi di arma da fuoco non lontano dalla sua parrocchia a Zémio, cittadina più di mille km dalla capitale. Don Crépin, che presiedeva il comitato di pace locale, si stava adoperando in ogni modo per riconciliare gli abitanti in un’area in cui coesistono diversi gruppi armati, i soldati delle forze armate centrafricane (Faca) e i mercenari russi dell’Africa Corps (ex Wagner). Il vescovo condivide il sospetto generale “che sia stato ucciso proprio per bloccare il processo di pace in corso”.

Una instabilità che perdura

Mons. Gazzera racconta come “in questo momento la Rca sta vivendo, come da una quindicina d’anni, un tempo molto difficile. Da una parte il presidente Faustin-Archange Touadéra, in carica dal 2016, appena riconfermato nelle elezioni dello scorso dicembre dopo un referendum che ha modificato la Costituzione consentendo la rielezione a vita. Dall’altra ci troviamo di fronte a un totale scollamento tra le promesse della politica e la realtà vissuta dai cittadini”.

Il presule continua la sua analisi definendo “l’attuale fase politica e istituzionale del Paese - avviata a seguito dell’esito del referendum dell’estate 2023 - come “la ‘settima Repubblica’ inaugurata con molti proclami di lotta alla corruzione e al nepotismo, ma poi concretamente la corruzione sta aumentando a ritmi vertiginosi. Il nuovo esecutivo è la fotocopia del precedente. Tutti i ministri che avevano mal lavorato negli scorsi anni sono stati riconfermati. L’aspettativa della gente sta scemando e siamo quasi a zero. Inoltre ci sono ancora zone di guerriglia e di tensione: sia a nord-ovest al confine con il Camerun (Nana-Mambéré, Bour e Mambéré), sia a nord-est, al confine con lo stato del Darfur del Sud (in Sudan), con attacchi alla cittadina di am-Dafock e dove sono coinvolte anche milizie straniere sudanesi e ciadiane. Infine a sud-est, al confine con il Congo e il Sud Sudan, dove da anni i gruppi armati locali continuano a contendersi il territorio con le milizie ugandesi, l’esercito regolare e gli alleati russi”.

Sguardo a sud-est

Volgendo ora lo sguardo sulla sua diocesi, mons. Gazzera spiega che “nel territorio della diocesi la guerra del 2014 ha portato ulteriori tensioni e difficoltà finché nel 2023, difronte all’incapacità del governo centrale e dei Caschi blu di fermare le ripetute incursioni nei loro terreni dei pastori Fulani di religione musulmana, gli Zandé si sono costituiti in gruppi di autodifesa”. Quella degli Zandé è un’etnia di circa 3,3 milioni di persone, in maggioranza di fede cristiana, diffusa in tre Paesi dell’Africa centrale e orientale (circa il 70% vive nella Rdc, il 27% nel Sud Sudan e il 3% nella Rca). Dediti storicamente all’agricoltura di sussistenza, hanno imbracciato le armi.

La rivolta degli Zandé

Dopo una prima fase in cui sono riusciti a liberare alcune città, grazie a un’attiva ala politica a Bangui, la milizia ha attirato l’attenzione delle autorità e dei loro alleati russi, che hanno cominciato a integrarli nell’esercito, suscitando speranze di sicurezza comunitaria. Tuttavia, di fronte alle promesse governative mancate, ai trasferimenti coatti in altre prefetture, all’arresto di decine di loro esponenti e a posizioni ritenute troppo concilianti verso le occupazioni di terreni da parte dei Fulani, si è generata una forte tensione. Ciò ha provocato arresti e sparizioni di centinaia di combattenti Zandé, nel frattempo confluiti nell’esercito regolare.

Dal maggio 2024, di fronte a questi provvedimenti disciplinari e ai continui tentativi del Governo centrale di assecondare le richieste dei Fulani nel processo di pacificazione, le distanze con gli Zandé si sono ampliate, portando a una crescente destabilizzazione della regione. “Tutto questo – prosegue il vescovo – ha spinto migliaia di persone a fuggire, provocando tensioni fortissime e, recentemente, l’uccisione di don Crépin, che svolgeva una grande opera di mediazione per la pace”.

