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“Ci sto? Affare fatica!”, bilancio positivo: d’estate vince l’impegno

Oltre mille ragazzi si sono dedicati alla cura dei beni pubblici, in numerosi Comuni del territorio, per un totale di 203 luoghi riqualificati

“I giovani sono tutti “maranza”, violenti e fannulloni”. “Terminata la scuola sono per le strade a creare problemi”. “Pensano solo a divertirsi e non hanno il senso della fatica”. Quante volte abbiamo sentito questi giudizi sommari, tanti i politici a criticare i giovani e a proporre una nuova stretta penale.

Guardando ai numeri di questa estate realizzati dal progetto “Ci sto? Affare fatica!” sembra proprio che le cose siano ben diverse. Da Asolo a Mogliano, da nord a sud della Marca trevigiana, più di mille ragazzi e ragazze tra i 14 e i 19 anni si sono dedicati alla cura dei beni pubblici, attraverso la manutenzione di aree verdi, staccionate, panchine e ringhiere, la sistemazione di biblioteche e orti comunali e la cura di edifici pubblici, per un totale di 203 luoghi riqualificati.

Il progetto si è concluso il 31 luglio coinvolgendo 43 Comuni della Marca, che hanno contribuito con circa 1700 (600 in buoni fatica) euro a squadra. Qualche illustre defezione, come quella di Castelfranco Veneto, e significative nuove entrate. Il progetto, coordinato dalla cooperativa Kirikù, ha coinvolto anche 70 tutor, ovvero educatori che avevano la responsabilità di una serie di squadre, 163 “tuttofare”, li chiamano handyman - artigiani in pensione o tecnici esperti che si mettono a disposizione per insegnare le piccole attività manuali richieste - e 264 esercizi commerciali in cui i ragazzi hanno potuto spendere il Buono Fatica di 50 euro ottenuto al termine della settimana di “lavoro”.

Ogni territorio ha avuto, nell’arco delle sette settimane, almeno una squadra attiva composta da 10 giovani residenti, un tutor e un tuttofare: un risultato ottenuto grazie all’interessamento sincero di tante Amministrazioni comunali che credono nel progetto, attivandosi, insieme a Kirikù, per offrire ai propri giovani un’occasione di cittadinanza attiva.

I ragazzi hanno collaborato anche con case di riposo e centri sollievo. Non sono mancate iniziative originali, come il frigorifero trasformato in libreria a Castello di Godego o i progetti contro la violenza di genere a Morgano.

Intervista a Mauro Gazzola, presidente della Cooperativa Kirikù

“Funziona perché è semplice. Perché è facile da leggere: ho del tempo, lo metto a disposizione della comunità. Non ci sono riunioni, non ci sono complesse pratiche di affiliazione, semplicemente ti iscrivi e per una settimana ti dai da fare con la guida di un tutor, con altri coetanei e con un artigiano che ti insegna piccole operazioni manuali. Semplice, ma coinvolgente. L’altro giorno un ragazzo ha esclamato: “L’esperienza più bella della mia vita”.

Questa la ricetta del successo di “Ci sto? Affare fatica”, secondo il presidente della cooperativa Kirikù, Mauro Gazzola. Una vecchia conoscenza dei Servizi sociali dell’Ulss trevigiana, ma anche dei Comuni che vanno dalla Pedemontana del Grappa a Oderzo e Treviso. Fondatore della Cooperativa Kirikù e in contatto da sempre con la cooperativa Adelante, ideatrice dell’iniziativa.

“Intercetta - spiega - una fascia di età, i 14-16 anni, che non è destinataria di nulla. Le parrocchie li coinvolgono come animatori o aiuto animatori, quando dovrebbero essere loro gli animati. Si viene coinvolti in un gruppo, si propone una relazione non solo tra coetanei, ma anche intergenerazionale con il tutor e l’handyman. Diventa una palestra di cittadinanza. Ad esempio, gli handyman parlano delle loro associazioni durante il lavoro e qualcuno si interessa e prende contatti”.

Quali valori passano?

Il giovane percepisce che ciò che lo circonda riguarda anche la sua responsabilità. Chi fa manutenzione dei muri delle scuole poi torna a vedere se tutto è rimasto in ordine. Percepisce un mondo di adulti che si occupano di lui. Si impara facendo insieme, i ragazzi si sentono parte di un progetto, non sono soli ma in molti “affare fatica”. L’altro giorno un signore ha visto al lavoro una squadra e ha pagato la pizza a tutti. I bambini degli asili magari li riconoscono come quelli che hanno sistemato la recinzione.

Perché ha un valore educativo?

Quando il mondo degli adulti si mette in moto per i più giovani, ha sempre un’intenzionalità educativa. L’intergenerazionalità del progetto è una forza positiva. Lo dimostra il fatto che non dobbiamo fare tanta pubblicità per riempire le squadre: ogni anno il progetto ha sempre più successo.

C’è un piccolo compenso, il buono fatica.

Un riconoscimento piccolo, ma prezioso. Tra l’altro da spendere nel proprio comune, il finanziamento pubblico in qualche modo torna a vantaggio del territorio che lo eroga.

Insistete molto sul rapporto con il territorio.

A questa età i ragazzi vanno a scuola in genere fuori paese o quartiere. Si perdono i legami della scuola primaria. Con questa iniziativa rientrano nel loro territorio. Recuperano legami e conoscono ragazzi mai visti prima.

Cos’è la manualità per questi ragazzi?

Una perfetta sconosciuta. Non hanno un minimo di “occhio”. Però li entusiasma questo rapporto tra mente e mani.

E gli adulti che lavorano con loro?

I tutor sono volontari anche loro, ma sono molto attenti e generosi, così pure gli handyman che magari cominciano con qualche perplessità, poi alla fine apprezzano queste nuove generazioni delle quali in genere si evidenziano solo gli episodi più negativi e drammatici.

Cosa farebbe se avesse il doppio dei finanziamenti oggi disponibili?

Aumenterei le squadre. Ai Comuni che partecipano con un finanziamento offrirei qualche squadra in più. Forse darei un riconoscimento maggiore agli handyman e anche ai tutor.

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