Purtroppo, questi sono anni calamitosi, nei quali più di qualche potenza e gruppo armato sono animati...
Mercato della plastica: riciclo in crisi
Il rapporto annuale “Comuni ricicloni” in Veneto ha permesso di stappare diverse bottiglie (di vetro), ma la virtuosità del nostro territorio nella raccolta differenziata dei rifiuti dovrebbe essere osservata in parallelo con la crisi che da circa due anni sta investendo il mercato della plastica riciclata, sulla quale in queste ultime settimane si è dovuta esprimere apertamente anche la nostra Regione, nonostante il Veneto non risulti essere per il momento tra le regioni che registrano i problemi maggiori (che sono Lazio, Campania, Marche, Emilia-Romagna e Lombardia).
Una difficoltà non solo nazionale, e infatti a dicembre la Commissione europea aveva proposto un primo pacchetto di aiuti al settore, a detta di molti insufficiente perché ciò che serve è un approccio più complesso al tema, capace di unire strumenti normativi e leve economiche.
Plastica differenziata
A inizio luglio Legambiente ha incoronato il Veneto primo per numero di Comuni rifiuti free (165), ovvero Comuni che registrano una produzione complessiva di rifiuto smaltito sotto i 75 kg per abitante. Secondo i dati offerti dal Rapporto rifiuti urbani di Arpav 2025, nel 2024 in Veneto si sono raccolte da rifiuto urbano 25.057 tonnellate di plastica cosiddetta “monomateriale”, di cui il 75,8% è stato avviato a riciclaggio (circa 19 mila tonnellate); seppur alta, tra i prodotti raccolti la plastica è quella con la percentuale di avvio al riciclo più bassa.
A queste, però, va aggiunta la plastica cosiddetta “multimateriale”, quindi differenziata a parte, che ha un tasso di avvio al riciclaggio del 79,7%: il totale sono quasi 155 mila tonnellate di imballaggi in plastica raccolti nel 2024 in Veneto. In altre parole, ogni cittadino e cittadina ha buttato via 23 kg di plastica, il 5,2% in più rispetto all’anno precedente. Numeri quintuplicati rispetto all’inizio del millennio, nonostante l’introduzione di divieti sulla plastica monouso. Inoltre, il tasso di avvio al riciclaggio non corrisponde affatto con il tasso di materiale effettivamente riciclato, perché in molti casi la filiera presenta veri e propri “buchi”.
Plastica riciclata
Negli ultimi mesi il settore del riciclo della plastica è in crisi a livello almeno nazionale: non a caso, da ottobre 2025 a oggi il Mase ha convocato ben quattro tavoli per cercare di gestire il problema; l’ultimo si è tenuto il 3 giugno, ma Anci e Utilitalia premono affinché si costituisca un osservatorio permanente sulla crisi. Anche perché è l’intero settore della raccolta differenziata che rischia gravi ripercussioni. Per Utilitalia, federazione delle imprese di acqua, ambiente ed energia, “a fine aprile i quantitativi di materiale plastico stoccati nei centri di raccolta risultavano quasi raddoppiati rispetto allo stesso periodo dello scorso anno”; in altre parole, si differenzia molto più di quanto si riesca a riciclare e alcuni impianti rischiano la saturazione, cioè di non poter accogliere altra plastica differenziata.
Nel nostro territorio sono stati attivati luoghi di stoccaggio straordinari, ma le normative sono stringenti sui limiti di stoccaggio, anche per questioni di sicurezza (per esempio il rischio incendi in estate).
Il settore del riciclo evidenzia in maniera compatta le cause della crisi, da tutti definite strutturali: il costo elevato dell’energia, che erode i margini di guadagno e al tempo stesso rende il materiale più costoso, quindi poco competitivo con quello della plastica vergine, la concorrenza dei mercati extra Ue di plastica riciclata (o presunta tale, visto che manca una vera e propria certificazione in materia).