Il Risiko delle potenze straniere

“Nello scacchiere internazionale il Centrafrica è un paese relativamente piccolo ma suscita forti interessi sul piano geopolitico - evidenzia il vescovo -. La Francia continua a perdere pezzi della sua influenza e presenza, anche per scelte passate sbagliate che non hanno favorito lo sviluppo del Paese. Bangui si è girata, così, verso altre alleanze, tra cui la Russia che promette molto in termini di difesa del presidente Touadéra e di una parte della classe dirigente. La gente soffre molto, perché tra i russi ci sono mercenari che abusano della loro posizione in modo arbitrario e commettono continue violenze”. Resta, inoltre, l’incognita economica dietro questa presenza, perché non si conosce come vengano pagati questi mercenari.

È in forte crescita anche la presenza cinese, che sfrutta le risorse minerarie del Paese, in particolare l’oro e i diamanti. Padre Aurelio ricorda di aver denunciato questa situazione già nel 2018, subendo per questo un arresto. Da allora il modus operandi delle imprese asiatiche “non è diminuito anzi sta aumentando in modo esponenziale. Ormai i siti estrattivi di oro e diamanti da parte dei cinesi sono decine con costi ambientali altissimi, dovuti all’utilizzo del mercurio per aggregare le particelle di oro. E da questi minerali nelle casse statali entrano solo briciole”.

Al contempo, gli Stati Uniti mantengono una linea altalenante che non rappresenta una garanzia per chi governa. Il vescovo conferma tuttavia la notizia secondo cui il governo di Bangui, in cambio di aiuti economici americani, avrebbe accettato di accogliere sul proprio territorio i migranti di altri Paesi espulsi dagli Stati Uniti. Un primo gruppo di migranti sarebbe già arrivato e risulterebbe trattenuto nella capitale.

Pace e sviluppo

In un Paese devastato da anni di instabilità politica e conflitti cronici, le priorità della società civile rimangono indubbiamente la pace e lo sviluppo. Il celebre motto “Zo kwe Zo” (trad. “Ogni uomo è uomo”, con una sua dignità), coniato da Barthélemy Boganda - sacerdote cattolico e “padre della patria” - racchiude ancora oggi lo spirito profondo di molti centrafricani: nonostante la povertà diffusa e le difficoltà apparentemente insormontabili, la speranza non muore.

Il sistema sanitario centrafricano è fragilissimo, dove si stima la presenza di meno di un medico ogni 20mila abitanti (concentrati quasi interamente nella capitale Bangui). Nelle prefetture periferiche e rurali, come la diocesi di Bangassou, la copertura medica professionale è di fatto pari a zero, lasciando l’assistenza sanitaria interamente nelle mani delle missioni cattoliche e delle ong. Oltre alle piaghe croniche di malaria, morbillo e malnutrizione, si cominciano a registrare focolai di ebola lungo il fiume Chinko, che attraversa la sua diocesi.

La Rca vive un forte paradosso: senza sbocchi sul mare e privo di infrastrutture adeguate, ma ricchissimo di oro, diamanti, uranio, legname e corsi d’acqua. È un Paese senza infrastrutture e senza elettricità. Vi è un’unica strada asfaltata sconnessa - la RN3 chiamata il “cordone ombelicale” del Paese - che collega la capitale al confine con il Camerun, da dove arriva via terra oltre l’80% di quello che viene importato.

Instancabile ricerca della pace

Il Paese potrebbe vivere abbastanza tranquillamente, se potesse gestire le proprie risorse sia con l’estrazione di minerali che con la produzione di caffè. Mons. Gazzera racconta che ha il sogno di rendere operativo un sistema di produzione, raccolta e commercializzazione di caffè.

Convinto che “l’educazione è l’unica vera leva che può cambiare qualcosa” e dove la Chiesa continua ad investire nonostante le difficoltà. “La sfida è formare giovani capaci di pensare e quindi di costruire il cambiamento del Paese”.

“La Chiesa è molto impegnata nel sociale - racconta - con scuole, ospedali, attività agricole, ecc. ma l’impegno molto forte è quello per la pace. Su questo tema io e i miei confratelli vescovi abbiamo parole molto forti proprio per cercare la pace, per cercare un cambiamento in questo Paese. È vero che le “armi” della Chiesa sono altre da quelle che uccidono e che c’è bisogno innanzitutto di un cambiamento di mentalità. In Centrafrica non si fabbricano le armi, c’è qualcuno che, però ,le vende e si arricchisce. Vengono qui per portarci via in modo illecito diamanti, oro e altre materie prime. Questi trafficanti non vogliono che la guerra finisca”.

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