Purtroppo, questi sono anni calamitosi, nei quali più di qualche potenza e gruppo armato sono animati...
Arti&mestieri/23. Lino Longhino l’arrotino: un nome, un’arte, un inno
“Sono contento che, per fortuna, queste cesoie non sono mie”, conclude “el moleta”, rinunciando a ripararle dopo un’analisi silenziosa. E la risata irrompe improvvisa nella piazza mercato di Visnadello, ormai sfoltita dai rintocchi del mezzodì. Restano il profumo del pesce, lo sciamare degli ultimi e il gruppetto attorno a lui, Lino Longhino, 72 anni, impegnato nella pièce del giovedì mattina, spettacolo garantito fino al levar delle tende.
C’è chi segue lo show completo, chi saluta e se ne va. “Un saluto momentaneo - commenta Lino -, qua ci sono forze che attirano”. Si muove anche un anziano dopo aver fatto il pieno di allegria. Grazie, a giovedì prossimo. L’arrotino riprende le cesoie oltraggiate, le alza, invita a osservarle: tra le lame filtra un filo azzurro e quindi se non si toccano, non tagliano.
E i coltelli con la lama molto rovinata? Se la causa sono i colpi subiti, si deve andare dai carabinieri. Sono soltanto antipasti di humour, c’è bisogno di uno come lui in questo gelo umano, commenta un signore venuto a ritirare la merce non ancora pronta. Dai, un giro del mercato e torna. Sarebbe il numero dieci. Si ride di continuo: un magma attivo con colate piacevoli intorno. Affila però in silenzio, perché, afferma, serve la concentrazione senza farsi prendere dall’emotività; la sensibilità è indispensabile, il di più annebbia e fa tremare le mani.
Lino, figlio di arrotino, cugini arrotini, si porta dentro il rimpianto di non avere recuperato la bicicletta di papà Luigi che, nel vagabondare di ambulante, ha trovato un punto di appoggio a Silea.
È il 1959, il piccolo di 4 anni sgambetta attorno a quel padre partito da Resia, nell’omonima valle friulana, dopo aver lanciato ripetuti sguardi al monte Canin, sì proprio quello che è stato testimone di scontri durante il Primo conflitto mondiale, come recita il canto alpino: “...Siamo arrivati sul monte Canino e a ciel sereno ci tocca riposar...”.
Imparerà più avanti l’arte di papà e, volente o nolente, si troverà a dargli una mano con il sogno di scappare e arrampicarsi sugli alberi come uno scoiattolo. Ma tant’è, opporsi sarebbe inutile. Dopo la morte del padre, dopo un’esperienza di lavoro in fabbrica, diventerà lui stesso “moleta”, risucchiato nel mondo degli avi da un paesano del mestiere, un richiamo che gli riempie la mente e risveglia in lui il montanaro sopito.
Qui a Visnadello le voci dei commercianti fluttuano da un capo all’altro della piazza. Lino ha tirato fuori dal furgone e appoggiato sull’asfalto la bicicletta superaccessoriata: un arsenale di attrezzi tale da suscitare curiosità e strappare un sorriso. Questa? È la pietra pomice non adatta per l’acciaio, fa spettacolo, però. Indubbio. Sì, ma papà Luigi non è che andasse in tournée in camioncino. “Se è per quello – risponde -, gli avi non avevano nemmeno la bici e, guarda te, neanche Google maps. Per imparare il mestiere, scavalcavano montagne a piedi, oltrepassavano confini come fossero porte scorrevoli. Si costruivano una struttura in legno con tanto di ruota e cinghie, vi infilavano mole, pietre affilatrici, attrezzi per rattoppare pentole: caricavano sulle spalle il peso di un bue tanto da essere costretti a viaggiare in coppia fino a raggiungere la pianura con i figli scatenati al seguito che sgusciavano ovunque”.
Dopo il decimo giro del mercato, è di ritorno il cliente che lo trova impegnato proprio su uno dei suoi coltelli. “Mi sento veloce come un missile”, commenta Lino nel far girare la ruota a suon di pedalate; dal bricco, l’acqua cade goccia a goccia sullo smeriglio, il filo del coltello si sta formando, eccolo e l’arrotino allontana la lama dall’ombra: un capolavoro, a suo avviso, un risultato esaltante. E ora la prova del taglio, si facciano avanti i volontari. Si spieghi, signor Lino. Lo lascio andare da quassù - dice con gli occhi che ridono -, vediamo chi sarà svelto a prenderlo. Il gruppetto se la ride, mentre lui, già tuffatosi nel furgone, nuota a rana per riemergere finalmente con un foglio di carta. Un foglio là dentro. Del resto, dove metterlo, altrimenti? Il sedile del passeggero ha già annunciato il soffocamento imminente e sul cruscotto non trova spazio nemmeno la polvere.
Il coltello in una mano taglia in due la carta nell’altra, e il miracolo esposto in piazza induce tutti ad annuire soddisfatti come dopo l’assaggio di un dessert.
Arrotino e aggiusta ombrelli, che ammiccano dal tettuccio, dal cofano e dalle portiere spalancate.
Il mercato si è quasi svuotato, gli ombrelloni sono nei furgoni, Lino osserva con un’espressione distante e, con le parole che incespicano, esprime il sogno di poter avere una bicicletta adatta per andare in sicurezza per paesi e borghi, proprio come un tempo, come suo padre.
“Ma, per quale giornale scrivi?”, chiede poi. Gliel’ho già detto. “Ah sì, per quello del Vescovo. Riavvolgi tutto e fammi ripartire con un linguaggio più appropriato”.
Non serve, signor Lino, il suo frasario è perfetto, senza doppi sensi, rispettoso di persone e cose, una parlata che darebbe un po’ di brio ai frequentatori dei salotti.