Il tavolo regionale
I primi di luglio, anche la Regione Veneto ha riunito un tavolo di confronto, a cui si sono seduti i gestori degli impianti, le aziende della trasformazione, gli utilizzatori finali del materiale, i rappresentanti di Corepla (Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica). Nell’immediato, come riporta l’assessora all’ambiente Elisa Venturini, si è optato per consentire la realizzazione di depositi dedicati e temporanei, ma si continuerà anche a cercare soluzioni strutturali. “La situazione che stiamo gestendo la affrontiamo per primi perché il nostro territorio rappresenta un’eccellenza nazionale, ha sottolineato l’assessora. “Questo patrimonio di sensibilità ambientale non deve essere disperso, ma anzi rafforzato e valorizzato”: che speriamo significhi, in altre parole, che la plastica che al momento non trova sbocco sul mercato non finirà all’inceneritore (il che sarebbe un vero e proprio cortocircuito ecologico).
Contarina: Pionieri in Europa con “Sowise +”
Parla il vicedirettore Favalessa: “Il mercato va indirizzato a partire dai progetti”
A proposito di nuove tecnologie e modelli innovativi in soccorso alla crisi, abbiamo parlato con Andrea Favalessa, vicedirettore di Contarina, la società che gestisce la racolta e il riciclo in gran parte del Trevigiano, a proposito del nuovo progetto lanciato da poche settimane e che pone Contarina come pioniera in Europa: Sowise+, che trasforma i rifiuti in nuovi materiali a base biologica. Un’iniziativa finanziata dall’Ue con 15 milioni dal progetto Horizon+ (23 milioni l’investimento totale) che coinvolge ben 23 partner in tutta l’Unione.
Perché progetti come questo sono da incentivare?
Per uscire dalla crisi bisogna trovare le modalità con le quali questa plastica possa diventare davvero utile. Con Sowise+ facciamo proprio questo, mettendo in scala industriale le sperimentazioni realizzate dall’Università Ca’ Foscari: è stato elaborato un processo che, a partire dal rifiuto umido, si dovrebbe riuscire a sintetizzare in un materiale nobilissimo, una plastica con matrice bio. Significa, sostanzialmente, che all’interno del mio processo di lavorazione dell’umido, che nel nostro caso presenta meno dell’1% di impurità, non solo ottengo del biogas, un materiale utile per il mercato, ma anche dei composti di qualità dal basso impatto ambientale. Questa bioplastica ha caratteristiche pari a qualsiasi prodotto di altra sintesi, quindi posso farci qualsiasi cosa.
Quali altre soluzioni ritenete siano da incentivare, oltre all’innovazione tecnologica?
Bisogna che la normativa indirizzi il mercato a partire dal progetto. Ad esempio, se io progetto un qualsiasi manufatto, devo avere tutto l’interesse a produrre qualcosa che sia durevole e che abbia un impatto ridotto a fine vita. E il mercato deve in qualche modo insistere nella valorizzazione del materiale. Oppure lavorare sul tema della distruzione, come si sta facendo sul tessile: proprio da domenica 19 luglio le grandi imprese del settore tessile non potranno più distruggere capi, scarpe o accessori invenduti o restituiti dai consumatori. A questo punto si può ipotizzare un ricondizionato, magari un prodotto che sarà segnalato come “di seconda scelta” e in qualche modo viene reimmesso sul mercato.
Stando alle parole di Giorgio Quagliolo, presidente del consorzio Corepla, “quello della plastica è un settore industriale che continua a crescere, ha un traino economico notevole visto che per ogni euro prodotto l’indotto triplica”: una soluzione strutturale alla crisi non potrebbe essere il disincentivo all’utilizzo della plastica?
In principio è corretto, ma bisogna stare attenti alle criminalizzazioni. Penso, per esempio, a certi ambiti in cui si è sostituita la plastica con la carta, con lavorazioni che poi di fatto rendono quella carta molto difficile da recuperare. Le motivazioni ideologiche devono essere condivise da tutta la filiera, non bisogna vedere il tema della plastica soltanto in bianco e nero. La sensibilità deve svilupparsi sull’uso corretto della plastica, sul preferire oggetti riutilizzabili, cercare di evitare il non uso e comunque conferire correttamente le cose a fine vita, magari anche porci il problema se ho veramente bisogno di quell’oggetto in più. Invece in molti ambiti (come quello medico) la plastica è insostituibile, però non va prodotta e gestita come se fosse sempre qualcosa da buttare.



