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Rebuilding, quasi un racconto biblico di grazie per quel poco che si ha

Dusty, il cowboy buono protagonista, come Abramo è invitato a guardare le stelle, non tanto per credere di avere una discendenza numerosa come il patriarca, ma semplicemente per riprendere fiducia nella vita.

Avevo un fratellino, era nato poco prima di me ed è vissuto solo pochi giorni, si chiamava Michele. Per questo motivo ho sussultato quando in Rebuilding, il bellissimo film di Max Walker- Silverman, la nonna svela di aver avuto un fratellino vissuto solo due giorni. Lo dice perché altri sappiano della sua esistenza e lo ricordino.

Quando nella Bibbia si dice che Dio non dimentica nessuno di noi, cosa significa se non che questa memoria può e deve essere realizzata da noi e tra di noi? Ma questo gesto tenerissimo e commovente è solo uno dei tanti passaggi di questo film che è quasi un racconto biblico.

Dusty, il cowboy buono protagonista, come Abramo è invitato a guardare le stelle, non tanto per credere di avere una discendenza numerosa come il patriarca, ma semplicemente per riprendere fiducia nella vita e ripartire dopo che il suo ranch è andato distrutto in un incendio. E Dusty si lascia stupire e commuovere dalla bellezza semplice di queste stelline fluorescenti che la figlia e la sua amichetta hanno appeso nella sua casa roulotte.

Ed è la bellezza della natura, ma anche dei rapporti umani, che sostiene Dusty, dal “pazzo di Dio” che gli mostra un tenero virgulto verde in mezzo alla distesa infinita di cenere alla preghiera di ringraziamento per l’avvicendarsi delle stagioni che, quasi come una benedizione, viene fatta prima di una cena dal gruppo di senza casa di cui Dusty stesso fa parte.

Questa benedizione ricorda quella di Gesù prima della moltiplicazione dei pani e dei pesci, dove è il saper ringraziare per quel poco che si ha, a realizzare il miracolo: tutti mangiano e si saziano perché ciascuno ha messo a disposizione quel poco che aveva, benedicendo e non maledicendo.

La bizzarra comunità di cui Dusty fa parte celebra da sé non solo la preghiera prima del pranzo, ma anche altri momenti importanti della vita, senza aspettare o pretendere ministri costituiti che svolgano ufficialmente quello che ciascun credente può realizzare già da sé. In un tempo in cui si cercano nuove soluzioni pastorali a volte immaginando tortuosi e spesso infiniti, percorsi di formazione, c’è chi comprende che l’unica necessità è quella di benedirsi vicendevolmente. L’alterità, il bisogno gli uni degli altri, è davvero l’unica regola da rispettare.

In Rebuilding non c’è un segno di croce e non si nomina una sola volta Dio, ma è come se ci fosse una continua preghiera che sale al cielo dal cuore di tutti i protagonisti, sottolineata soprattutto dal silenzio, a sostenere le vicende umane di questi nomadi che accettano la provvisorietà non solo come destino, ma come stile di vita. È il non confidare in beni immobili ma nel cercare di rendere bello il cammino a fare la differenza.

Accettando che si “ha quello che si ha” e che questo è già abbastanza. Non siamo lontani dal Regno. (responsabile Cinema Busan, presidente Acec Triveneta)

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